FINANZIARE L'IMPRESA

Non chiamatelo fallimento
la crisi diventa un nuovo inizio

La riforma del Codice della crisi d’impresa che entrerà in vigore ad agosto 2020 ridisegna il profilo delle responsabilità. Così diventa ancora più incisivo il ruolo di revisori e sindaci. Anche per le microimprese

Marina Marinetti
Non chiamatelo fallimento la crisi diventa un nuovo inizio

C'era una volta il fallimento. C’è ancora, ma ha i mesi contati. Perché dal prossimo luglio 2020 non esisterà più: si estinguerà, cedendo il passo alla “liquidazione giudiziale”. A stabilirlo è il decreto legislativo n. 14 del 2019, altrimenti detto Riforma del Codice della crisi d’impresa, in attuazione della delega contenuta nella legge n. 155 del 2017. Entrerà in vigore il 14 agosto 2020, soppianterà definitivamente l’attuale legge fallimentare, disciplinando in un unico corpo normativo le procedure che hanno come obiettivo la soluzione della crisi o dell’insolvenza sia dell’imprenditore (commerciale e non), che del debitore civile sovraindebitato, fatte salve alcune eccezioni (enti pubblici, amministrazione straordinaria per le grandi imprese, alcune forme speciali di liquidazione coatta amministrativa). A cominciare dalle parole.

I termini “fallimento”, “procedura fallimentare” e “fallito” saranno sostituiti dalle espressioni “li-quidazione giudiziale”, “procedura di liquidazione giudiziale” e “debitore assoggettato a liquidazione giudiziale”. «La novità, psicologicamente molto importante, tenta di superare il concetto di disvalore sociale che normalmente si accompagna al fallimento», spiega a Economy Salvatore Sanzo, presidente (e partner) della legal firm Lca. «Si tratta di un cambiamento epocale: l’attuale legge fallimentare si basa su una logica liquidatoria, la cui finalità è l’eliminazione dal mercato le imprese in difficoltà, nella nuova ottica si persegue la finalità primaria del salvataggio dei beni aziendali, sempre nell’interesse dei creditori, salvaguardando ogni volta che sia possibile la continuità anche da parte di terzi. Si liquida, in sostanza, con la finalità del salvataggio dell’azienda e della prosecuzione della sua attività». Il nuovo codice, insomma, esprime una filosofia completamente diversa rispetto alla precedente legge fallimentare, cerca di favorire una cultura del risanamento, superando la concezione di fondo, storicamente radicatasi, che correlava al fallimento un disvalore sociale perché considerava il debitore insolvente come un frodatore e l’insolvenza come illecito da sanzionare. Questione di forma, ma anche di sostanza. 

I termini “fallimento”, “procedura fallimentare” e “fallito” non esisteranno più. una questione di sostanza, oltre che di forma

«L’insolvenza viene vista ora come evento naturale nel quadro del rischio implicito nell’attività d’impresa, e dunque, per quanto fenomeno patologico, comunque statisticamente prevedibile», sottolinea Sanzo. Via, dunque, a favorire il più possibile la prevenzione della crisi e, comunque, a evitare il più possibile che la crisi diventi irreversibile. E, in ogni caso, via a strumenti che non siano diretti a sanzionare l’imprenditore (salvo che nei casi in cui abbia commesso veri e propri illeciti penali), quanto piuttosto a salvare i valori dell’impresa e consentire all’impresa una “seconda chance”. Come? Con l’introduzione di un sistema procedure di “allerta” e di “composizione assistita della crisi”: ai primi indizi, insomma, si deve correre ai ripari. «Quanto piu tardi emerge la crisi, tanto maggiore è la dispersione dei valori dell’azienda», sottolinea il presidente di Lca. «Il legislatore, quindi, ha creato una serie di strumenti per garantire l’emersione tempestiva della crisi». In primis, attraverso la responsabilizzazione degli organi interni, «in particolare il revisore e i sindaci, oltre agli amministratori. Di fronte all’emergenza di segnali che indicano l’esistenza di crisi aziendale la cui rilevazione verrà affidata a determinati indici elaborati dall’Ordine dei Commercialisti, gli organi di controllo interno e di revisione saranno tenuti a segnalare la circostanza agli amministratori affinché intervengano immediatamente». E se non fanno finta di nulla e non intervengono? «Sono previsti profili di responsabilità, in caso di mancata segnalazione, ma anche in forme premiali: una segnalazione tempestiva può costituire motivo di esenzione da responsabilità. Ricordiamo che la bancarotta, anche semplice, rimane un reato». 

Ma segnalare non basta. Bisognerà attivarsi per adottare le misure più idonee alla composizione della crisi, sotto la supervisione di un apposito organismo che avrà il compito di fornire consulenza specialistica e assistere e guidare l’imprenditore nelle trattative con i creditori: l’Organismo (appunto) di composizione della crisi di impresa, altrimenti detto Ocri. Che, per il momento, esiste solo sulla carta. «L’Ocri verrà costituito presso le Camere di commercio non appena ricevuta la segnalazione della crisi», spiega l’avvocato Sanzo. «Sarà composto da tre membri: uno nominato dal presidente della sezione Imprese del di competenza territoriale, un secondo dal presidente della Camera di Commercio, il terzo dall’organismo di rappresentanza dell’imprenditore, come Confidustria, Confagricoltura, eccetera. Non sarà facile, perché così l’imprenditore in crisi rischierà di trovare tra i membri dell’Ocri un suo competitor. Non solo: la legge prevede che i membri appartengano all’albo dei curatori, che dovrà essere costituito a livello nazionale. E l’iscrizione all’albo è una caratteristica alquanto difficile per un associato a Confundustria o Confcommercio, per esempio. Si renderà necessaria una modifica della norma: è stata una svista del legislatore». 

Come funziona (o funzionerà, sarebbe meglio dire), in sostanza, la composizione della crisi? «L’Ocri convoca l’imprenditore e cerca con lui di individuare gli strumenti per la soluzione, confrontandosi con i creditori per costruire un piano di risanamento», spiega Sanzo. «Se l’imprenditore collabora, inizia così un percorso virtuoso». E se non collabora o rifiuta la soluzione? «Il procedimento si chiude e gli atti vengono inviati al pubblico ministero per dare corso all’apertura della liquidazione giudiziale». E qui casca l’asino, pardòn, il legislatore: «È uno dei punti più criticati della riforma: si rischia di finire in una sorta di imbuto che porta direttamente al pubblico ministero. La riforma risente di un’ispirazione giudiziaria: la legge delega è stata redatta sentendo più voci, ma il Codice, probabilmente, è stato invece costruito con una forte componente giudiziaria». 

E poi ci sono gli effetti collaterali: la riforma responsabilizza anche altri soggetti, esterni all’impresa. «È noto che le imprese in difficoltà si autofinanziano omettendo il versamento di ritenute d’acconto, Iva e contributi. Con l’entrata in vigore del nuovo codice, l’Agenzia delle Entrate e la Previdenza sociale, al raggiungimento di determinate soglie di insolvenza dell’imprenditore saranno tenute a segnalare all’Ocri l’azienda, pena la perdita del rango privilegiato del proprio credito nell’ambito della successiva procedura concorsuale». Ma anche le banche richiano: «Dovranno monitorare in maniera più incisiva i soggetti a cui fanno credito. La concessione abusiva di credito resta rischia di acquisire un’efficacia più importante». L’imprenditore, quindi, non sarà l’unico a farne le spese. Il rischio dietro l’angolo è di un ulteriore credit crunch. «Ci vorranno anni perché la riforma dia frutti. Avrei preferito un percorso meno giurisdizionalizzato, ma conto sulla normale elasticità italiana nell’interpretare le norme. In ogni caso il segreto per evitare l’imbuto è rilevare il più tempestivamente possibile la crisi, quindi tutte le imprese, anche le più piccole, dovrebbero dotarsi di un sistema di controllo interno».

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