SOSTENIBILITà

La strada del successo
è lastricata di buoni propositi

Creare un impatto sociale e ambientale positivo attraverso il proprio business: l'Italia ha il primato europeo per presenza di B Corp. Che secondo il Nobel Robert Shiller hanno la redditività migliore

Riccardo Venturi
La strada del successo è lastricata di buoni propositi

Le benefit corporation avranno performance migliori rispetto alle aziende tradizionali». Così il premio Nobel per l’Economia Robert Shiller ha dato il suo imprimatur alle B Corp, le imprese che con il loro business mirano a creare un impatto positivo sociale e ambientale. La buona notizia è che l’Italia è all’avanguardia, il che questa volta, come vedremo, non è sorprendente: ha il maggior numero di B Corp in Europa, oltre ottanta (sono 300 nel Vecchio continente e 2700 nel mondo); è il primo paese europeo ad aver varato una legge sulle società benefit, che oggi sono circa 500 – difficile avere un numero preciso, che è in rapido aumento, perché manca un registro nazionale e si deve passare dalle Camere di commercio. 

Il benefit impact assessment valuta il profilo di sostenibilità dell'impresa. le aziende possono fare l'autovalutazione online

Il movimento delle B Corp è nato negli Stati Uniti per iniziativa di B Lab, la no profit che ha sviluppato il benefit impact assessment, uno strumento per misurare il profilo di sostenibilità di un’impresa che si trova online (bimpactassessment.net). Partner italiano di B Lab è Nativa, una delle aziende fondatrici del movimento B Corp in Europa. «L’azienda può andare sul sito, registrarsi e misurare la propria sostenibilità rispondendo a circa 200 domande declinate in base a settore, dimensione, posizione geografica» dice Paolo Di Cesare, cofondatore di Nativa, «per sviluppare e rendere più accurato questo strumento sono stati spesi oltre 30 milioni di dollari negli scorsi 13 anni, fondi offerti da soggetti come la Rockfeller foundation». Il questionario indaga diversi aspetti dell’attività aziendale, dalla governance all’impatto sulle persone, l’ambiente e la comunità, intesa sia come luogo fisico in cui opera l’impresa e sia come comunità di fornitori. Lo scopo è quello di capire se l’azienda ha un impatto positivo o meno; più precisamente, se sta producendo più o meno valore di quanto ne utilizzi per poter funzionare. «Il punteggio va da zero a 200» spiega Di Cesare, «il total break even è a 80; al di sotto di quella soglia l’azienda è in un paradigma estrattivo, ovvero estrae valore e lo concentra nelle mani di pochi; al di sopra è invece in un paradigma rigenerativo». Ma raggiungere 80 punti è tutt’altro che semplice: 110mila imprese nel mondo hanno fatto il test, e solo meno di 3mila sono oggi B Corp. Per diventarlo serve un percorso di certificazione effettuato da un ente terzo, lo Standard Trust, che fa parte del mondo di B lab ma è separato da chi ne diffonde i principi. Ci vogliono tempo, risorse e impegno, insomma. «Non è detto che l’azienda abbia subito gli 80 punti, la stragrande maggioranza delle 110mila che hanno fatto il questionario sta lavorando per migliorare e raggiungere questo risultato» spiega il cofondatore di Nativa, «ma la stessa certificazione va vista come un punto di partenza. Chiesi Farmaceutici è la prima del settore a diventare B Corp e la più grande d’Europa con quasi 2 miliardi di fatturato, un traguardo raggiunto dopo due anni tra analisi, assessment, processo e certificazione. Una volta diventata B Corp, i suoi vertici hanno detto: questo è l’inizio di un viaggio, abbiamo trovato tanti elementi positivi per migliorare».

La certificazione è solo il punto di partenza. Ottenerla non è semplice, ma poi permette di far volare il fatturato

Il fatto che l’Italia guidi in Europa la crescita delle B Corp non è casuale. Lo spirito delle società benefit è già ben presente nella tradizione dell’economia civile settecentesca, con Antonio Genovesi, primo titolare di una cattedra di Economia, e Gaetano Filangieri a Napoli, Pietro Verri, Cesare Beccaria e Carlo Cattaneo a Milano. «Una tradizione che prima ancora si può far risalire ai monaci benedettini» dice Massimo Folador, docente di Business Ethics della Liuc Business School, «che hanno molto operato in questa direzione, pur non avendo prodotto un corpus teorico». E poi ci sono le aziende del Novecento, come la Olivetti e la Ferrero. Gli imprenditori italiani sono dunque più ricettivi a questo approccio anche per una questione di dna culturale. «Ho scoperto che Michele Ferrero fece il primo incontro sulla sostenibilità nel 1961» osserva Folador, «i risultati economico finanziari ottenuti dalla Ferrero si fanno dipendere da prodotti come la Nutella, ma la loro vera origine probabilmente è lì». L’osservazione di Folador riporta al tema delle migliori performance ottenute dalle aziende attente ai temi della sostenibilità: «Cucinelli, che ha avuto per 10 anni nel cda l’abate di Norcia, ne è un esempio evidente» sottolinea il docente di Business Ethics della Liuc Business School, «è importante che le aziende comprendano che la sostenibilità ambientale e sociale fa ottenere quella economica; non rende solo sostenibile il risultato, ma anche incrementale». «Per il private equity, maggiore attenzione alle tematiche Esg (ambientali, sociali e di governance) significa migliore performance» conferma Walter Ricciotti, fondatore e ad del gruppo Quadrivio, «inizialmente l’attenzione era rivolta soprattutto alla g di governance, ma ora è cresciuto anche il ruolo delle altre due lettere». 

Il movimento delle B Corp ha avuto un’accelerazione dopo la diffusione della “Dichiarazione sullo scopo di una società” da parte della Business Roundtable, l’associazione che riunisce gli amministratori delegati delle 181 maggiori corporation americane, da Facebook a General Motors, da Apple a Boeing, che impiegano 15 milioni di persone, diffusa lo scorso 19 agosto. «Rispettiamo le persone nelle nostre comunità e proteggiamo l'ambiente, abbracciando le pratiche sostenibili in tutte le nostre imprese; investiamo nei nostri dipendenti, remunerandoli in modo equo» si legge nella dichiarazione: sembra il manifesto delle B Corp. «I principali datori di lavoro stanno investendo nei loro dipendenti e nelle loro comunità perché sanno che è il solo modo per avere successo nel lungo periodo» ha chiarito il chief executive di JP Morgan Jamie Dimon, che guida la Business Roundtable. Per la prima volta le maggiori società americane si distaccano ufficialmente dalla Shareholder theory di Milton Friedman in auge fin dagli anni Settanta, secondo la quale l’impresa deve pensare solo a massimizzare il profitto e distribuirlo tra gli azionisti; e lo fanno precisando che puntare sulla sostenibilità sociale e ambientale, creando valore per tutti gli stakeholder e non solo per gli azionisti, non è tanto o soltanto una scelta di carattere etico, ma appunto «l’unico modo per avere successo nel lungo periodo». «L’idea che la massimizzazione del profitto migliori la performance è falsa» dice il professor Stefano Zamagni, una vita in trincea in difesa dello sviluppo sostenibile, «lo aveva già dimostrato il Nobel Joseph Stiglitz alla fine degli anni Novanta, ma le mode sono dure a morire. Ora la dichiarazione delle 181 più grandi corporation dimostra che le cose stanno cambiando. Tutto è bene quel che finisce bene, ma sarebbe stato meglio cominciare prima: l’ambiente è stato rovinato dalle imprese che per massimizzare il profitto hanno deforestato, inquinato i fiumi, prodotto CO2, ormai lo capiscono anche i bambini». Per Zamagni, i criteri della sostenibilità fanno crescere il Pil molto più di quelli della shareholder theory: «Perché da circa 20 anni la crescita è così ridotta? Eppure la logica di massimizzazione del profitto è stata applicata» osserva Zamagni, «chi difende quella filosofia, affermando che porta alla crescita, mente. È successo il contrario, quella logica ha generato la grande crisi del 2008 e distrutto biliardi di valore. Con pochi ricchissimi e tanti poveri non c’è consumo e quindi non aumenta il Pil. A chi vendi le merci, specie quelle a valore aggiunto? Aumentano invece le disuguaglianze e le invidie sociali, un fattore che impedisce il progresso». 

Dopo la diffusione della “Dichiarazione sullo scopo di una società” da parte della Business Roundtable, le B corp hanno acquistato una pagina sul New York Times indirizzata alle 181 corporation che la compongono, dicendo: cari delegati, se volete passare dalle parole ai fatti sappiate che noi ci lavoriamo da tempo, e possiamo aiutarvi a farlo con rapidità: firmato dagli ad di Patagonia, Danone North America, Ben & Jerry’s e altre B Corp. Lo stesso è avvenuto in Italia: nella pagina su Repubblica e Corriere della Sera firmata dalle B Corp italiane, da Alessi a Fratelli Carli, da Aboca a Chiesi Farmaceutici, si legge: «Noi B Corp abbiamo già fatto questa scelta di sostenibilità: misuriamo il nostro impatto verso i lavoratori, i clienti, i fornitori, la comunità e l’ambiente con lo stesso rigore con cui misuriamo i nostri conti economici. Ora mettiamoci al lavoro insieme per cambiare davvero!». «Dopo la pubblicazione siamo stati contattati dalle 15 più grandi aziende italiane» dice il cofondatore di Nativa, «oltre che da decine di Pmi. In questo momento stiamo affiancando banche, aziende energetiche, del fashion, perché sviluppino il profilo di impatto intenzionale positivo delle B Corp. Siamo quasi sopraffatti dall’impegno». 

Nel gennaio del 2016 l'Italia è stata il primo paese europeo ad aver introdotto la benefit corporation governance

Le B Corp hanno promosso l’introduzione di leggi sulle società benefit, ovvero sulla Benefit Corporation Governance, che dopo essere state varate in numerosi stati degli Usa (ma non come legge federale) è arrivata anche in Italia, dove è entrata in vigore, primo paese europeo e primo paese sovrano al mondo, a gennaio 2016. «La shareholder primacy, ovvero il primato degli azionisti, è sancita anche dal Codice civile italiano» spiega Di Cesare, «l’azienda nasce per dividere gli utili, e se l’ad volesse agire diversamente, anche in direzione della sostenibilità, gli stessi azionisti potrebbero esautorarlo». Di qui l’idea di dare la possibilità alle aziende di inserire nello statuto, accanto allo scopo di dividere gli utili, “una o più finalità di beneficio comune”. Prima che la legge entrasse in vigore, mettere nello statuto scopi diversi da quelli della divisione degli utili era illegale: «Nel 2011 io e il mio socio Eric Ezechieli abbiamo deciso, sull’esempio delle B Corp Usa, di cambiare lo statuto di Nativa, inserendo tra gli scopi la massimizzazione della felicità di chi ci lavora e la diffusione di modelli economici industriali sostenibili» racconta il cofondatore di Nativa, «ma la Camera di Commercio di Milano ha bocciato la nostra richiesta per quattro volte, applicando la legge, secondo la quale non si poteva avere uno scopo statutario diverso dalla divisione degli utili. La quinta volta hanno accettato, per sfinimento». Adriano Olivetti parlava di vocazione dell’impresa al di là del profitto: oggi quella vocazione può essere inserita nell’oggetto sociale dello statuto, che la protegge. «Qualcuno confonde l’attività delle B Corp con il give back americano, ma non è quello» sottolinea Di Cesare, «Mentre faccio business sto avendo un impatto positivo: questa è la grande differenza. Per fare un esempio, Crepes and waffle, catena di ristoranti colombiana diffusa in tutta l’America latina, negli Stati Uniti e in Spagna, ha inserito nello statuto la finalità di assumere madri single» mette in evidenza il cofondatore di Nativa, «e oggi su 9mila dipendenti, 8700 sono madri single». D’altra parte, «La confidenza è l'anima del commercio, (...) senza di essa tutte le parti che compongono il suo edificio crollano da sé medesime». L’ha detto il fondatore americano delle B Corp. Correction: Gaetano Filangieri, nel Settecento.

Le B Corp performano meglio  perché intercettano un trend ormai dominante

Diventare una società benefit è un modo per obbligarsi a seguire un trend ormai dominante: «Il 70% delle persone è interessata alla sostenibilità» evidenzia Simone Molteni, direttore scientifico di Lifegate, «con la società benefit si sta tatuando nel dna dell’azienda quello che è esattamente il percorso obbligato da fare per stare al passo dei tempi. Non mi stupisce quindi che le B Corp performino meglio, chi sa intercettare i trend ne trae sempre vantaggio». Ma l’inserimento dell’obiettivo di carattere sociale o ambientale nello statuto è anche il grimaldello che può fare saltare le resistenze all’interno dell’azienda: «Come Lifegate lavoriamo da 20 anni con aziende che vogliono fare percorsi di sostenibilità» racconta Molteni, «troppe volte ho visto non arrivare a terra l’entusiasmo e la visione dell’ad o dei manager, bloccata nei mille rigagnoli delle procedure, dei processi, della burocrazia interna che è troppo legata a abitudini dure a morire: la classica resistenza al cambiamento. Il fatto di poter dire: non è mia una mia idea, ma qualcosa che entra nello statuto giuridico, è un messaggio molto forte per chi è all’interno dell’azienda, fa capire che non è un capriccio, una moda che magari tra due mesi ce la cambiano…».

Sostenibilità fa rima con merito creditizio

La sostenibilità sociale porta con sé quella economica: una conferma arriva dagli ottimi risultati di Banca Prossima, ora confluita nella direzione Impact di Intesa Sanpaolo. “In quasi 12 anni di attività il monte credito di Banca Prossima si è deteriorato per il 2,6%, un dato eccezionalmente buono soprattutto considerato che – grazie al nostro Fondo di Sviluppo - abbiamo finanziato 1.700 soggetti che non avevano merito di credito” spiega Marco Morganti, responsabile direzione Impact di Intesa Sanpaolo, “tutte associazioni, fondazioni, cooperative e opere sociali delle chiese. Il risultato è stato eccezionale: il 91% dei soggetti appartenenti alla categoria dei “primi esclusi dal credito” non solo sono rimasti in piedi, ma stanno restituendo con regolarità, e molti di loro hanno scalato anche 4-5 categorie nella valutazione creditizia». Con la direzione Impact che eredita questa esperienza e la estende a tutta l’economia, Intesa Sanpaolo dà anche un segnale di apertura verso le imprese profit orientate a una logica di impatto sociale, come le B Corp. Con il nuovo Fund for Impact estendiamo la nostra azione dal B2B (il mondo del nonprofit mercato di Banca Prossima) al B2C, rivolgendoci ai cittadini primi esclusi, come gli studenti universitari, ai quali concediamo un prestito senza alcuna garanzia fino a 50.000,00 euro, restituibili a tasso fisso in 30 anni."

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