Dramma istituzionale, rischi e prospettive: centrodestra al potere

Sergio Luciano
Dramma istituzionale, rischi e prospettive: centrodestra al potere

Ore drammatiche per la Repubblica italiana? Certamente ore concitate e molto, ma molto brutte da viversi. Eppure drammatiche forse no. Perché un senso profondo in quanto è accaduto c’è, e va al di là delle intenzioni e delle furbizie di tutti.

Partiamo dalle ipotesi più sensate su quel che accadrà nelle prossime ore e giorni e vediamo poi in dettaglio cos’è accaduto e perché.

Accadrà che il premier designato dal Quirinale Carlo Cottarelli – un professionista di levatura internazionale e competenza tecnica indiscusse – formerà rapidamente un governo istituzionale, presumibilmente con pochi ministri molto qualificati e soprattutto molto “patrioti” nell’esporsi ad un sicuro insuccesso – e si presenterà alle Camere con un programma di emergenza, finalizzato a tre obiettivi: presenziare al prossimo Consiglio d’Europa per presidiarvi gli interessi italiani indiscutibili, come ad esempio quelli legati al tema della gestione dell’immigrazione; scrivere il Documento economico e finanziario, sulla scorsa della bozza lasciata in eredità dal governo Gentiloni e finalizzato a scongiurare l’aumento dell’Iva; indire le nuove elezioni politiche.

Il “governo del Presidente” non riuscirà ad avere la fiducia, ma ciò non basterà a farlo cadere, resterà in carica come qualsiasi governo sfiduciato dalle Camere per gestire l’”ordinaria amministrazione”, che conterrà appunto Consiglio d’Europa e Def, e gestire le nuove elezioni politiche, da convocare al più presto, e si spera, quindi, se non entro luglio – probabilmente non ci sarebbe tempo di fare gli adempimenti necessari né per i ministeri né per i partiti – ai primi di settembre.

C’è qualche possibilità che invece Cottarelli ottenga la fiducia e vada avanti? Irrisorie: l’unico fattore a suo vantaggio sarebbe la disperazione di due terzi dei deputati e senatori appena eletti che vedranno rimessa in gioco la loro vita per i prossimi cinque anni. Ma il gioco della politica è pericoloso, e questo rischio era evidente – per lo meno a quelli più saggi – anche il 3 marzo scorso. Un voto di fiducia dato solo per salvare la poltrona avrebbe le gambe cortissime e – qui ci vuole l’espressione forte – sputtanerebbe tutti quelli che l’esprimessero...

Accadrà poi che domani i mercati – non sicuramente, ma probabilmente – daranno un piccolo segnale di apprezzamento a Mattarella e a Cottarelli. E che dunque l’Italia proseguirà nel suo “limbo” di paralisi politica.

Con un brutto condimento, però: la campagna elettorale urlante che i Cinquestelle hanno subito lanciato chiedendo l’impeachment di Mattarella. Una campagna che sul piano pratico non andrà da nessuna parte perché non ha il benchè minimo presupposto giuridico, essendo stato il comportamento di Mattarella del tutto aderente al dettato costituzionale, ma brutta, bruttissima a vedersi.

Molto più pratico, rispetto a quello di Di Maio, il comportamento di Matteo Salvini. Si è guardato bene dall’aderire all’invocazione specifica dell’impeachment; ha criticato il Quirinale con argomenti durissimi però politici, cioè non per aver Mattarella stoppato un ministro, ma per averlo fatto spiegando che ciò serviva al fine di non dare ragioni ai mercati internazionali (leggi: speculazione internazionale) di attaccare i titoli di Stato italiani. Dice Salvini: questo significa accettare l’idea che viviamo in una situazione di sovranità limitata, e lo dice come se fosse un’enormità, sapendo benissimo – e qui anche lui fa già, dunque, campagna elettorale, perché dice cose diverse da quelle che sa essere vere – che effettivamente i mercati possono, nelle condizioni economiche in cui l’Italia versa, mettere in ginocchio la nostra economia, pubblica e privata.

Cosa sia successo ieri è dunque chiaro: Cinquestelle e Lega hanno fatto il braccio di ferro su Savona perché, costretti come sono stati dai fatti a ridimensionare in misura quasi ridicola le promesse inattuabili con le quali hanno ottenuto (soprattutto i Cinquestelle) il voto degli italiani, non potevano rinunciare anche a un ministro che, pur non avendo la minima popolarità era comunque uno che, per le cose che ha detto e scritto, prometteva quella linea “antitedesca” che molti ormai identificano – e, diciamolo, non senza buone ragioni – come sinonimo di “liberazione” dell’Italia dall’austerithy.

Entrambi, peraltro, pensano in cuor loro da tempo che tornare alle urne gli darà ancora più consensi.

C’è una variante, però, che gioca tutta a favore Salvini. Berlusconi è di nuovo candidabile. I suoi calcolano che una ridiscesa in campo diretta, come leader del partito e candidato al Parlamento, farà crescere di vari punti quel 12% preso da Forza Italia il 4 marzo. E molti sondaggi accreditano la Lega di un 25%, addirittura. Il che significa: vittoria certa per la coalizione di centrodestra, che al di là delle scaramucce di questi giorni si ricostituirà, con la concreta possibilità di superare la soglia del 40% e quindi avere la maggioranza assoluta alle Camere. Un governo stabile, dunque? Sì: ma con l’Europa di traverso, e con Berlusconi – incredibile a dirsi – supremo garante dell’ancoraggio dell’Italia all’Europa di quella signora Merkel sulla quale proprio il Cavaliere pronunciò un certo, famoso, dietrologico apprezzamento...

Sembra una farsa, è la politica.

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