FINANZIARE L'IMPRESA

La corsa a ostacoli
un decreto dopo l’altro

Altro che “liquidità immediata”, come annunciato trionfalmente da Giuseppe Conte: per accedere ai finanziamenti garantiti dal Fondo centrale e da Sace la trafila da affrontare è lunga e dall’esito incerto

Giuseppe Capriuolo e Marina Marinetti
La corsa a ostacoliun decreto dopo l’altro

La corsa a ostacoli un decreto dopo l’altro

Senza acqua la papera non galleggia. Se le spese restano e le entrate spariscono nessuna azienda è in grado di sopravvivere. «Dal decreto di oggi», aveva twittato il premier Giuseppe Conte il 6 aprile, due giorni prima della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del Decreto Imprese -«arrivano 400 miliardi di liquidità per le imprese, con il #CuraItalia ne avevamo liberati 350. Parliamo di 750 miliardi, quasi la metà del nostro Pil. Lo Stato c’è e mette subito la sua potenza di fuoco nel motore dell’economia». Quanti saranno realmente i miliardi dipenderà dalle banche (per i motivi che vedremo nelle prossime pagine): è a loro che tocca erogare finanziamenti di durata non superiore a 6 anni, con la possibilità per le imprese di avvalersi di un preammortamento di durata fino a 24 mesi. Lo Stato, da parte sua, si impegna a garantire - ma non del tutto - questi finanziamenti attraverso il Fondo di garanzia per le Pmi, la cui dotazione finanziaria è stata incrementata di 1,5 miliardi di euro (ed estesa alle aziende con meno di 500 dipendenti) arrivando dunque a 7 miliardi (neanche il Governo crede che siano sufficienti, tant’è che ha messo nero su bianco il principio del “fino a capienza” delle risorse disponibili) e, con il Decreto Imprese, attraverso Sace – che resta nel perimetro di Cdp, ma passa sotto il coordinamento del Ministero dell’Economia, attuando il disegno avviato dal ministro Roberto Gualtieri e dal direttore generale del Tesoro Alessandro Rivera durante il “Conte 1” - che fornirà garanzie a prima richiesta per 200 miliardi di euro, di cui almeno 30 dovranno essere a supporto delle Pmi, che però potranno accedervi solo dopo aver esaurito le garanzie del Fondo Centrale. Di risorse fresche, in effetti, ci sono solo i 1,7 miliardi di rifinanziamento del Fondo di garanzia per le Pmi stanziati nel decreto Cura Italia e un miliardo di euro assegnato a Sace dal comma 14 dell’articolo 1 del decreto Imprese. Ne servirebbero almeno altri 30, che, assicura il Mef, arriveranno col Decreto Aprile (che arriverà a maggio), in itinere mentre andiamo in stampa e mentre a Bruxelles si tenta di capire quanto deficit aggiuntivo chiedere ancora al Parlamento di autorizzare (si punta ai 55-60 miliardi di euro). È chiaro che il Governo ipotizza una leva molto generosa, ma il Fondo di garanzia, stabilendo il 30% di accantonamento a titolo di coefficiente di rischio, ne ha deliberata una decisamente bassa: di 1 a 3, contro l’1 a 12 di normale operatività. Il che significa che con quegli 1,7 miliardi di euro stanziati si potranno coprire prestiti per 5,1 miliardi da spartire fra 4,3 milioni di Pmi (6,9 contando quelle fino a 499 dipendenti). E soprattutto, il presupposto è che il 93% dei beneficiari rimborserà il debito. 

Resta da vedere se le banche condivideranno tanto ottimismo, dato che in mancanza di garanzie pubbliche per il 100% dell’importo finanziato sono loro a rischiare e quindi la loro discrezionalità è determinante. La garanzia stabilita già dal Cura Italia, infatti, era sì gratuita, ma la percentuale massima di copertura non superava l’80% per la garanzia diretta e il 90% per la riassicurazione dei confidi, peraltro fino ad un importo massimo di 1,5 milioni di euro per ogni impresa. È pur vero che il limite di importo garantito per impresa era stato già innalzato da 2,5 milioni a 5 milioni di euro, con misure ordinarie di copertura oltre il limite di 1,5 milioni. «Si rischia che le banche non eroghino nuovi prestiti senza garanzia dello Stato perché temono che diventino npl», ha tuonato subito Innocenzo Cipolletta, presidente di Assonime, l’associazione delle società per azioni. Fosse solo questo il problema: se poi l’impresa fallisse, la garanzia statale verrebbe escussa dall’istituto di credito. A quel punto ci sarebbero tutte le condizioni per l’inquadramento della fattispecie nel reato di bancarotta preferenziale, peraltro procedibile d’ufficio per le imprese che hanno utilizzato i nuovi prestiti per far fronte a debiti chirografari e rimanere aperte. Nei guai finirebbe anche chi ha ricevuto la restituzione del prestito. Cioè la banca. Peccato che il decreto Imprese non si trovi traccia di nessuna disposizione che deroghi alla normativa penale fallimentare. 

Secondo il Presidente di Assonime Innocenzo Cipolletta «Si rischia che le banche non eroghino prestiti perché temono che diventino npl»

Per molti ma non per tutti

L’importo finanziabile? Non più dell’ammontare maggiore fra il 25% del fatturato e il doppio dei costi del personale fatti registrare nel 2019. Così, con lo snellimento delle procedure burocratiche per accedere alle garanzie concesse dal Fondo, è stata estesa al 100% la garanzia sui prestiti non superiori al 25 % di fatturato e fino ad un massimo di 800 mila euro, ed al 90% per quelli fino a 5 milioni di euro, in entrambi i casi senza valutazione andamentale da parte del soggetto erogatore. Ma l’istruttoria bancaria, però, ci sarà comunque, anche se si limiterà a valutare la struttura economica-finanziaria dell’impresa. E attenzione: in realtà lo Stato garantisce al 100% solo i prestiti fino a 25 mila euro (a patto di averne incassato 100mila nel 2019), esonerando le banche dalla valutazione di merito creditizio. Oltre questa soglia, lo Stato garantisce al massimo il 90% dell’importo e per ottenere quel 100% promesso occorre trovare un soggetto terzo (i confidi o un altro fondo) che si accolli la parte restante del rischio. In compenso, la garanzia si estende a soggetti che in centrale rischi siano segnalati per “inadempienze probabili”, nonché con presenza di operazioni classificate come “scadute” o “sconfinanti deteriorate” successivamente al 31 gennaio 2020. Non solo: è estesa anche alle società che dopo il 31 gennaio 2019 sono state ammesse a  procedure di concordato con continuità aziendale, hanno stipulato accordi di ristrutturazione o piano di risanamento. E possono accedere alla garanzia del Fondo persino i soggetti segnalati in centrale rischi e quelli sottoposti a procedure concorsuali finalizzate alla continuazione dell’attività economica.

Quanto a Sace e alle imprese più grandi, invece, le cose cambiano: nel Decreto Imprese si escludono dalle garanzie le aziende che alla data del 31 dicembre 2019 erano classificate nella categoria delle imprese in difficoltà, così come quelle che al 31 gennaio avevano già esposizioni deteriorate nei confronti del settore bancario. Proprio come il coronavirus, nessuno scampo per chi già è malandato di suo. E poi sia Pmi che midcap e grande aziende si devono impegnare a non distribuire dividendi né riacquistare azioni per tutto il 2020, a impiegare il finanziamento per pagare gli stipendi, per sostenere investimenti o come capitale circolante nelle attività localizzate in Italia e a “gestire i livelli occupazionali attraverso accordi sindacali”. Il che, in una situazione già critica di suo, pone nelle mani dei rappresentanti sindacali il delicatissimo ruolo di arbitri della sopravvivenza dell’impresa.

In pratica, la richiesta di finanziamento dovrà essere presentata dall’impresa direttamente alla banca o intermediario finanziario di riferimento, che ne verificheranno i criteri di eleggibilità effettueranno l’istruttoria creditizia e, in caso di esito positivo del processo di delibera, inseriranno la richiesta di garanzia nel portale online di Sace. Al termine dell’iter, Sace processerà la richiesta e, riscontrato l’esito positivo del processo di delibera, assegnerà alla pratica un Codice Unico Identificativo (Cui) emettendo la garanzia, controgarantita dallo Stato. La copertura sarà pari al 90% dell’importo del finanziamento, con procedura semplificata, per imprese con meno di 5.000 dipendenti in Italia e valore del fatturato fino a 1,5 miliardi di euro, all’80% dell’importo del finanziamento per imprese con valore del fatturato tra 1,5 miliardi e 5 miliardi di euro o con più di 5.000 dipendenti in Italia ed, infine, al 70% per le imprese con valore del fatturato superiore a 5 miliardi. Per le imprese con fatturato superiore a 1,5 miliardi di euro e più di 5.000 dipendenti, il rilascio della copertura è approvato con decreto del Ministro dell’Economia e delle Finanze (che può elevare la percentuale di copertura), sentito il Ministro dello Sviluppo Economico, sulla base dell’istruttoria Sace. Ma non illudiamoci: in mancanza di copertura pubblica al 100%, il boccino resta alle banche: saranno loro a decidere chi finanziare e chi no.

Infine, il Decreto Imprese libera fino a ulteriori 200 miliardi di risorse da destinare al potenziamento dell’export, introducendo un sistema di coassicurazione in base al quale gli impegni derivanti dall’attività assicurativa di Sace, per i rischi non di mercato, sono assunti dallo Stato per il 90% e dalla stessa società per il restante 10%. 

Il decreto imprese impegna Sace a garantire prestiti alle imprese fino a un ammontare massimo di 200 miliardi di euro

Fin qui, la teoria. Perché l’applicazione concreta delle misure sul credito alle imprese introdotte in aprile, al di là delle valutazioni di merito, sarà una lunga maratona resa ancora più difficoltosa non tanto dalla necessità di dribblare norme contorte, resistenze burocratiche, commi e sottocommi, visto che il Decreto Imprese è autoapplicativo. E perché la distribuzione delle risorse è demandata alle banche. Tra dipendenti in smart working e migliaia di richieste da processare, non sarà facile per gli istituti di credito assolvere al loro compito. Senza considerare che, già in condizioni normali di operatività, possono volerci ben più di tre mesi per l’erogazione di un finanziamento.

Le attese “misure di sostegno finanziario”, pertanto, sono destinate a dispiegare effetti reali per le imprese in tempi ancora incerti, ma prevedibilmente non brevi. E poi, specifica la circolare diramata dall’Abi agli istituti di credito, «la Banca deve dimostrare che, successivamente alla delibera del finanziamento per il quale viene richiesta la garanzia Sace, l’ammontare complessivo delle esposizioni nei confronti del soggetto beneficiario risulta superiore all’ammontare delle esposizioni detenute alla data di entrata in vigore del decreto, corretto per le eventuali riduzioni delle esposizioni intervenute tra le due date derivanti dal regolamento contrattuale stabilito prima dell’entrata in vigore di questo decreto legge». Vietato fare i furbi, pertanto, restituendo prestiti vecchi per richiederne di nuovi.

Contrariamente a quanto previsto per il fondo centrale i prestiti garantiti da sace non sono gratuiti e prevedono commissioni

Non ci sono pasti gratis

Contrariamente a quanto previsto dalla garanzia del Fondo centrale Pmi, gratuita in base alle regole del dl Liquidità, per i prestiti coperti da Sace ci sono commissioni sulla garanzia, il cui costo sale in base alla durata del piano di ammortamento. Le Pmi, infatti, dovranno pagare a titolo di commissioni 25 punti base il primo anno, 50 il secondo e il terzo anno, 100 dal quarto al sesto anno. Per le grandi aziende, invece, si tratta rispettivamente di 50, 100 e 200 punti base.

Non solo: «il soggetto richiedente – si legge nel documento diffuso dall’Abi - deve applicare al finanziamento garantito un tasso di interesse, nel caso di garanzia diretta o un premio complessivo di garanzia, nel caso di riassicurazione, che tiene conto della sola copertura dei costi di istruttoria e di gestione dell’operazione finanziaria e, comunque, non superiore al tasso di Rendistato con durata residua da 4 anni e 7 mesi a 6 anni e 6 mesi, maggiorato della differenza tra il Cds banche a 5 anni e il Cds Ita a 5 anni, come definiti dall’accordo quadro per l’anticipo finanziario a garanzia pensionistica di cui all’articolo 1, commi da 166 a 178 della legge 11 dicembre 2016, n. 232, maggiorato dello 0,20 per cento». Tradotto per i non addetti ai lavori: l’interesse massimo praticabile alle imprese sarà pari al Rendistato, ovvero al tasso d’interesse calcolato mensilmente dalla Banca d’Italia e rappresenta la media del rendimento dei titoli di Stato a cedola fissa, maggiorato dello 0,20%.

In compenso, se prima eravamo abituati ad affrontare un ping pong di telefonate, pec, firme elettroniche, autenticazioni incrociate, ora per la conclusione dei contratti con la banca vale qualunque mezzo, anche una semplice e-mail allegando un documento di identità. Lo specifica una circolare dell’Abi, proprio per evitare «il rischio che i relativi contratti possano risultare poi affetti da nullità ed assicurando agli stessi adeguata efficacia probatoria». Auguri.

Sarà un disastro

Alla distruzione permanente di intere filiere produttive non può rispondersi, purtroppo, con finanziamenti agevolati, eventualmente utili a stimolare una successiva fase di ripresa economica, ma con interventi a fondo perduto che consentano alle imprese di non soccombere. D’altro lato, sulle insufficienti misure di credito alle imprese approvate dal Governo incombe un’ombra di aleatorietà sui tempi in cui esse potranno concretamente dispiegare i propri effetti nell’economia reale. 

Se si escludono i microprestiti fino a 25.000 euro, che verranno concessi con un certo grado di automatismo, l’erogazione dei finanziamenti sconta un iter penalizzato in partenza, ad aprile, con l’approvazione della Commissione europea, cui si aggiungeranno i tempi per la valutazione creditizia delle banche e il perfezionamento delle relative garanzie. La liquidità affluirà nelle casse delle imprese non prima dell’estate. Quando saranno già sfinite.

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