tax governance survey

Il Moloch del Fisco
sulla strada delle imprese

Non c’è solo la sproporzione tra quanto si versa e i servizi che si ricevono: quello che non va è il rapporto (sbilanciato) di forza esercitato dall’autorità nella dialettica con l’azienda contribuente

Redazione Web
Il Moloch del Fisco sulla strada delle imprese

Nel suo significato corrente il Moloch è un’istituzione che richiede un grande sacrificio. Le sue origini si perdono nella notte dei tempi, tanto che già nella Bibbia viene citato come il dio, venerato dai Cananei, al quale venivano offerti in sacrificio dei bambini. Sicuramente per questa ragione nel dibattito sulle imposte, ricorrente tra gli imprenditori, il Fisco viene visto, appunto, come il Moloch, e la conclusione della discussione è sempre che il prelievo fiscale sia eccessivo. 

Naturalmente non c’è da stupirsi che gli imprenditori vedano il reddito prodotto dall’azienda come il loro “bambino”, e non siano felici di “sacrificarlo” sull’altare del Fisco. Ma anche la polemica sulle tasse si perde all’origine della convivenza umana, con la necessità dei singoli di contribuire alle spese comuni. I sistemi utilizzati dagli egizi, che stimavano le imposte dovute sulla base della piena del Nilo, non erano molto diversi dagli attuali studi di settore, e anche i romani dovevano dichiarare reddito e patrimonio come si fa oggi. Più che il dovere di contribuire alla vita in comunità – difesa, giustizia, sanità, istruzione, ma anche infrastrutture e welfare  – ciò che irrita gli imprenditori sono il costo, giudicato spropositato, pagato per i servizi ricevuti, e l’abuso della posizione di forza esercitata dall’Autorità nella dialettica con l’azienda. Questo è stato uno degli aspetti analizzati dalla Tax Governance Survey promossa da Lisa Vascellari (Studio Biscozzi Nobili Piazza), Stefano Modena (Governance Advisors) e Michela Zeme, con il coordinamento di Enrico Maria Bignami e Roberto Cravero del Consiglio Direttivo di Nedcommunity, l’associazione degli amministratori indipendenti. La ricerca si è posta l’obiettivo di misurare il grado di consapevolezza degli organi sociali in relazione alla rilevanza della gestione della variabile fiscale con il contributo di 50 tra amministratori, sindaci e altre figure apicali di aziende di diverse dimensioni e settori, e ha analizzato il sistema di controllo interno e approfondito le modalità con cui è attuato il presidio dei rischi fiscali. 

Dalla tax governance survey emerge che il 72 per cento degli intervistati aderirebbe a una forma di dialogo preventivo

La materia, molto tecnica e specialistica, viene normalmente delegata dagli amministratori ai consulenti o alle funzioni specializzate, ma ciò non toglie che il tema rientri tra i rischi che l’azienda deve gestire, e quindi tra le competenze specifiche del consiglio di amministrazione. Tra i risultati più interessanti di questo lavoro spicca il favorevole atteggiamento del 94% degli intervistati verso la promozione di un dialogo preventivo con l’Amministrazione Finanziaria. Questa, dal canto suo, cinque anni fa ha introdotto una modalità di interlocuzione mirata al dialogo preventivo con l’azienda, in particolare sulle questioni più complesse, il cosiddetto “adempimento collaborativo”. Finora riservato alle grandissime aziende, questa modalità sarà presto allargata ad una platea più ampia, a riprova della positività dell’esperienza fatta. Dalla ricerca è emerso anche che, se fosse possibile, il 72% degli intervistati sarebbe propenso ad aderire ad un sistema di questo tipo. Se ne può dedurre un progressivo aumento della consapevolezza del rischio fiscale e della necessità della sua gestione non solo termini di risposta una volta instaurato il contenzioso. A un’attenta lettura della survey non sfugge però l’arretratezza degli attuali sistemi di governo di questo rischio, tanto che solo nel 12% dei casi il flusso informativo tra funzione fiscale, o consulente, e il consiglio di amministrazione è “costante”, mentre la modalità più comune, adottata nel 37% dei casi, è ad “evento”. 

Nel 40% dei casi il rischio fiscale viene preso in considerazione solo in caso di accertamenti, oppure quando si studiano operazioni straordinarie (38%), e solo nel 22% è parte organica della definizione della strategia aziendale. L’implementazione di adeguati sistemi di controllo a presidio dei rischi è sicuramente uno dei punti sui quali si concentrerà l’attività delle aziende e dei consigli di amministrazione, da qui in avanti, anche sulla spinta che può dare l’adeguamento ai reati fiscali, introdotti di recente, dei Modelli 231”. “L’attività di mappatura dei rischi, unitamente alla necessità di predisporre protocolli per la loro gestione, possono contribuire allo sviluppo di una cultura aziendale basata sulla legalità e un rapporto trasparente con il Fisco. Si tratta di un’occasione da non perdere, in quanto, al pari dei sistemi di certificazione della gestione ambientale per i reati ambientali, non costituiranno un’esimente per i reati fiscali, ma consentiranno di agire in modo da evitare, in alcuni casi di incorrere in questo tipo di illeciti, e in altri di dimostrare all’Amministrazione Finanziaria i criteri e le considerazioni sulle quali sono state basate le scelte che dovessero essere contestate. 

D’altra parte il problema dell’evasione fiscale non è solo italiano, tanto che già nel 2013 l’Ocse ha emesso un documento in cui ha definito il Tax Control Framework, un complesso di linee guida per la corretta gestione della fiscalità. La revisione del Modello 231, quindi, può essere l’occasione per introdurre in azienda un sistema che migliori la gestione della varabile fiscale, ma soprattutto il rapporto tra Fisco e azienda. Nedcommunity ha organizzato recentemente un webinar per discutere la citata survey, a cui hanno partecipato il Responsabile dell’ufficio adempimento collaborativi dell’Agenzia delle Entrate Marco Zonetti, la Professoressa Livia Salvini, Sindaco di Atlantia e il presidente di Unindustria Roma, Filippo Tortoriello. Quest’ultimo ha sottolineato il ruolo svolto dagli industriali nella promozione di normative e meccanismi finalizzati alla compliance tributaria - come, ad esempio, l’introduzione della fatturazione elettronica - a riprova della volontà delle aziende stesse di adempiere alle obbligazioni fiscali, mentre l’atteggiamento dell’Amministrazione verso le aziende resta di natura “persecutoria”. 

L’elevata complessità e farraginosità delle norme e, in alcuni casi, anche di quelli che dovrebbero essere i chiarimenti da parte dell’Agenzia delle Entrate, come, ad esempio, le risposte alle istanze di interpello, non fanno che incrementare l’asimmetria informativa, danneggiando anche le imprese che pongono in essere comportamenti corretti. Non da ultimo, si pone il problema dei crediti verso il Fisco , soprattutto quando, pur nella certezza della loro esigibilità immediata, vengono saldati con tale ingiustificato ritardo da compromettere la continuità aziendale. Questo caso rende evidente come la sottrazione di risorse all’azienda, per quanto finalizzata a fornirle i servizi di cui ha bisogno per la propria attività, diventa un clamoroso boomerang poiché, portandola al dissesto, preclude ogni possibile ulteriore contributo alla comunità. Il conseguente fallimento, inoltre, porta gravi scompensi a tutti gli stakeholder, a cominciare dai dipendenti, il cui sostentamento ricade sul resto della collettività, i fornitori, che si accollano il costo del mancato pagamento delle forniture, riducendo il proprio utile e quindi l’imponibile fiscale e le banche, le cui sofferenze riducono la capacità di credito ad altri soggetti meritevoli. 

Prima ancora del solito discorso sulla spending review, che assomiglia sempre di più ad un esercizio di politica redistributiva al contrario, sembra che sia arrivato il momento di interrogarsi sulla “qualità della spesa”. Soprattutto ora che appare chiaro che lo Stato dovrà trovare il modo di sostenere le aziende e i cittadini attingendo al credito, il vero punto diventa individuare quelle spese in grado di generare effetti moltiplicativi e spingere una forte ripresa economica. Non solo, ma anche una grande occasione per sottrarre risorse dal settore pubblico da convogliare verso i mercati finanziari, facendone crescere l’efficienza.

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