La ricetta vincente? Innovare puntando sul Made in Italy

Marco Scotti
La ricetta vincente? Innovare puntando sul Made in Italy

L’Italia che annaspa, che spinge, che cerca di tenersi a galla aggrappandosi alle “tre F” (fashion, food e furniture): facciamo il tagliando al nostro Paese con l’Ad della branch italiana di Deloitte Fabio Pompei. 

Dal 2016 a oggi si sono alternati il Piano Calenda e quello Transizione 4.0. Eppure, dopo un primo periodo di “decollo” degli investimenti, abbiamo assistito a un calo della spesa in macchinari già dalla fine del 2018 e alla prima flessione robusta della produzione industriale dal 2014. Si tratta di una “tempesta perfetta” data dal combinato disposto tra dazi, Coronavirus e Brexit?

Il quadro internazionale non aiuta, il segno meno vale per tutta l’Eurozona. I venti che agitano conflitti commerciali generano incertezza così come il diffondersi del Coronavirus. Molto dipenderà da quanto dureranno questi fattori critici, gli effetti potrebbero essere ancora più negativi rispetto a 18 anni fa, quando la Sars partì da una Cina che contava il 4% del Pil mondiale, mentre oggi è arrivata al 18%. L’Italia deve farsi trovare pronta con misure di ripresa e investimenti pubblici, per sospingere il reparto industriale e fare da traino ai consumi interni”.

Chi investe in 4.0, anche grazie agli incentivi statali, ha migliorato le sue performance finanziarie, nonostante un 2019 nero per la manifattura nostrana. Ma basta davvero dotarsi di una cultura nuova per emergere in un momento complicato?

Una cultura nuova non basta. La vera innovazione passa dalla strategia aziendale, dal modello di business e dai servizi offerti. Il report Deloitte presentato a Davos (“The Fourth Industrial Revolution: At the intersection of readiness and responsibility”) mostra che l’impatto più profondo sulle organizzazioni aziendali ce l’avranno IoT (72%), intelligenza artificiale (68%) e cloud (64%): tecnologie avanzate che integrano mondo fisico e mondo digitale, ridisegnando completamente lo scenario industriale. È il momento di investire su questi ambiti per creare un terreno fertile per lo sviluppo e la modernizzazione delle imprese italiane.

Dopo anni di delocalizzazione industriale, stiamo entrando in una fase di reshoring. Che cosa ci dice questa tendenza?

Che nonostante tutte le difficoltà e le innovazioni il Made in Italy non tramonta mai. Questo controesodo conferma che se si vuole realizzare un prodotto di altissima qualità bisogna farlo nel nostro Paese, soprattutto in settori dove siamo protagonisti come Fashion&Luxury, farmaceutica e alimentare. Il recente “Censimento permanente delle imprese 2019” diffuso dall’Istat conferma che le aziende italiane fanno leva soprattutto sulla qualità del prodotto o del servizio offerto e le PMI lo indicano come principale fattore competitivo nel 70% dei casi, mettendolo davanti a professionalità e competenza del personale (49%) e prezzo di vendita (35%).

Come si posiziona l’Italia nell’ambito dell’Industria 4.0 a livello europeo?

Le nostre performance su innovazione, in ambito Ue, sono nella media: non siamo ancora ai livelli dei Paesi del Nord Europa o della Germania - ci dicono i dati della Innovation Scoreboards 2019 della Commissione Europea. Per la prima volta, nel 2019, l’insieme dei paesi UE ha superato gli Stati Uniti per tasso di innovazione. Questo significa che, con i giusti stimoli di Ue e governo – ovvero se ci saranno gli investimenti pubblici necessari –, l’Italia può migliorare le sue performance e lanciarsi nelle sfide del futuro. Le nostre aziende, peraltro, secondo i dati Istat, hanno tutto il potenziale per abbracciare la rivoluzione 4.0: perché anche se, spesso, non sono grandi quanto le competitor internazionali, hanno una brand identity tale da poter penetrare in tutti i mercati esteri con successo. Certo, il costo del cambiamento sarà significativo, ma i motivi per essere ottimisti ci sono tutti. 

Quali sono le industry più innovative che possono fare da “traino”?

Come dimostrano i dati Istat, la manifattura è ancora una delle attività caratterizzanti del nostro tessuto imprenditoriale. Se i trend rimarranno invariati, come abbiamo ragione di credere, le tre f del made in Italy – food, fashion, furniture – continueranno a trascinare il nostro export in tutto il mondo. In questi settori siamo leader incontrastati e abbiamo ancora margini di crescita, perché la nostra reputazione in questi ambiti è inattaccabile e sta penetrando anche nei mercati emergenti – su tutti quelli asiatici, ovviamente. Anche in questi settori l’innovazione dei processi produttivi sarà inevitabile: prevedere con esattezza i tempi con cui avverrà è difficile. Ma di certo una transizione è già in atto e verrà accelerata dal passaggio generazionale che, nei prossimi anni, riguarderà molte aziende nostrane”.

Negli anni ’60 e ’70 l’automotive ha rappresentato il vero motore del nostro Paese. Oggi può ancora dire la sua? O verrà soppiantato da altre industrie?

Il contesto degli anni ’60 e ’70 era completamente diverso da quello di oggi e fare una comparazione è molto difficile. I mercati asiatici non esistevano e la globalizzazione nemmeno: in Italia c’erano delle condizioni di mercato (costo del lavoro, domanda interna, etc.) che oggi semplicemente non esistono più, per cui è tutto molto più complicato. In generale, i dati ci dicono che le imprese italiane sono sempre più legate a terziario e sempre meno all’industria in senso stretto. Ma la fusione di Fca con Psa è una buona notizia: in un contesto in cui, anche nell’automotive, la competizione è tra colossi, la fusione con il gruppo francese è una grande opportunità che potrebbe estendere i suoi benefici a molti altri attori dell’ecosistema imprenditoriale italiano.    

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