COMUNICARE L'IMPRESA - PERSONAL BRANDING

Così si costruisce il brand “personale”

La selezione delle risorse umane è cambiata. E con essa, deve cambiare il modo di porsi dei candidati. Dal curriculum all’uso dei social: i consigli di Daniele Salvaggio, autore di “La persona giusta al posto giusto”

Marina Marinetti
Così si costruisce il brand “personale”

Conta di più quanto siamo bravi o comunicare quanto siamo bravi? La domanda è capziosa solo in apparenza: se la sostanza conta, la forma non è da meno. Per dirla in maniera molto, molto diretta: «Definire la tua unicità è il primo passo, riuscire a comunicarla è la chiave del tuo successo». Il motto è di Daniele Salvaggio (nella foto), il fondatore di Imprese di Talento, società di consulenza strategica specializzata nella comunicazione corporate e istituzionale, docente presso la Scuola di comunicazione d’impresa dell’Università degli Studi di Milano, dove da anni tiene un laboratorio dedicato a chi deve prepararsi all’ingresso nel mondo del lavoro, nonché autore di “La persona giusta al posto giusto - come comunicare il proprio brand personale per affermarsi nel mercato del lavoro” (ed. Corbaccio). : «L’approccio che forzatamente la pandemia ha portato nel cambiare i ritmi di lavoro, equilibrio e gestione del tempo, genera un nuovo valore», sottolinea Salvaggio. «Il post covid ha già a una portato gestione del lavoro differente. C’è necessità di una mentalità più flessibile, per capire cosa l’azienda sta cercando e quindi occorre puntare non solo alla classica mansione, ma scoprirsi magari talentuosi o potenzialmente talentuosi anche verso altre aree. Sarebbe stupido non considerare il fatto che oggi le aziende sono cambiate e quindi sono cambiati anche i ruoli».

«Dalle nostre analisi elerge chiaramente che attrarre e trattenere i migliori talenti sul mercato non è più soltanto una priorità per le aziende, ma una vera e propria emergenza», spiega Marco Ceresa, amministratore delegato di Randstad Italia, la country italiana della multinazionale olandese che si occupa di ricerca, selezione e formazione e di risorse umane, che ha contribuito in maniera significativa, con le proprie analisi, alla redazione del volume di Salvaggio. «Serve lavorare sulla comuniczione, sia da parte delle aziende sia da parte dei candidati», prosegue Ceresa: «L’azione determinante è data dall’individuo e dalla capacità di colpire nel segno, attraverso il linguaggio, la tempestività, la strategia, l’accoglienza».

Le imprese cercano flessibilità, spirito di squadra e competenze che vadano al di là delle specializzazioni tecniche

Il curriculum non basta, ma non basta neppure essere “social” per poter far capire chi siamo: «Tutt’al più, e solo se siamo bravi, possiamo incidere sulla nostra web reputation», spiega salvaggio. «I primi testimoni del nostro percorso, potremmo dire i nostri “ambasciatori”, non sono gli amici di Facebook, bensì le persone che ci conoscono bene e di persona: dobbiamo quindi setacciare le nostre relazioni, partendo dalla sfera di contatti familiari, amici, colleghi di lavoro. Una loro parola, una referenza, una descrizione rappresenteranno per noi un prezioso asso nella manica». Subito dopo vengono i social network, i blog, i siti web che comunque sono fondamentali perché possono comunicare, informare, amplificare il nostro vissuto, ma anche i nostri pensieri, le nostre visioni, le intuizioni, gli spunti di riflessione. Specialmente in un momento come questo, in cui c’è fame di soft skill. Che vanno evidenziate adeguatamente nel proprio curriculum: «Chi può rivedere il cv lo deve fare in un’ottica nuova, seguendo il cambiamento del mercato e le leve su cui le aziende hanno più sensibilità: sostenibilità, innovazione anche di pensiero, attenzione verso il pubblico e il team di lavoro. Valorizzare queste skill e non puntare solo sulle hard skill aiuta a ricollocarsi perché oggi l’azienda non cerca solo lo specialista, ma una testa flessibile e valuta la capacità della persona di adattarsi e gestire al meglio i cambiamenti in atto. La pandemia ne è stata un banco di prova lampante: eravamo molto rigidi prima, ma abbiamo dimostrato che non siamo così male. Si può lavorare e ottenere risultati anche con una metodologia di lavoro diversa, all’interno di un ecosistema digitale.Nove mesi fa non avremmo mai immaginato di poter fare una riunione su Zoom».

Occorre fare emergere all’interno dei contesti in cui si opera anche le evoluzioni personali che si stanno portando avanti

E gli scheletri nell’armadio? Meglio tirarli fuori subito, prima che sia troppo tardi: «Se è sempre consigliabile iniziare dai nostri punti di forza, è anche vero che prima o poi le nostre imperfezioni verranno alla luce, meglio quindi trovare il modo di raccontarle con onestà intellettuale e ironia», conferma Salvaggio. E, in ogni caso, avere competenza non basta, essere leader non è sufficiente. Occorre avere chiaro ciò che si è, ciò che si è in grado di trasmettere e ciò che si vuole sia percepito. Facile dirlo, un po’ meno farlo. E il fai-da-te non è detto che basti: «Innanzitutto deve venire naturale sapere che al di là dell’aggiornamento curriculare occorre fare emergere all’interno dei contesti in cui si opera tutte le evoluzioni che si portano avanti: bisogna essere aperti, senza tenersi dentro le cose pensando che non interessi. E poi magari affidarsi a un professionista. Il mio consiglio, comunque, è di avvicinarsi il più possibile al mondo della formazione: durante il lockdown tutti ogni giorno seguivano anche tre o quattro webinar al giorno, una cosa che prima veniva vista come una perdita di tempo o un obbligo, e da una parte specializzarci su ciò che ci interessa, dall’altro avvicinarci ai temi legati all’individuo, come la leadership». Per citare - non a caso - un esempio, Daniele Salvaggio è docente del laboratorio di personal branding all’Università degli Studi di Milano, che ha come obiettivo, appunto, quello di approfondire tecniche e strumenti, anche attraverso la presentazione di casi reali, per imparare a individuare, sviluppare e comunicare il proprio brand personale. Qualche consiglio utile? «Chiediamo a un campione di persone che ci conoscono di elencare cinque elementi che ci distinguono e altrettanti che ci rendono più vulnerabili. Il risultato sarà il nostro brand, il punto da cui partire per sviluppare il nostro racconto personale sempre in evoluzione», spiega Salvaggio.

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