FINANZIARE L'IMPRESA

Nuovi investitori cercansi
per far crescere l’economia reale

Luigi Abete, presidente di Bnl e Febaf, indica la strada per lo sviluppo possibile delle medie imprese italiane: «Per produrre un effetto macroeconomico significativo, allargare la platea dei potenziali investitori» nelle imprese. Così, secondo Luigi Abete, le nostre “multinazionali tascabili” potranno fare un vero salto di qualità

Sergio Luciano
Nuovi investitori cercansiper far crescere l’economia reale

«La nostra generazione entrò in Europa per garantirsi la sicurezza della stabilità e l’obiettivo della crescita. La sicurezza non è venuta meno, anzi: nella crisi finanziaria ed economica si è confermato in pieno come valore minimo atteso. L’obiettivo della crescita non è stato centrato ed anzi oggi dobbiamo prendere atto che il processo sarà più lento. Chi come me ha sempre creduto nell’Europa e si è adoperato per l’euro non grida ‘evviva’ come se avesse vinto la partita, ma esce dal campo sereno per questo pareggio, convinto più che mai della validità della scelta fatta negli Anni Novanta»: Luigi Abete è visionario e combattivo come sempre, ma si esprime col realismo dell’analista economico di vaglia. Il presidente della Bnl e della Febaf – la Federazione bancaria, assicurativa e finanziaria che celebra a Roma il suo convegno annuale il 9 e 10 dicembre – riconosce che le speranze di espansione dell’Unione europea vanno ridefinite su un orizzonte più lungo. Ma non rinuncia al ruolo proattivo che lo ha sempre distinto – senza il suo accordo sotto l’egida di Ciampi con i sindacati guidati all’epoca da Sergio Cofferati, l’Italia difficilmente sarebbe entrata nella fase uno dell’euro – e richiama a un nuovo compito le istituzioni private e pubbliche: diffondere la consapevolezza del valore delle realizzazioni europee già all’attivo.


Presidente Abete, c’è dunque anche un problema di cultura sociale sull’euro alla base della disaffezione dei nostri tempi?

Sicuramente. Nella percezione diffusa come nella cultura d’impresa occorre capire il valore della costruzione europea anche se la si vuole considerare un pareggio e non una vittoria. In certi casi – chi segue il calcio lo sa – anche uno 0 a 0 è un risultato prezioso. Certo, avevamo aspettative diverse sull’Europa. Credevamo che l’Eurozona potesse subito affermarsi come leader globale, mentre oggi la storia ci dice che questi primi vent’anni non sono bastati. Ma ci dice anche che l’Europa unita non è affondata nella crisi e non ha lasciato che l’Italia affondasse. Essere nell’euro ci ha permesso di scampare al naufragio.

Vero, però l’Italia arranca dietro Germania e Francia perdendo terreno.

Ma è evidente il perché. La Francia ha un sistema istituzionale che funziona, basato sul maggioritario a doppio turno, che personalmente ho sempre invocato anche per l’Italia; ed ha una maggiore dimensione media delle imprese. E la Germania ha una struttura produttiva possente… Ma, di nuovo: un conto è, per l’Italia, prendere atto che le prospettive esaltanti di vent’anni fa - la fase dell’eurotassa pagata da tutti e dell’accordo sui salari - sono da ritarare, altro è negare la forza stabilizzatrice dell’Europa. Dobbiamo continuare a impegnarci affinché anche nell’attuale fase di più lunga preparazione della crescita l’Italia migliori, perché possiamo farlo. E porterebbe ovviamente grandi vantaggi.

Non sono bastati vent’anni per affermare l’eurozona come leader globale, ma è innegabile la forza stabilizzatrice dell’euro

Che fatica, però…E quanto stress per chi lavora e per chi fa impresa, in mezzo a tanti cambiamenti imprevisti.

Sì, il mondo è cambiato, la finanza pure. Ma la cultura della finanza è rimasta quella di vent’anni fa, del boom della globalizzazione, dove tutti i risultati erano a doppia cifra, e più nella decina del 20 che del 10. Oggi il mondo è diverso, ma molti ancora pensano che sia normale avere quel livello di rendimenti, dimenticando peraltro che coincidevano con ben diversi tassi d’inflazione. Oggi l’inflazione è sostanzialmente inesistente e le politiche monetarie faticano a farla arrivare vicino al 2%. Del resto, si sottovaluta che la bassa inflazione è effetto dell’economia reale, cioè della  globalizzazione, che ci ha portato una competizione dirompente e pervasiva ed ha abbassato appunto l’inflazione. E poiché questa competizione continuerà - abbiamo ancora tutta l’Africa da integrare - chi pensa che sia normale ottenere rendimenti del 20% da qualsiasi attività è fuori strada. E poi  non ottenendoli, non investe più. Invece quei rendimenti possono capitare su singoli business, ma non sono più norma o paradigma.

Non si investe anche perché ottenere credito è difficilissimo, il che è paradossale in tempi di tassi rasoterra o negativi! Nessun rimprovero alle istituzioni europee?

Ogni cosa, pur ben fatta, avrebbe potuto essere fatta meglio, ma le scelte di fondo sono state tutte giuste. La sacrosanta integrazione della vigilanza bancaria a livello europeo ha fatto sì che i livelli di capitale regolamentare che le banche devono detenere per poter erogare credito siano strutturalmente crescenti. Intanto, il sistema delle imprese utilizzatrici di queste risorse, soprattutto quelle piccole e medie, è sempre più instabile. Quindi è evidente che quella fascia di imprese, importantissima in Europa e dominante in Italia, accede al credito con più difficoltà. Non perché ci sia un perfido Signor No che le blocca, ma perché - facendo ognuno coerentemente il proprio mestiere - fatalmente chi gestisce il credito lo convoglia verso gli utilizzatori più stabili che negoziano tassi minimi. Ciò, peraltro, crea una ripercussione sulla redditività del settore bancario, per cui le banche che non hanno una dimensione adeguata faticano a mantenere stabile il loro conto economico, il che conduce all’esigenza di un ulteriore consolidamento del settore.

Il mondo è cambiato, ma la cultura della finanza è rimasta quella di vent’anni fa, quando i risultati erano tutti a doppia cifra

Ma lei, che è innanzitutto un imprenditore, cosa auspica affinché l’enorme liquidità che circola nel sistema possa essere convogliata almeno in parte al finanziamento delle imprese?

Oggi i canali alternativi al credito bancario sono di fatto piccoli se non inesistenti. Aumenta però il numero degli operatori della finanza che desidererebbe investire nell’economia reale. Perché si sono accorti che oggi i margini delle attività finanziarie sono spesso inferiori di quelli offerti dalle attività industriali. Eppure, nonostante questo desiderio, accade ben poco. È carente la cultura dell’investimento di rischio, e c’è poca propensione al rischio. Per passare dall’investimento finanziario classico a quello in economia reale si cerca l’ottimo, e per definizione non lo si trova mai.

Il problema degli scarsi rendimenti finanziari e delle barriere all’investimento in economia reale zavorra anche il risparmio previdenziale!

Sì, perché la normativa di garanzia dei sistemi pensionistici – poiché gli investimenti in economia reale non hanno Nav (net asset value, valore patrimoniale netto) quantificabile giorno per giorno – li impedisce. Quindi, riepilogando: chi gestisce investimenti finanziari classici vorrebbe differenziare puntando sull’economia reale, ma non lo fa perché pretende troppo ed anche perché ragiona da sempre sul breve-medio termine. Chi invece gestisce attivi pensionistici è impedito a investire dalle norme…

C’è poco da stare allegri…

Effettivamente oggi riviviamo acutamente un problema uguale a se stesso da 30 anni: come capitalizzare le imprese medie e medio-piccole per farle diventare multinazonali tascabili. Ma c’è un fenomeno incoraggiante. In molti casi, le imprese di media dimensione oggi hanno razionalizzato, rispetto a trent’anni fa, la necessità di superare la logica del controllo familiare e della sottomanagerializzazione. Nonostante questo, non riescono a trovare facilmente soci che investano direttamente.

Per questo dovrebbero essere nati gli Eltif?

Esattamente: uno strumento su cui, sia come Febaf che come Luiss Business School, stiamo lavorando molto, allo scopo di  allargarne l’ambito di applicazione.

In che direzione?

Nella direzione di accentuare il ricorso delle imprese al capitale di rischio. Mi spiego: negli Anni Ottanta e fino al Duemila, le imprese hanno innovato molto i loro processi produttivi, operazione tipicamente attuabile anche col solo credito bancario. Ora che l’innovazione è diventata soprattutto di prodotto, le nostre imprese incontrano maggiori difficoltà, perché per investire hanno bisogno di un maggior capitale di rischio.

Oggi riviviamo il problema di come capitalizzare le imprese medie e medio-piccole per farle diventare multinazionali tascabili

Ci spieghi meglio.

Un esempio chiaro: io imprenditore posso capitalizzare il  valore di un mio marchio nei limiti in cui la mia azienda va bene e cresce al punto da finanziare la raccolta di capitale di rischio. Quindi, ammesso che la sponda bancaria fosse ancora, per le imprese, quella degli Anni Novanta - e non lo è -  per la vigilanza bancaria non si può finanziare un livello di innovazione che in caso di insuccesso preveda un eccessivo consumo di capitale. 

Ma qualcosa si muove, dice lei!

Sì, oggi il cordone della borsa del capitale di debito s’è un po’ allargato, col passaggio dal credito bancario ai minibond. Ma resta ingestito il vero problema dell’Italia: far crescere alcune centinaia di multinazionali tascabili - le Merloni, le  Brembo, le Tod’s di domani. Per compiere un’operazione come questa, possiamo attingere in una platea di 6.000 imprese oggi tra i 50 e i 200 milioni di ricavi, di cui una metà è indipendente dai grandi gruppi e fa tra il 7 e il 9% di ebitda. Una redditività del genere può non bastare per i private equity, ma se queste aziende avessero capitali, il loro ebitda potrebbe raddoppiare, eppure non riescono proprio perché non trovano capitali. Se 500 di quelli 6.000 aziende riescono a crescere a 500 milioni di ricavi globalizzandosi – visto che producono beni di nicchia globalmente commerciabili – il gioco della crescita può iniziare.

Però chi mai darà questi capitali alle magnifiche 500, se per ragioni diverse non lo fanno né le banche, né i fondi di private equity e i fondi pensione anche volendo non possono investire in esse… Lo Stato?

Andiamo per ordine. I Pir oggi investono solo in obbligazioni che chiunque altro acquisterebbe. Possono essere migliorati, come da più parti si chiede, ma non si risolvono così i problemi dell’economia reale. Le magnifiche 500 imprese che possono crescere hanno bisogno di politica industriale perché sono un soggetto rilevante. Dobbiamo aumentare il novero dei potenziali investitori di economia reale per produrre un effetto macroeconomico significativo. Oggi gli investimenti in Italia sono del 17-18% inferiori a quelli del 2008: sia in campo pubblico che privato. Quelli pubblici a causa di burocrazia, dissidi istituzionali e vincoli di finanza pubblica. Quelli privati perché gli investitori potenziali sono eccellenti ma pochi. E sì che la propensione ad investire per crescere nelle imprese c’è: lo dimostra il boom del piano Industria 4.0. Con l’agevolazione giusta sullo strumento importante, le aziende hanno risposto bene. Perché la cultura gestionale si è modernizzata.

Una richiesta per il governo?

In generale ritengo che la capacità di incidere dei governi sull’economia reale sia vicina allo zero. Quando i mercati erano protetti la politica spostava molto di più, oggi al massimo  non danneggia. Mi basterebbe che il governo togliesse vincoli inutili per liberalizzare l’economia. Ma comunque, il vero problema è che la politica è presa dal marketing quotidiano e spesso confonde cose importanti con banalità.

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