APPROFONDIMENTI

Quella voragine da 670 miliardi che il fisco ignora

L’escamotage di intestare beni e aziende a prestanome nullatenenti ha creato una voragine da 670 miliardi che l’Agenzia delle Entrate non riesce a riscuotere. Eppure non sarebbe difficile unire i puntini per scovare i furbi...

Antonio Uricchio*
Quella voragine da 670 miliardi che il fisco ignora

Antonio Uricchio

I furbi e i fessi. Anche gli evasori fiscali si dividono, al loro interno, fra queste due categorie di italica tradizione. Gli evasori-fessi li conosciamo, sono i piccoli, quelli che non emettono lo scontrino, ma che poi, se pizzicati, almeno ci mettono la faccia e all’arrivo dell’esattore pagano pegno versando il dovuto (in tutto o in parte). I furbi, invece, hanno trovato un escamotage perfetto per sottrarre al Fisco somme ingenti, blindati dietro uno scudo di impunità patrimoniale che resiste imperscrutabile da più di vent’anni. Questi signori emettono  scontrini e  fatture, talora in eccesso (fatture false o frodi carosello), dichiarano  redditi senza pagare il tributo dovuto o compensano crediti inesistenti. Il loro segreto è semplice: nascondersi per bene dietro il paravento di un prestanome. Basta  utilizzare una partita Iva fittizia (attivata a nome di un nullatenente) o previa costituzione di una finta società (in cui ci si guarda bene dal figurare come socio o amministratore). In questo modo il problema la riscossione diviene difficile se non impossibile,  Fortunatamente già da diversi anni la GdF, in collaborazione con Agenzia delle Entrate ed Inps, ha messo in campo una robusta offensiva che ha saputo intercettare, spesso con operazioni di sequestro e confisca di rilevante valore, un gran numero di truffe di questo genere. 

In termine tecnico si parla di “evasione da riscossione”. Secondo i dati della Corte dei Conti, resi noti il 24 giugno scorso in occasione del giudizio di parificazione del Rendiconto Generale dello Stato per il 2019, degli oltre 800 miliardi di debiti tributari avviati alla riscossione esattoriale nel corso degli ultimi venti anni (al netto di 200 mld di sopravvenuti sgravi per indebito), sono 670 i miliardi che risultano al 31 dicembre 2019 non riscossi, e neppure in alcuna misura riscuotibili in futuro. Ciò per via della incapienza del debitore.

Il dato, come ordine di grandezza, era risaputo da diversi anni. A tale cifra monstre si è giunti perché da più lustri il Fisco notifica a presunti nullatenenti quote ingenti di accertamenti fiscali. Stando sempre alla Corte dei Conti, infatti, nel corso del 2019, su un totale accertato di 17,5 mld, 6,7 miliardi di atti (il 40%) sono stati notificati a 93.263 soggetti che poi non hanno reagito all’addebito, nel senso che non hanno né pagato, né impugnato l’atto (sempre secondo la Corte dei Conti l’anno prima, il 2018, tali situazioni furono il 52% in termini di valore sul totale accertato).

Al riguardo la Corte dei Conti sottolinea la «perdurante anomala frequenza degli accertamenti che si definiscono per inerzia del contribuente» la quale dovrebbe «imporre un profondo mutamento delle tradizionali strategie di contrasto dell’evasione»,  osservando  la singolarità di una  «attività di controllo sostanziale» a monte della riscossione esattoriale, che «continua a indirizzarsi verso posizioni sostanzialmente patologiche (irreperibili, falliti, ecc.)». In effetti, un contribuente che non paga quanto dichiarato, non definisce in adesione accertamenti o in modo agevolato le sanzioni,  lascia spirare i termini per l’impugnazione, potrebbe essere un intestatario fittizio di partita Iva o semplicemente avere precostituito le condizioni di incapienza. Secondo la Corte dei Conti, il mancato versamento delle imposte dichiarate (IVA, ritenute, imposte proprie), è «divenuto da tempo una impropria modalità di finanziamento e in non pochi casi una modalità di arricchimento illecito, attraverso condotte preordinate all’insolvenza».

Alla luce di queste considerazioni desta pertanto perplessità quanto affermato nel Programma Nazionale di Riforma approvato in CdM il 6 luglio scorso secondo cui quale, d’ora in avanti gli sforzi di recupero nella fase di riscossione esattoriale saranno potenziati e concentrati «prioritariamente» all’indirizzo dei debitori «più solvibili». Al contrario, l’enorme massa di furbi-evasori, celati dietro prestanomi fittizi o come soci occulti (cui è imputabile la stragrande maggioranza dei 670 miliardi oggi non più riscuotibili per incapienza) rischia di essere rimanere impunita, non apparendo sufficiente la proposta, pure opportuna, di interruzione dei termini di prescrizione in danno del debitore apparente. È auspicabile, pertanto, che il Governo prenda coscienza della gravità del problema mettendo in campo le misure idonee a contrastare il fenomeno. In questa prospettiva, fondamentale appare assicurare controlli e azioni di contrasto tempestive anche attaverso l’utilizzo di tecnologie telematiche, banche dati e intelligenze artificiali. Accertamento e riscossione devono essere on time e non più off time, quando ormai è troppo tardi. Occorre invece identificare tempestivamente il contribuente apparente, valorizzando alcuni alert (i c.d. sensori dell’evasione),  prassi sintomatiche di pratiche truffaldine e soprattutto  orientando i recuperi sul  manovratore occulto. Basterebbe  rimuovere  le cause di questa voragine nei conti pubblici per  ripensare i modelli di prelievo anche riducendo il peso fiscale su contribuenti onesti e su cespiti largamente colpiti da imposizione (redditi di lavoro, casa, impresa). È appena il caso di ricordare, al riguardo, che dal 2000 al 2019 l’agenzia delle Entrate ha riscosso solo 55 mld rispetto agli oltre mille miliardi di addebiti tributari lordi affidati per la riscossione esattoriale alla ex Equitalia.


*Ordinario di Dirittto Tributario Università di Bari

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