Marchionne, il genio del business che voleva cambiare il mondo

Mentre si aggravano le condizioni di salute del "dominus" di FCA, un ritratto che ne riconosce gli enormi meriti ma anche qualche piccola pecca

Sergio Luciano
Marchionne, ultima missione: il divorzio di FCA daIl’Italia

Sicuramente un genio, del business più che del management. L’uomo delle intuizioni, Sergio Marchionne, il “deal maker” capace di riconoscere l’opportunità dove gli altri vedono solo problemi, e di coglierle facendo saltare gli schemi. Geniale, dunque, in questo. E sregolato, come tutti i geni. Capace di pretendere - trent’anni fa, all’Alusuisse – dai suoi aspiranti dirigenti la prova d’amore del “bungee jumping” giù da un ponte cantonale, in un rituale lievemente barbarico; ma capace anche di grandi generosità personali e gesti d’affetto, pur nel divampare di una crisi aziendale. E nemico di se stesso, con quelle ottanta sigarette al giorno che certamente hanno avuto un ruolo nelle giornate difficili che sta vivendo in una clinica di Zurigo. “Non fumi, Luciano, non fumi!”, disse – fumando! - al cronista che incrociò cinque anni fa in un corridoio del Lingotto, in un lampo di autoironia, visto che tutti – cioè, tutti coloro che potevano – gli ripetevano di non fumare…

Ma sulle cose che toccavano il suo modo personale di essere non seguiva consigli. Lo stesso apparente dandismo della cravatta, che appena si sentì sicuro di sé rifiutò per il maglione che ha reso celebre il suo stile, nasceva in realtà da un’idiosincrasia contro il sentirsi stringere il collo che avvertiva sin da ragazzo.

Nell’immancabile beatificazione da fine carriera, si leggerà di tutto, su Marchionne. Aveva invece limiti evidenti, anche sul lavoro li ha manifestati, basti pensare ai ritardi di Fca sull’elettrico dettati dal suo personale scetticismo o alla campagna cinese non riuscita come avrebbe voluto o all’alleanza globale, cercata e mai trovata. Ma il limite è dell’uomo, e c’è in tutti, e nessun grand’uomo è tale per il suo maggiordomo. C’è in pochi invece l’insieme di visione strategica, determinazione, coraggio che c’era nel Marchionne capo-azienda, un insieme confezionato in quella cosa che può piacere o meno, può essere o meno distinta da buona grazia o mala grazia, ma si chiama “leadership”.

Non è affatto vero che Marchionne abbia tentato di cambiare l’Italia, e che fosse stato per questo “renziano” (forse l’uomo di Rignano gli sarà stato simpatico per qualche mese…). Marchionne, semmai, voleva cambiare il mondo ma portandolo verso un modello che sapeva benissimo essere impossibile, un modello americano riveduto e corretto, dal punto di vista cosmopolita che aveva, essendo profondamente italiano e insieme cittadino del mondo. E non voleva far politica.

Marchionne piuttosto voleva vincere, perché “growing up is cool”, crescere è bello, e questo demone positivo che lo ha animato – la voglia di fare e fare bene - ha permesso alla Fiat di rinascere dalle sue ceneri e di diventare - da azienda di quadrante in difficoltà - colosso mondiale, salvando decine di migliaia di posti di lavoro, non solo in Italia. Avercene.
 

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