Per il private equity
inizia un decennio decisivo

Come sta cambiando il settore? Come sarà il mercato negli anni '20? Nuovi operatori, nuove tipologie di raccolta, nuove modalità di investimento. E si continuerà a investire nell'economia reale. Con buone premesse

Anna Gervasoni
Per il private equity inizia un decennio decisivo

Il nuovo decennio archivia un 2019 in forte crescita sul private equity. I dati del Pem, osservatorio LIUC- Università Cattaneo, ci dicono che lo scorso anno sono state realizzate 222 operazioni rispetto alle 175 dell’anno precedente. Un incremento del 21%; come ce lo spieghiamo in un contesto di stagnazione dell’economia? Come sta cambiando il settore? Come sarà il mercato negli anni 20? Tante cose stanno cambiando: abbiamo nuovi operatori, nuove tipologie di raccolta, nuove modalità di investimento, ma alla base resta il fatto che si investe nell’economia reale. Nelle imprese. E se l’economia reale, nei suoi indicatori principali indica una calma piatta, come possiamo coniugare l’aumento degli investimenti italiani e internazionali nelle nostre aziende? Forse dobbiamo leggere meglio i dati e segmentarli. 

Ci sono settori che vanno a velocità molto diverse e imprese- nell’ambito di stessi settori – che hanno una marcia diversa dalla media. Abbiamo alcune eccellenze riconosciute a livello mondiale in  campi molto diversi che attraggono l’attenzione degli investitori, nei settori tecnologici , ma anche in quelli tradizionali, quali la manifattura, la chimica o l’alimentare. 

Del resto se guardiamo ai dati sull’andamento della produzione industriale, dietro ad una sconfortante variazione tendenziale che galleggia attorno allo zero, abbiamo performance molto positive di alcuni comparti della nostra economia, a fianco di performance negative che leggiamo in altri. Qui sta la capacità dei fondi di private equity di lavorare caso per caso, analizzare i singoli dossier. E’ un mestiere di qualità, non di volumi. Dove si trovano le imprese di valore? A livello geografico, è sempre la Lombardia a predominare con il 33,9% delle operazioni cui segue Emilia Romagna, 11,1, Veneto, 10,2% e Lazio, 6,7%. E questo perché in alcune aree italiane abbiamo poli industriali di qualità e condizioni infrastrutturali che favoriscono lo sviluppo. Quindi archiviamo un ottimo 2019, apriamo un 2020 con buone opportunità indipendentemente da una situazione economica e politica italiana contraddistinta da incertezze e instabilità. 

Del resto investiamo in imprese italiane che spesso sono già internazionali, presenti all’estero, che esportano il meglio delle nostre competenze imprenditoriali, di prodotto e tecnologiche. Ce ne sono più di quante crediamo, e su queste abbiamo possibilità di creare valore.

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