Copiamo dai migliori, agganciamo la ripresa

Sergio Luciano
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L'editoriale del direttore Sergio Luciano sul nuovo numero di Economy

Bando alle polemiche, e alle disquisizioni sui decimali: un p' di crescita economica in Italia abbiamo finalmente iniziato a rivederla. È un fatto. Di chi sia il merito conta relativamente. Molto di più conta, per il nostro Paese, riuscire ad avvalercene, di questa crescita, farla irrobustire, trasformarla in posti di lavoro, in consumi interni, in benessere, in welfare sostenibile. Stare meglio tutti quanti. Utopistico? Anche no. Dipende da noi.

Dipende dall'iniziativa di ciascuno, innanzitutto: perché per quanto la crisi possa essere alle spalle, panierini dal cielo, pasti gratis e beneficiate varie il mercato globale non ne permette più a nessuno. Se c'è ripresa per l'Italia, c'è anche per gli altri: tutti competono contro tutti per prendersi le fette più grandi e c'è già chi in Europa, di questa crescita congiunturale, sta avvalendosi più di quanto riusciamo a fare noi italiani. Quindi diamoci da fare, ciascuno di noi: è il momento di inventarsi cose nuove, proporle all'estero, martellare con le offerte, fare i doppi turni. Sbattersi, insomma.

Poi dipende dalla politica economica. Dei mille giorni di Renzi al governo e dei trecento di Gentiloni si può dire che le elargizioni a pioggia (gli 80 euro) abbiano inciso poco o niente, che il Jobs-Act ha fatto poso, ha prodotto un paio di centinaia di nuovi posti (peraltro non confrontabili con quelli "di prima") ma si deve anche dire che sul turismo e sull'incentivazione industriale è stato fatto abbastanza.

Non a caso a opera di due tra i ministri meno graditi al leader Pd: Dario Franceschini e Carlo Calenda. Merito anche del pacato padrona, poche iniziative ma resistenza passiva ai voli pindarici dell'ex premier. E merito di Paolo Il Calmo, Gentiloni, che sta facendosi apprezzare sempre più proprio perché, rispetto a quanto poco parla, fa tanto.

Ecco: qualche altra cosa dovrebbe fare. Raddrizzare la principale stortura della nostra finanza pubblica, criminosamente a suo tempo concordata con cinismo bipartisan per condividere il malcostume dello sperpero: i costi standard. Quella regola folle per cui le Regioni meno virtuose non sono obbligate ad adeguarsi a quelle che spendono meglio i soldi pubblici, ma possono continuare a scialacquare perché il livello di riferimento della spesa non è quello ottimale, conseguito dagli enti pubblici più efficienti, ma la media tra efficienze e inefficienze. Davvero una follia.

È contro questa follia che, sostanzialmente, si concentrano i referendum consultivi di Lombardia e Veneto per l'autonomia fiscale regionale. La Lombardia dà allo Stato 59 miliardi di euro in più di quanti lo Stato trasferisca ad essa; il Veneto, 19. Molise, Abruzzo, Basilicata, Campania, Sardegna, Puglia, Calabria e Sicilia nell'insieme assorbono 30 miliardi più di quanti ne versino. E nessuno chiede conto di questo sbilancio.

E le si lascia libere di spendere male. Senza neanche chiamare "assistenza" quella che tale è. La tesi di maroni e Zaia è chiara, ed è difficile non condividerla: se una parte di quei soldi venisse lasciata alle Regioni che li generano, potrebbero finanziare molto più sviluppo di quanto riscatto senza, a beneficio dell'intero Paese. Se è vero che l'Italia deve mettersi al passo con i Paesi più competitivi dell'Europa, è altrettanto vero che le Regioni italiane meno dinamiche devono mettersi al passo con quelle efficienti.

Ecco: in questo senso, il referendum consultivo del 22 ottobre - pur privo di effetti legislativi vincolanti - può essere uno scossone politico. Un sì alla maggiore autonomia sarebbe un segnale non trascurabile, per il governo centrale. La chiave della vera crescita della Paese sta nel fatto che il Paese diventi tale, che non ce ne siano più di due, diversi. Due Italie. Sarebbe il modo migliore per agganciare la ripresa e portare tutti gli italiani in Europa.

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