GESTIRE L'IMPRESA

La frenata industriale (per ora)
non spaventa gli stranieri

La manifattura italiana rimane la seconda in Europa e un modello efficace, anche grazie alla dinamica degli incentivi. Così, da Hitaci a Hyva, da Fanuc a Bosch, le multinazionali puntano sul Belpaese

Marco Scotti
La frenata industriale (per ora)non spaventa gli stranieri

Se coi tempi che corrono basta un colpo di tosse per essere additati come untori e come veicolo del temutissimo Coronavirus, è forse il caso di sottoporre a un esame più approfondito l’industria italiana. Non perché sia affetta da un male contagioso – ci mancherebbe – ma perché sta vivendo un momento complicato che potrebbe essere catalogato come banale malanno di stagione o come sintomo di un disturbo più grave. Fuor di metafora, sono due i fattori che fanno drizzare le antenne agli osservatori e agli addetti ai lavori: un robustissimo calo degli ordinativi di macchinari industriali (attendibile ma non per questo meno allarmante) e la prima frenata della produzione dal 2014. È soprattutto quest’ultimo parametro che preoccupa: l’Istat, infatti, ha stimato per il dicembre 2019 un calo del 4,3% su base annua. Non siamo soli, per carità: Francia (-3%) e Germania (-6,9%) ci fanno compagnia. Ma il detto “mal comune mezzo gaudio” sembra decisamente fuori luogo. Anche perché si tratta dello stop più brusco dal 2013 – quando ancora si sentiva forte e chiara l’eco della crisi finanziaria – e dal 2014 in assoluto. Non va meglio sul fronte degli ordinativi: anche nell’ultimo trimestre del 2019 si è visto un calo degli acquisti di macchine utensili, con un -21,2% rispetto al quarto trimestre dell’anno precedente. Ma questa dinamica è più comprensibile: il Piano Calenda, con iperammortamento e superammortamento, ha dato il via a una corsa all’acquisto che ha permesso di svecchiare un parco macchine tra i più vetusti del continente. Ovviamente, si tratta di dispositivi che non possono essere ricomprati con cadenza annuale e di conseguenza anche Ucimu, l’associazione dei costruttori di macchine utensili, ha parlato di frenata “fisiologica”. 

Il Piano Calenda ha dato il via a una corsa all’acquisto di macchine:questo spiega il calo degli ordinativi e la frenata della produzione

E dunque? Dunque serve dare una scossa all’intero comparto provando a puntare su alcune opportunità, che possono rientrare sotto due grandi “cappelli”: aprirsi al capitale straniero o innovare (e rinnovare) i propri modelli di business. Perché le multinazionali estere guardano a noi con favore, mentre la manifattura italiana rimane comunque la seconda in Europa e un modello efficace, nonostante qualche giramento di testa passeggero. Ecco qualche caso di successo sia per quanto riguarda la presenza estera, sia per quanto concerne l’imprenditoria nostrana. 

Con l’acquisizione di Ansaldo, la multinazionale Hitachi ha consolidato la propria presenza nell’industria ferroviaria

C’è Hitachi, una multinazionale giapponese da quasi 80 miliardi di euro di fatturato, che in Italia c’è e non ha alcuna intenzione di andarsene, nonostante condizioni non particolarmente vantaggiose, soprattutto per quello che concerne la rete elettrica, sia in termini di costi, sia dal punto di vista dell’affidabilità. Tra il 2007 e il 2017, ad esempio, il tempo perso a causa delle interruzioni di fornitura di energia elettrica è aumentato di 19,5 minuti. «Con l’acquisizione di Ansaldo – ci spiega Alistair Dormer, Executive Vice President Hitachi Ltd – abbiamo consolidato la nostra presenza nell’industria ferroviaria. La nostra azienda è un attore globale del settore con un portfolio ampio che include treni, servizi e segnaletica, ma anche una maggiore offerta digitale. Abbiamo una competenza che mette insieme le nostre esperienze nel mercato delle tecnologie operative con quelle nell’It, digital technology e intelligenza artificiale. Operiamo inoltre su scala internazionale, con expertise in ogni aspetto legato a mobilità, trasporti e IT, garantendo ad Ansaldo un vantaggio competitivo. Stiamo lavorando per migliorare la qualità dei servizi che offriamo. Ad esempio, l’abilità di intercettare i malfunzionamenti ci potrà permettere di mantenere i treni in condizioni ottimali e di eliminare i problemi prima che si manifestino, aumentando i livelli di sicurezza». E l’Italia beneficia di una certa similitudine con il Giappone, come ricorda Dormer, in particolare per quanto concerne il tessuto economico e sociale. Anche da noi, infatti, «la popolazione anziana rappresenta un’ampia percentuale rispetto al totale, si pensi che il 23% è over 65. Inoltre, l’Italia vive il calo demografico e ha performance basse in termini di crescita economica rispetto ad altre economie avanzate. Ma nonostante questo contesto, entrambi i paesi sono caratterizzati dalla presenza di alti livelli di competenze in svariati settori: il Giappone è il quarto paese al mondo per la registrazione di brevetti, l’Italia l’ottavo; entrambi i paesi sono precursori nel campo della robotica, il Giappone è il secondo al mondo e l’Italia il decimo».

Oppure c’è chi ha scelto il nostro Paese non soltanto come territorio in cui investire, ma come zona di punta dell’intero business, tanto da affidarsi a un manager nostrano. È il caso di Hyva, multinazionale olandese – presente in oltre 30 Paesi e con 80 nuovi modelli di gru in rampa di lancio – leader mondiale nella produzione di macchinari per l’edilizia che, dal 2013, ha deciso di “traslocare” nel nostro Paese (dall’Olanda) l’intera linea produttiva delle gru a Poviglio, in Emilia. Non solo: l’amministratore delegato del gruppo è l’italiano Marco Mazzù. Sotto la sua guida i ricavi sono raddoppiati, arrivando a 729 milioni di euro. «L’Italia – ci spiega l’ad di Hyva – rappresenta il 10% del fatturato complessivo, ma il 95% della produzione viene esportata. Abbiamo quattro centri di sviluppo in tutto, compreso uno in Italia, tramite il quale lanceremo quest’anno le prime due unità di gru completamente elettriche. Si tratta di un’innovazone fondamentale perché sempre più, nelle grandi città, ci sarà la tendenza a richiedere meno camion per abbattere l’inquinamento sonoro e ambientale. È vero, il sistema elettrico è più caro di quello tradizionale, per questo servirà una volontà da parte dei governanti per quanto concerne gli incentivi». L’avventura di Hyva nel nostro Paese è iniziata nel 2007 con l’acquisizione di Amco Veba: si è gradualmente deciso di puntare sempre più su questa azienda, storico produttore di gru, per la realizzazione di un centro di eccellenza per la produzione globale, investendo molto in ricerca e sviluppo. Oggi la spesa in r&d per l’Italia si attesta intorno ai 4-5 milioni di euro. 

Bosch Rexroth ha deciso di puntare su un italiano, Federico Perelli, come direttore di progetto per l’elettrificazione mobile in Germania

Altre due multinazionali che hanno deciso di scommettere sul nostro Paese sono Fanuc – azienda giapponese di robotica con un fatturato vicino ai 7 miliardi all’anno - e Bosch Rexroth – branch dedicata all’automazione del colosso tedesco. La prima ha inaugurato lo scorso anno un nuovo spazio multifunzione a Lainate, in provincia di Milano, con un investimento di 25 milioni di euro. A riprova che il nostro è un mercato che funziona e che piace. Bosch Rexroth, invece, ha trovato nel nostro Paese il luogo adatto per innovare, grazie a un Customer Center che offre ai clienti di lavorare in un ambiente che permette una vista diretta sui prodotti. Non solo: l’azienda ha deciso di puntare su un italiano, Federico Perelli, come direttore di progetto per l’elettrificazione mobile nel quartier generale in Germania.

C’è poi un esempio, invece, di come la costante ricerca di un’innovazione “buona” sia una soluzione efficace anche per aziende interamente italiane: è il caso di Elmec, che da quasi mezzo secolo offre varie soluzioni alle imprese. Inizialmente, attraverso l’elaborazione meccanografica, poi, a partire dagli anni ’80, con l’impiego delle tecnologie sempre più avanzate. In particolare, negli ultimi 7-8 anni si è data una fortissima spinta alla ricerca e sviluppo. «Abbiamo investito – ci spiega il Ceo Alessandro Ballerio – una settantina di milioni in innovazione. Oggi ci stiamo concentrando sulla sicurezza informatica. Proprio la parte più squisitamente It sta cambiando pelle rapidamente: la divisione oggi vale 120 milioni, fatti per il 55% dalla vendita di servizi. Dieci anni fa la quota arrivava a fatica al 20%». La cybersecurity, che solo ora sta diventando un tema di rilevanza mondiale, è l’ultima tecnologia su cui Elmec ha deciso di concentrarsi. D’altronde, secondo l’azienda entro il 2021 i danni del cybercrimine supereranno in valore quelli di tutti i disastri naturali combinati, con profitti che – udite udite – sopravanzeranno perfino quelli del narcotraffico. Infine, per ampliare la propria presenza sul territorio, a ottobre dello scorso anno è stato inaugurato un centro a Varese particolarmente “intelligente”. «Si tratta - conclude Ballerio - di un ambiente che favorisce la creatività e l’innovazione. Favoriamo lo smart working e abbiamo avviato una serie di soluzioni, a volte anche “spinte” in termini di sicurezza, di sostenibilità e di comfort».  

Professioni e digitale

«Se la nostra categoria non riesce a dare un colpo di reni rischia di restare fuori dall’evoluzione digitale»: è esplicito Andrea Cortellazzo, commercialista padovano, da vent’anni in prima linea sulla digitalizzazione della professione. Cortellazzo è stato tra i relatori di “Imprese, professioni & digitale: nuovi rischi, nuove professioni”, l’incontro organizzato da Economy Group con il sostegno dell’Ordine dei commercialista di Padova, che ha riconosciuto all’evento i crediti formativi. Per Cortellazzo l’evoluzione tecnologica della categoria è un imperativo categorico. Concetto condiviso dagli altri partner dell’incontro, da Mauro Tranquilli, Ceo di DocFinance, a Fabrizio Bulgarelli, partner di Rsm, dall’ex procuratore aggiunto di Milano e oggi presidente della Sangalli di Monza Alfredo Robledo a Enrico Causero di TeamSystem, Roberto Guerrini di Ic&Partners e Carlo Rossi Chauvenet, partner di CrcLex.

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