IN COLLABORAZIONE con FEDERMANAGER

Alla ricerca del manager del futuro

La seconda edizione dell'Osservatorio 4.Manager promosso da Federmanager e Confindustria fotografa un tessuto imprenditoriale che ha compreso l'importanza del management. Ma non sa dove trovarlo

Marco Scotti
Alla ricerca del manager del futuro

Partiamo da un dato: delle aziende con un fatturato superiore ai 10 milioni di euro in Italia, 784mila sono a guida familiare. Un record in Europa, con due conseguenze. In primo luogo che nel 70% dei casi l’intero management è espressione della proprietà. E, soprattutto, che le aziende a guida familiare che non hanno una dirigenza composta anche – se non esclusivamente – da manager esterni hanno una performance mediamente più bassa di quanto avviene negli altri Paesi europei. A questo scenario già critico si aggiunge un ulteriore problema: quello della mancanza di innovazione. Negli ultimi dieci anni lo scenario competitivo si è esteso a dismisura, creando una globalizzazione 4.0 che costringe le imprese a una serie di trasformazioni. Da questo punto di vista, è il manifatturiero – comparto in cui il nostro Paese ha sempre avuto un ruolo preminente a livello mondiale – il settore che ha dovuto affrontare le trasformazioni, per una duplice rivoluzione. Da un lato una necessità di abbattimento dei costi. Dall’altro il nuovo paradigma industriale 4.0 richiede nuove competenze, nuove figure professionali e nuovi macchinari per raggiungere un obiettivo che sembrava un ossimoro: la mass customization di prodotti un tempo serializzati.

L'italia mostra evidenti segnali di rischio competitivo: è al 17° posto in europa. A difettare sono competenze e tecnologia

Per comprendere quali siano le nuove necessità del mondo imprenditoriale, e per convincere le famiglie della necessità di aprirsi a un nuovo management con esperienze diverse e più tecnologicamente avanzate, Federmanager e Confindustria hanno creato un apposito Osservatorio, 4.Manager, che ha il compito di individuare i trend economici, di mercato, tecnologici, normativi e socio-culturali, al fine di comprendere l’evoluzione delle competenze manageriali nel nostro Paese. Nelle scorse settimane a Roma è stato presentato il 2° rapporto dell’Osservatorio. L’obiettivo è quello di comprendere in che modo le imprese siano chiamate a modificare il tradizionale modo di produrre e fare business, individuando le competenze manageriali necessarie a competere nel nuovo contesto di mercato. Per le imprese, le competenze manageriali costituiscono un volano di crescita, per stare al passo con il mercato che evolve e per essere più competitive anche agli occhi dei player internazionali. «L’Italia – ci spiega Stefano Cuzzilla, presidente di Federmanager - mostra evidenti segnali di rischio competitivo come emerge, ad esempio, dall’edizione 2018 del Rapporto sulla competitività globale del World Economic Forum che posiziona il nostro Paese al 31° posto su 140 Paesi presi in considerazione e al 17° tra i Paesi europei. Tra le cause di questa poco esaltante collocazione si rilevano gravi ritardi e lacune in alcune aree strategiche per una nazione moderna: il mercato del lavoro (79° posto in graduatoria) e dei capitali (49°); l’adozione di tecnologie digitali (52°); le skills (40°)».

Quello che appare evidente dall’Osservatorio è che una quota crescente di piccoli e medi imprenditori – anche nei settori tradizionali – mostra segnali d’interesse e apertura verso le competenze manageriali: per ampliare il mercato di riferimento; per il miglioramento dell’efficienza aziendale; per incrementare il valore del prodotto. L’incontro tra domanda e offerta di competenze manageriali è ostacolato da un evidente mismatch che, se non mitigato, potrebbe essere destinato ad ampliarsi. Le nuove parole d’ordine sono quindi change management, leadership, people management e soft skills. In altre parole, un numero crescente di imprenditori sta spostando il proprio focus principale dal “fare” (produzione e vendita) a forme più sofisticate di governance, inclusa l’acquisizione di conoscenze e competenze tipicamente manageriali in grado di adattare velocemente il valore del prodotto e l’efficienza aziendale alle sollecitazioni provenienti dall’ambiente esterno. Particolarmente interessante è che le manifestazioni di “contaminazione”, tra la tipica funzione imprenditoriale e quella manageriale, caratterizzano anche le PMI (soprattutto con più di 50 dipendenti), incluse quelle operanti nei settori classificati come “tradizionali”. Ad alimentare ulteriormente la spinta verso questa “ibridazione” ci sono almeno tre fattori: l’innovazione; l’attenzione quasi “ossessiva” alla qualità; la diversificazione dei mercati.

«L’innovazione - prosegue Cuzzilla - è ormai percepita quasi come un obbligo da parte degli intervistati per la stesura del Rapporto ed ha il potere di indurre anche comportamenti virtuosi da parte sia degli imprenditori sia dei manager». Ad esempio, la maggior parte degli imprenditori dedica tempo formativo personale proprio a questo tema, e in particolare, a innovazione e change management, nel 59% dei casi e a competenze digitali (33%). Molte aziende hanno reagito alla crescente competitività sui prezzi elevando notevolmente la qualità dei prodotti e quella dei servizi ad essi associati. Questa complessa strategia di differenziazione qualitativa può essere realizzata solo se avviene in modo pervasivo a tutti i livelli dell’organizzazione aziendale, pertanto richiede comportamenti imprenditoriali focalizzati sia sul “fare”, sia sul “gestire”. Diversificare i mercati di riferimento è, in molti settori, quasi indispensabile per garantire la sopravvivenza dell’impresa, ma questi processi, ed in particolare quelli di internazionalizzazione, richiedono competenze chiaramente manageriali. Un dato interessante è che questi processi stanno avvenendo secondo traiettorie che seguono l’impronta genetica della via italiana alla manifattura, ossia preservando, anche nella trasformazione, quegli asset che ci hanno resi leader in moltissime nicchie di mercato. Questo nuovo “imprenditore-manager” sembra essere aperto a contributi manageriali esterni e, nella maggioranza dei casi, è consapevole che “le imprese che nei prossimi anni non si doteranno di competenze manageriali faranno fatica ad affrontare il cambiamento e ad essere competitive!”. In prospettiva, circa la metà degli imprenditori intervistati dichiara l’intenzione di assumere almeno un manager nei prossimi 3 anni; questa percentuale, nelle aziende prive di queste figure professionali, si attesta intorno al 30%. Gli imprenditori intervistati dichiarano, nell’87% dei casi, d’incontrare difficoltà nel reperire le figure manageriali. Questo dato sale addirittura al 91% al Nord del Paese, al 94% tra le imprese più giovani, e infine al 92% tra le imprese famigliari. I manager, in “prima linea” nella trasformazione insieme agli imprenditori, sono pienamente consapevoli dei cambiamenti in atto e stanno reagendo con una formazione mirata su innovazione e change management (43,5%), leadership (36,3%), people management (35,2%) (v.di grafico sopra). La sfida per cambiare radicalmente il tessuto imprenditoriale è appena partita, ai manager il compito di portare nuove competenze, hard o soft a seconda delle esigenze. Agli imprenditori serve la volontà di un cambio di rotta, sacrificando potere decisionale in cambio di risultati migliori. Un ottimo affare. 

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