Perché bisogna votare no
a un referendum peggiorativo

Il semplice taglio dei parlamentari nuoce alla già scarsissima efficienza delle Camere e dà un sostegno insperato e immeritato al Movimento Cinquestelle, che ne ha fatto una battaglia di sopravvivenza. Ci sono dunque due buone ragioni, una di merito l’altra politica, per votare no. E quindi probabilmente vincerà il sì.

Sergio Luciano
Perché bisogna votare noa un referendum peggiorativo

 
“Cameriere, in questa minestra ci sono dieci mosche! E’ una vergogna!”. “Non si preoccupi, signore, gliene tolgo tre”.
Nella  cultura pseudopolitica dei Cinquestelle, la tesi a sostegno del referendum sul taglio dei parlamentari si può riassumere così. Con questa poderosa metafora. La casta costa troppo e non lavora, facciamola costare un terzo in meno. Non c’è un pensiero sulla questione chiave: l’utilità, inutilità o nocività dell’azione della politica italiana, che si è deplorevolmente trasformata in quella casta. Non solo non si danno risposte ma nemmeno si pongono le domande giuste sull’inefficienza, caoticità e contradditorietà della politica e su come curarle. Si taglia e basta. Una vendettina per sfamare un po’ di elettori incazzati, sbandierata un secolo fa, quando sembrava elettoralmente produttivo porsi come i paladini dell’epurazione, mentre oggi la tragedia del Covid ha fatto ricordare a tutti quanto sarebbe importante essere governati bene da gente competente…


Del resto, sono dieci anni che il Capocomico vomita insulti contro il Parlamento («La scatola di tonno è vuota»; «potrebbe chiudere domani»; «é un simulacro»; «la tomba maleodorante della Seconda Repubblica») e la pietosa ideologia sostitutiva è quella di presentare la Rete - come se fosse garanzia di sana democrazia diretta – nel ruolo di efficiente rimpiazzo del suffragio universale “vecchio stile”, spacciando come significative le risultanze della Piattaforma Rousseau…


Il referendum che insensatamente praticamente tutte le forze politiche hanno approvato in Parlamento per inseguire i grillini nel loro unico mantra vincente, appunto quello dell’antipolitica, arriva oggi a portata di mano di un annaspante Di Maio come un salvagente lanciato da una nave di una Ong.


Due anni di ridicolo stanno sprofondando il Movimento nei sondaggi e nella delusa irritazione del suo stesso elettorato e di tutti gli italiani, ma una buona stella beffarda (con l'Italia) protegge però i Grillini da un confronto con concorrenti insidiosi alle urne, essendo politicamente evirato il Pd e obnubilato il centrodestra.


Il sì ovviamente vincerà: chi va a votare lo fa per votare sì! E’ pressochè eroico prendersi la briga di uscire di casa muniti di certificato elettorale e fare la fila distanziati al seggio per esprimere un no che parte minoritario e perdente. E su questa vittoria casuale e priva di vero senso riformista che si profila, Di Maio – come in un videogioco, e del resto di un brutto gioco si tratta - ricaricherà le sue vite e tirerà alla meno peggio gli altri due anni e mezzo di potere che la paralisi politica del Paese affida al governo giallorosso.


Sarebbe utile, però - per scongiurare che Di Maio e i suoi se ne vadano di testa del tutto - che almeno la vittoria del sì fosse di misura, ed ecco perché val la pena ricordare le ragioni del no.


Per quelli che considerano il Movimento un equivoco da fugare presto e ricondurre a utilità politica per il Paese – come chi scrive – il no è innanzitutto un modo per accelerare il bradisismo in cui sta affondando la creatura di Grillo. Le parti sane della società italiane che l’hanno votato, le tante persone oneste stufe della corruzione e dell’inefficienza della politica, stanno comprendendo che è soltanto scegliendo persone meritevoli e oneste che si cambia, non mandando avanti un gruppo di persone prevalentemente inadeguate, per di più guidate da due personaggi opachi ed esterni alle regole minime della democrazia, appunto il Comico e il Sociologo.


Nel merito, inoltre, il no è una minacciosa illusione ottica. Non sono troppi mille parlamentari per rappresentare bene le infinite esigenze diverse di un Paese di sessanta milioni di abitanti sparsi in 8100 comuni dalle caratteristiche eterogenee quante nessun altro stato europeo. Non sono troppi: sono troppo spesso degli asini. O sono mosche nella minestra. Non tutti, ovviamente: tra gli stessi grillini ci sono fior di galantuomini e perfino qualche professionista competente, da Fraccaro alla Castelli alla Catalfo alla Pisano a Puglia alla Lombardo, a Buffagni allo stesso Patuanelli e a vari altri. Ma purtroppo nuotano, e insistono a nuotare, in un mare di improvvisati protervi, guidati dal peggiore e più abile di tutti, appunto Di Maio.


Il problema è dunque risolvere il nodo del bicameralismo perfetto e riqualificare il profilo dei rappresentanti del popolo.
Per servire il caffè in un bar, ci vuole un diploma. Per fare il tassista, pure; per fare l’operatore socio sanitario occorre aver frequentato un corso di un anno e superato un esame di stato. Per fare il parlamentare basta essere cittadini italiani e avere 25 anni (per la Camera) o 40 (per il Senato).
E’ una regola meravigliosamente idealista, pensata dai Padri costituenti per garantire l’assoluta parità dei diritti elettorali, ma è stata fonte di un travisato lassismo, per cui i partiti hanno sempre candidato chiunque al Parlamento, purchè fedele, utile o comunque strumentale agli intessi dei capi: su queste basi la critica radicale di Grillo alla “scatoletta di tonno” aveva un suo fondamento, solo che paradossalmente mai da nessuno come dal Movimento si è teorizzato spudoratamente il pernicioso principio dell’”uno vale uno”, che ha reso possibili alcune vette di dequalificazione, improvvisazione e in definitiva vilipendio culturale delle istituzioni repubblicane. Gli ignoranti e i quacquaracquà c'erano in Parlamento anche prima dei Grillini. Ma almeno nessuno pretendeva di indicarli come modello per l'avvenire delle istituzioni.


Apportare una modifica così importante al Parlamento che vige dal ’46 - senza fare contemporaneamente nulla di serio per migliorarne la qualità politica e culturale - è assai peggio che lasciare tutto com’è, perché significa dare l’illusione ottica che la situazione sia migliorata mentre invece semmai – se possibile – peggiorerà ulteriormente.

Cosa c'è di peggio che avere un grave problema? Averlo ancora, e credere di averlo risolto.

Restano le due Camere, col Senato molto ridotto al punto da non poter che svolgere ancora peggio il lavoro che già svolge male; e a subire i tagli nelle prossime liste elettorali non saranno ovviamente i fedelissimi delle segreterie, i professionisti della politica, ma quel tanto o quel poco di società civile che i partiti ci infilavano in mezzo per imbellettare un piatto generalmente indigesto.


In definitiva: votando sì, si aiuta una formazione politica che, così com'è, e com'è oggi guidata, è nefasta e andrebbe quindi ridimensionata; la si dà vinta, d’altra parte, anche alla Lega, che paradossalmente con quella formazione ha sanguinosamente rotto salvo poi oggi ritrovarsi ad aiutarne la sopravvivenza. Il Pd non è pervenuto, tanto per cambiare, e quindi non fa testo. E la politica italiana viene per l’ennesima volta degradata a materia di discussione ricreativa per una bocciofila di periferia.
 

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