QUI PARIGI, APPUNTI DALLA DEFENSE

Poi non dite che in Francia
non si pensa ai giovani

Non ci sono solo Cassa integrazione e sconti fiscali: nel post Covid il governo di Macron avvia per gli apprendisti un Plan d’urgence che stanzia un budget d’emergenza di un miliardo di euro

Giuseppe Corsentino
Poi non dite che in Francianon si pensa ai giovani

Va bene pensare agli operai e agli impiegati messi in “chomage partiel”, l’equivalente della nostra cassa integrazione, il 70% dello stipendio pagato dallo Stato e dall’Unedic (un fondo assicurativo contro la disoccupazione finanziato paritariamente da aziende e dipendenti), 12 milioni di lavoratori a casa e 24miliardi di spesa pubblica aggiuntiva. Va bene pensare alle aziende, soprattutto le piccole e le medie, che non dovranno pagare tasse e contributi. Ma ai giovani, ai ragazzi che avevano deciso di imparare un mestiere, chi ci pensa? Non si corre il rischio che l’onda lunga lunghissima della crisi economica post-Covid (crollo del pil, chiusure e fallimenti di aziende in un Paese appena uscito dall’incubo della de-industrializzazione iniziata con la crisi del 2008 e con un tasso di produttività tra i più bassi d’Europa) travolga le generazioni più giovani, quei ragazzi e quelle ragazze appena usciti da un Cfa, Centre de formation d’apprentis, con in tasca uno dei 200 tipi di Cap, il Certificat d’aptitude professionnelle, che da oltre un secolo (il Cap è stato istituito nel 1911) è garanzia di un posto di lavoro o, comunque, il primo biglietto d’ingresso nel mercato del lavoro? 

Il governo e il ministero del lavoro (guidato da madame Penicaud, una che prima di arrivare a Matignon è stata a lungo responsabile del personale della multinazionale alimentare Danone per dire una che ci capisce) hanno pensato anche ai ragazzi, agli apprendisti.

E questa è una buona notizia. Non che i giovani apprendisti francesi siano poveri. Ma in difficoltà certamente dopo che le rilevazioni dell’Insee, l’equivalente dell’Istat, hanno accertato un calo del 40-60% delle richieste aziendali nel periodo marzo-giugno, conseguenza del “confinement”, il blocco di quasi tutte le attività produttive.

La ministra del lavoro che già si era segnalata per la sua attenzione ai problemi della formazione professionale, non si è fatta cogliere impreparata e, dopo una rapida consultazione con il collega del Bilancio Gérard Darmanin, un altro politico di lungo corso, epigono del gaullismo sociale (vorrebbe allargare la partecipazione azionaria dei dipendenti nel capitale delle imprese), ha varato un “Plan d’urgence pour l’apprentissage”. Destinatari i 491mila apprendisti censiti nel 2019. Budget previsto, un miliardo di euro (se basterà). Il piano d’emergenza attiva diverse leve, alcune indirizzate alle imprese, altre alle scuole cioè ai centri di formazione, altre ancora ai diretti interessati, gli apprendisti, con alcuni semplicissimi sostegni finanziari per la didattica.

Per le imprese sotto i 250 dipendenti il piano prevede contributi una tantum (qui si chiamano “prime”) di 5mila e 8mila euro per ogni nuovo apprendista assunto (a seconda che sia un minore, sedicenne come s’è visto prima, o un maggiorenne fino a 25 anni, il limite massimo dell’apprendistato). Per le aziende più grandi, oltre i 250 dipendenti, il “prime” scatta solo se entro il 2021 ci sarà un ricambio occupazionale del 5% a favore degli apprendisti. Se, invece, l’assunzione (con un contratto a tempo determinato o indeterminato) non è all’orizzonte, il giovane apprendista fornito di Cap, cioè di attestato professionale, ha sei mesi in più – fino al 28 febbraio 2021 – per cercarsi un lavoro attraverso il Pôle Emploi che nel frattempo continuerà a finanziare il Cfa, il Centro di formazione professionale, perché si dia da fare anch’esso a trovare un posto al nostro apprendista diplomato.

In questo sforzo sono impegnate tutte le strutture territoriali del ministero del lavoro (non solo il Pôle Emploi) perché, come dice la signora ministra, la sfida è “difendere l’occupazione e rafforzare le competenze”, cioè non limitarsi a difendere l’esistente ma dare un contributo vero alla crescita e alla modernizzazione dell’apparato produttivo.

In altre parole, si tratta di innovare e l’innovazione, che come dice il presidente della Confindustria francese, è la vera arma di difesa contro la disoccupazione, è alla base dell’ultimo capitolo del “Plan d’urgence”: milioni di euro, altre risorse per permettere ai giovani apprendisti di dotarsi di strumenti elettronici, computer e altro, per lo “smart working” che verrà. Insomma, i ragazzi dovranno arrivare preparati nel mondo post-Covid. “Non sacrificheremo una generazione” ha dichiarato il sottosegretario alla Gioventù. Mentre il direttore generale dell’Oil, l’Organizzazone internazionale del lavoro che sta a Ginevra, Guy Rider, mette in guardia dalle conseguenze della disoccupazione giovanile soprattutto quando il giovane è a inizio carriera: resterà segnato per tutta la vita.

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