Tim-Open Fiber, dopo 23 anni
si risana una ferita industriale

Dopo anni di diatriba prende corpo l’unificazione delle due reti a banda larga del Paese. Ma l’ok all’operazione è nelle mani della Commissione europea.

Sergio Luciano
Tim, si apre la sfida decisiva: senza scorporo della rete, nessun futuro

Luigi Gubitosi, amministratore delegato di Tim

In pompa magna, i consigli d’amministrazione di Tim e di Cassa depositi e prestiti (Cdp) hanno preparato per Margrethe Vestager una elegante proposta di integrazione delle rispettive reti telefoniche (cioè: la rete di Tim e quella di Open Fiber, controllata da Cdp) capace di unificare finalmente la rete a banda ultralarga in Italia portandola in tutto il Paese per riparare al disastro fatto ventitre anni fa privatizzando non solo l’esercizio telefonico ma anche la rete.
Quindi ha ragione – ma solo in questo – l’ex capo di Tim Franco Bernabè a dire che la creazione della rete unica telefonica a banda ultralarga nel Paese non è ancora cosa fatta e che non basta la volontà politica. Tutto dipende dall’Europa. Per la precisione, adesso la palla è nel campo di gioco della severissima Vestager, che non scherza affatto.
Spieghiamoci: un’integrazione di reti che le trasformi in un’infrastruttura unica nazionale e ne collochi il controllo nelle mani di uno solo degli operatori del servizio telefonico non passerà mai.
La commissaria danese – figlia di un pastore protestante – è l’ultima arcigna e imbattibile guardiana della concorrenza in Europa. Chiedere a quelli di Wind e H3G per informazioni: avevano lavorato un anno per fondere le loro attività ed alzare i prezzi medi eliminando quella invenzione metafisica che è, nel nostro mercato, il quarto gestore (tanto che più procedevano le trattative più il titolo di Tim saliva, perché dell’eliminazione del quarto incomodo avrebbero beneficiato i prezzi di tutti e risentito solo i consumatori!); e poi la Vestager disse: “Ok, fondetevi pure, ma il quarto gestore ci vuole e voi dovrete spogliarvi di ripetitori e clienti per far entrare il signor Iliad in Italia”. Quindi Wind e H3G non ottennero ciò per cui avevano lavorato.
Ebbene: qualcosa di simile dovrebbe accadere stavolta. Rete unica sì, gestione unica no: ma collegiale. In modo che nessun operatore di servizi sia anche gestore della rete, potendo così contare su un vantaggio competitivo rispetto ai concorrenti…
Intendiamoci: l’unificazione delle infrastrutture è una cosa sacrosanta. Ripara dopo 23 anni allo scempio fatto da Romano Prodi, allora presidente del Consiglio, con l’adesione (ahimè: uno dei pochi errori del personaggio) del ministro dell’Economia Carlo Azeglio Ciampi e di quell’altro grande personaggio che era ed è Mario Draghi, direttore generale del Tesoro.
Nel ’97, nella furia privatrizzatrice ispirata a Prodi dall’accordo Andreatta-Van Miert, il governo privatizzò Telecom con tutta la rete, per la miseria di 27 mila miliardi, 13 miliardi di euro di oggi: neanche il doppio di quanto oggi Kkr valuta la sola rete Telecom.
Facendo leva su quella valutazione vergognosamente bassa, i cosiddetti capitani coraggiosi ispirati da Baffino Massimo D’Alema e guidato dal meno peggio di tutti, che era Roberto Colaninno, lanciarono un’Opa da 100 mila miliardi di lire, scippando Telecom al nocciolino duro di controllo cui colpevolmente il governo l’aveva affidata.
Il resto è stato un piano inclinato. L’unica possibilità di ripagare i debiti enormi contratti per la scalata risiedeva nell’accollarli alla società acquisita. Ed implacabilmente così avvenne.
Dopo la breve gestione Colaninno l’unico imprenditore a provarci seriamente fu Tronchetti Provera che fondendo Telecom e Tim ritenne di avvicinarsi alla soluzione del problema ma invano. Tanto da capire che l’unica possibilità per salvare il gruppo dal declino era portarvi dentro un colosso internazionale capace di rifinanziarlo e dargli una nuova prospettiva, quella nei media, idea non malaccio alcuni anni prima della nascita di Netflix: e aveva individuato allo scopo il gruppo Murdoch. Telecom sarebbe diventata straniera ma sarebbe guarita.
Ma Romano Prodi, nuovamente presidente del Consiglio, tornò sul luogo del delitto e fece saltare la gestione Tronchetti in Telecom instaurandovene una istituzionale dove il pallino industriale l’aveva in mano la spagnola Telefonica (principale concorrente internazionale di Telecom, che come unico obiettivo aveva quello di stroncare sul nascere ogni espansione del gruppo italiano) col presidio residuo del radicamento nazionale dell’azienda nelle mani dei Benetton, buoni quelli…
Che sviluppo avrebbe mai potuto avere Telecom, in un simile contesto? Si ritenne di chiamare il demiurgo Bernabè, che pure se l’era fatta soffiare da sotto il naso dagli scalatori: col bel risultato che nel 2013 quando per la prima volta la Cassa depositi e prestiti, guidata da Bassanini, gli avrebbe offerto 10 miliardi di euro per rilevare la rete ed evitare di fare Open Fiber, Bernabè ne pretese 14 e l’affare saltò.
L’inserimento di Vivendi (Bollorè-Canal Plus) nell’azionariato della Tim fu il colpo di grazia, tanto più che i francesi hanno anche cercato di espugnare contemporaneamente Mediaset, contemporaneamente, mettendosi in un angolo come solo un pugno di arroganti, abituati a fare soldi gestendo porti nell’Africa nera con le milizie mercenarie a presidiare le banchine, poteva fare.
Il resto è cronaca. Provvidenzialmente, lo Stato qualche anno fa ha deciso di lanciare Open Fiber; un progetto integrativo e non alternativo alla rete Tim, ma chiaramente e provocatoriamente scagliato contro l’altra.
Il grande merito da ascrivere all’attuale gestione di Tim, guidata da Luigi Gubitosi, è stata l’umiltà intellettuale e l’intelligenza gestionale di perseguire l’intesa.
Ora l’intesa è imbastita. Manca la Vestager. Che verosimilmente dirà di sì, a patto che elementi concreti di governance dimostrino che non possa più essere l’operatore telefonico dominante di rete fissa, Tim, a decidere da solo come sviluppare la medesima rete.
Auguri a tutti noi: oggi una rete a banda ultralarga serve alla ripresa del Paese quanto la rete elettrica. Privatizzarla fu una bestialità, il disastro sta trovando rimedio, almeno sul piano gestionale. Che si spiccino.
 
 

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