“La gente guadagna meno, che bello!”, e la Borsa sale

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Qualche giorno fa, le statistiche economiche statunitensi hanno reso noto che l’aumento medio dei salari dei lavoratori è stato, l’ultimo mese, inferiore al temuto.

Il tasso al quale le retribuzioni sono aumentate è diminuito, a febbraio, dopo essere aumentato al ritmo più veloce dal 2009 il mese precedente, suggerendo l’idea che i dati di gennaio erano un po' troppo caldi e dunque non facessero testo. I dati relativi a salari e posti di lavoro di febbraio hanno fatto capire invece che, man mano che vengono creati questi nuovi posti di lavoro, altri potenziali lavoratori vengono espulsi dal mondo del lavoro. Ciò non è un bene per la crescita dei salari: dimostra che ci sono ancora molte persone tra cui scegliere chi assumere e chi no. Ma è un bene per chi cerca lavoro, e fa bene all'economia generale, in parte perché suggerisce che non c'è carenza di lavoratori potenzialmente in grado di inibire un'ulteriore crescita economica. Alla fine, l'offerta di lavoratori disponibili dovrebbe diminuire così tanto che la crescita dei salari dovrebbe migliorare.

Ma dal punto di vista dei mercati, l'inversione dei dati salariali a quanto pare ha allentato i timori degli investitori che retribuzioni molto più alte portassero a tassi di interesse molto più elevati, mettendo così a rischio i prezzi delle azioni in quanto tassi alti restituiscono appeal alle obbligazioni.

E dunque la Borsa è salita. Stringendo: meno crescono gli stipendi (reddito da lavoro generato dall’economia reale) più aumenta il valore delle azioni (reddito da patrimoni, decorrelato dal benessere collettivo). Benvenuti nell’era del turbocapitalismo.

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