A lezione di leadership
da Napoleone Bonaparte

Condottiero, statista, visionario, ma soprattutto manager e grande comunicatore: ecco come la figura di Napoleone, riletta da un punto di vista attuale, può insegnare molto a politici, manager e imprenditori odierni

Marina Marinetti
A lezione di leadershipda Napoleone Bonaparte

Il 15 agosto del 1769, 251 anni fa, nasceva Napoleone Bonaparte. Tantissimo si è scritto su di lui, ma, alla fine, Napoleone resta un’opera aperta. Capo popolo o normalizzatore della rivoluzione borghese? Genio militare o statista e visionario? Imperatore o dittatore? "All of above", verrebbe da rispondere. Ma Napoleone è stato, soprattutto, un grande comunicatore. Al quale politici, manager e imprenditori d'oggidì potrebbero proficuamente ispirarsi.

«Quello che per Napoleone è il campo di battaglia per l’imprenditore e il manager sono la fabbrica e il mercato, dove solo chi sa cosa vuol dire essere in prima linea può dare gli ordini ed essere ascoltato. Un identikit classico di quello che oggi consideriamo un imprenditore di successo», spiega a Economymag Roberto Race, advisor in corporate strategy and public affairs per multinazionali e medie imprese e affianca in prima linea i Ceo e i board delle aziende, che a Bonaparte ha dedicato il volume "Napoleon the Communicator: Thinking with the mind of the winner" versione inglese alla quinta ristampa proprio in questi giorni e aggiornata del precedente "Napoleone il Comunicatore" edito da Egea, la casa editrice dell'Università Bocconi (l'edizione inglese presenta la postfazione di Charles Bonaparte, ultimo erede di Napoleone e presidente della Federazione Europea delle città napoleoniche). «Proprio come tanti leader, Napoleone sa che conta più essere autorevole che autoritario.
Napoleone, a modo suo e con tutte le contraddizioni e ambiguità con cui finisce per essere al tempo stesso "dittatore" e alfiere del nuovo diritto partorito dalla rivoluzione francese, è anche portatore di alcuni valori di cui si lamenta spesso la carenza nell’attuale classe dirigente e politico-istituzionale europea. Napoleone sa bene che «non si può guidare un popolo senza indicargli un futuro. Credo che oggi la rilettura di Napoleone sotto questi termini possa favorire la riscoperta di aspetti della sua figura di una modernità impressionante».

Roberto Race, autore di "Napoleon the communicator"

Napoleone, quindi, è stato un manager che ha precorso i tempi?

Come un leader costruisce il consenso? Qual è il suo rapporto con i collaboratori? Come coniuga carisma e spirito di squadra? Come utilizza tempi e modi del comunicare per vincere battaglie militari e politiche? Come strumentalizza iconografia, immagine, messaggio culturale per accrescere il suo potere personale? Napoleone insegna questo e altro. Per esempio come eternare se stessi al di là della sconfitta sul campo, se consideriamo che Bonaparte è stato l'unico perdente della storiariuscito a trasmettere ai posteri il proprio racconto di vita, sottraendolo alle manipolazioni dei vincitori in nome di una verità anch’essa artificiosa, costruita a tavolino nel Memoriale di Las Cases. Il Napoleone che racconto in questo volume fa pensare a quei leader che sanno motivare e coinvolgere i loro collaboratori rendendoli partecipi delle sfide, che dovranno affrontare assieme.

Per Hegel Napoleone è stata una di quelle figure che ha impersonificato il progresso dello Spirito del mondo nella storia del suo tempo. E oggi?

La sua lezione è utile anche per i manager della nostra epoca. L’immagine, i valori intangibili, sono concetti declinati puntualmente oggi, quando si parla di patrimonio aziendale in senso lato. A cavallo tra settecento e ottocento, trovarono nel Corso uno strepitoso propugnatore. Nel terzo millennio si può guardare con un sorriso alle diavolerie inventate dal Bonaparte, dalla N all’aquila imperiale, agli stessi quadri d’autore. Uno per tutti: il valico a cavallo del Gran San Bernardo di Jacques-Louis David è diventato l’emblema della seconda vittoriosa campagna d’Italia. Nei suoi contemporanei, il sorriso dei millennials lasciava posto a stupore e ammirazione, come capita a chiunque si trovi al cospetto di una straordinaria innovazione di cui percepisce l’essenza prima ancora di averla pienamente compresa.

L'immagine è tutto.

Anticipare e guidare i tempi è prerogativa del grande manager. Nel caso di specie, parliamo dell’invenzione del brand, del marchio al servizio di un’idea. Icone che spesso erano funzionali ad accrescere il culto della personalità. Ma facciamo attenzione, su questo punto! La cura di sé, attestata sotto diversi profili dalla capacità di auto promozionarsi di Napoleone, non serviva a segnare distanze incolmabili. Napoleone, più che un dio, voleva essere un supereroe, impegnato continuamente a coinvolgere e a motivare i suoi collaboratori.

Oggi lo chiameremmo "engagement"...

Prima di lui, l’esercito era solo carne da macello. Con lui, nei fatti, purtroppo, restò tale, ma nobilitata da prestigio e onori, dall’introduzione della meritocrazia e da qualche prebenda, da promozioni sul campo guadagnate anche da chi non poteva vantare natali illustri, e a volte nemmeno confessabili. Napoleone dialogava concretamente con i suoi soldati. Con i riconoscimenti, come in senso letterale. La sua passeggiata in mezzo alle truppe prima del trionfo di Austerlitz, l’assicurazione che in caso di difficoltà l’avrebbero visto in prima fila a combattere, si tradusse in un messaggio semplice ma carismatico: “Ricordate che sarò sempre uno di voi”.

La leadership inclusiva.

Che si manifestava anche nella gestione del potere istituzionale. Dall’attenzione alla cultura, alle chiacchiere tra la folla, financo con le vecchiette; dalla codificazione del diritto, alla modernizzazione della formazione di base. Napoleone non fu solo l’affossatore della rivoluzione, ne fu anche il realistico interprete. Lo stato borghese nacque con lui, all’insegna del diritto e della capacità di motivare, coinvolgere e fidelizzare.

E come statista?

Napoleone offre un esempio eclatante di quanto rilevi la vision, che si tratti di un Paese o di un gruppo aziendale (e di chi è chiamato a guidarlo). Da Primo Console, elaborò un piano, poi portato a buon fine, per il risanamento finanziario in cinque anni dei trentaseimila comuni francesi. Definì poi un obiettivo a dieci anni, entro i quali tutti i comuni avrebbero dovuto portarsi in attivo. Utilizzò indicatori puntuali per controllare gli step.

Ma senza condivisione non si va lontano.

Se un manager non sempre può ‘creare’ la vision, deve tuttavia comprenderla e articolarla: l’unico modo per poterla comunicare a collaboratori e stakeholder e renderla così attuabile.

Sì, ma come?

Chi guida deve rifuggire dal genericismo e dalla superficialità. Deve dunque accomunare alla capacità prospettica la cura del dettaglio, se essenziale per il perseguimento delle sue strategie e la messa in atto dei suoi programmi. La tipica giornata di Napoleone, fatta di lettura della posta, valutazioni dei problemi, sessioni di verifica, esame di appunti e rapporti, decisioni su quali azioni compiere, non è dissimile da quella di un moderno manager e rappresenta un buon modello da seguire. Prima di ogni battaglia, Napoleone analizzava il terreno, si documentava sugli scontri avvenuti nella stessa area o con gli stessi generali in passato, esaminava ogni possibile rischio, svantaggio o pericolo. Pianificava, ma aveva coscienza anche della necessità di riprogettare continuamente le proprie attività, nel governare l’impero come nelle campagne di guerra.

Insomma, l'informazione, ieri come oggi, è sempre stata strategica.

L’informazione puntuale, del resto, favorisce la flessibilità, altra arma vincente dell’impresa moderna. Napoleone sosteneva che non vi sono regole semplici e infallibili. Ogni cosa dipende dai piani del generale di turno, dalla condizione in cui si trovano le sue truppe, dalla stagione in cui si combatte e da migliaia di altre circostanze. Considerazioni valide per il campo di battaglia, ma tenute in considerazione anche nella gestione delle sue relazioni istituzionali. Altro insegnamento del Corso, di incredibile preveggenza, sta nell’importanza della comunicazione in tempo reale e della connessione tra le truppe della Grande Armée. La campagna di Ulm fu vinta da Napoleone grazie anche alla comunicazione frequente e sistematica, che teneva costantemente informati i comandanti di tutti i corpi, con Bonaparte che chiedeva di ora in ora dispacci aggiornati ai suoi sottoposti.

Ma non fu solo un successo di comunicazione.

Proprio ad Ulm, Napoleone diede dimostrazione di quanto strategica sia la velocità di esecuzione, altro must delle imprese del nuovo millennio, alle prese con la rivoluzione 4.0 e la conseguente necessità di adeguarsi rapidamente ai cambiamenti di scenario indotti da un’evoluzione tecnologica che, con l’intelligenza artificiale, tende a trasformarsi in antropologica. Durante la campagna di Ulm, la Grande Armée marciò a tappe forzate per circa 24 km al giorno, raggiungendo il Reno in meno di sei settimane. Per ridurre le resistenze, Napoleone negoziò accordi con importanti stakeholder come la Baviera e la Prussia, assicurandosi che sarebbero stati partner e non ostacoli. Pragmatismo e rapidità si coniugavano con la coscienza dell’importanza di attrezzature (oggi leggasi: tecnologie) all’altezza dei tempi. Napoleone, al contrario di suoi precursori e contemporanei, si assicurava che le sue truppe si trovassero nelle condizioni migliori: indumenti, equipaggiamento, addestramento.

C’è tanto da imparare ancora oggi, dunque, da Bonaparte.

Perfino il modo in cui, sconfitto, contribuì alla sua glorificazione postuma, dettando le Memorie a Las Cases. D’altra parte, se la sua eredità non fosse così attuale, non si spiegherebbe la persistente diffusione del mito napoleonico in tutto il mondo, dai plastici che ripercorrono Waterloo all’oggettistica multiforme che continua a eternarlo. Un lascito che può insegnare qualcosa anche a chi guida i moderni eserciti dell’innovazione. 

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