Burocrazia e giustizia, neanche una promessa?

Sergio Luciano
Burocrazia e giustizia, neanche una promessa?

Qual è il principale handicap italiano che, secondo i top-manager interpellati dal World Economic Forum (Wef), dissuade il capitale straniero dall’investire nel nostro Paese? Il fisco, naturalmente, risponderebbe chiunque, a giudicare solo dalla campagna elettorale in corso. E invece no. C’è un handicap più grave: “Inefficient government bureaucracy”, burocrazia governativa inefficiente.

E se si guardano i risultati di dettaglio, dai quali il sondaggio del Wef ha tratto le sue classifiche, risulta che l’Italia – 43° su 137 paesi analizzati nella classifica generale – scende alla posizione 95 per efficienza delle istituzioni, e alla 134° per “efficiency of legal framework in settling disputes”, efficienza del sistema giudiziario. 

Si garantiscono sgravi fiscali e aiuti ma sugli altri due mali oscuri italiani solo poche righe

Il sondaggio sui top-manager inchioda appunto l’inefficienza burocratica italiana e la malagiustizia ai primissimi posti dei “fattori no”, seguite dalla pressione fiscale, poi dalle leggi sul lavoro “restrittive” e ancora dal fisco, per quanto riguarda la normativa. Seguono il difficile accesso al credito, l’instabilità politica, e, un paio di gradini più sotto, la corruzione. D’altra parte, l’ultima ricerca dell’Istituto Tagliacarne riferisce che il 75% delle Pmi è insoddisfatta del funzionamento della giustizia, 8 imprese su 10 segnalano che i tempi sono intollerabili (564 giorni di durata media dei procedimenti civili in primo grado, contro la media Ocse di 240 giorni, che salgono a 788 giorni per arrivare al terzo grado di giudizio), e la malagiustizia è causa innanzitutto (23,7% delle risposte) di un aumento della disoccupazione e, per il 24,5% delle Pmi, di mancanza di sicurezza. 

Perché di burocrazia e malagiustizia si parla così poco, in campagna elettorale? Semplice: per non inimicarsi le rispettive caste. Nei programmi sì, ma in sintesi. Nei comizi, zero. Promettere sussidi economici e sgravi fiscali non infastidisce nessuno. Importunare lorsignori sì.

Da neoministro della Giustizia Andrea Orlando aveva riconosciuto che «il nesso tra funzionamento della giustizia e competitività è fortissimo». Ma cos’è stato fatto? 

Si susseguono le notizie più deprimenti su tardive assoluzioni – un pensiero a Giuseppe Orsi, una brillante carriera manageriale fino al vertice di Finmeccanica stroncata da accuse infondate – ma nulla si muove su una maggiore responsabilizzazione della magistratura quando sbaglia, che oltretutto elimini gli automatismi di carriera e premi solo chi sbaglia meno;  e sulla scandalosa assenza di un meccanismo automatico che imponga l’immediato risarcimento economico delle vittime degli errori giudiziari e delle carcerazioni preventive che, pur se apparentemente necessarie quando decise, si rivelano poi immotivate.

Nulla di serio nemmeno sul fronte della sicurezza. Senza scomodare razzismi e perbenismi ipocriti, basterebbe rivedere i filmati-denuncia delle Iene o di Striscia – tra i migliori presìdi del giornalismo rimasti – sui centri storici in balìa delle cosche dello spaccio per capire che lì lo Stato non c’è, o non funziona. Gli imprenditori lo sanno e se ne fanno una ragione. Ma figuriamoci cosa sarebbero capaci di fare se qualcuno, - promettendolo o meno in campagna elettorale: non conta - si prendesse davvero la briga di far funzionare la macchina pubblica.

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