Per Conte la forza della debolezza
Ma ora comincia il gioco più duro

Quando ci ricapitano 82 miliardi di euro in regalo ed altri 127 di prestiti garantiti dall’Unione? E’ un risultato strepitoso, che davvero può rimettere in sesto l’Italia. Il merito va alla Merkel, che ha rimesso in piedi l’Europa in poche mosse. Ma il presidente del Consiglio italiano è stato bravo a tenere botta, conservare stile e ricostruire un po’ di quella credibilità nazionale che forse non meritiamo più a che almeno stavolta va nuovamente cercata e trovata.

Sergio Luciano
Merkel, carezza a Conte: "Sul Recovery Fund troveremo un'intesa"

Per essere un’oppositrice, la più furba di tutti è stata Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, che ha twittato: “Conte è uscito in piedi, ma poteva e doveva andare meglio”… Almeno ha reso al premier l’onore delle armi. In realtà, altro che “andar meglio”. Meglio di così - diciamolo, e senza alcun ossequio pregiudiziale verso Conte, e in genere verso chi accetta di rappresentare un miscuglio indistinto come i Cinquestelle – sarebbe stato difficile per chiunque.
Se solo ritorniamo a quel che era l’Unione Europea un anno fa, una specie di sottoscala presieduto da un signore affezionato al bicchiere, con una Germania leader riluttante, la Francia assediata dai gilet gialli e l’Italia incastrata nelle polemiche sui migranti e nel blocco politico tra due partiti di governo del tutto incompatibili tra loro, abbiamo fatto non un passo avanti: una resurrezione.
Di cui Giuseppe Conte non è certo stato il protagonista: il merito storico va ad Angela Merkel; gli altri – Macron compreso – son tutti comprimari.
Ma il presidente del Consiglio italiano è miracolosamente riuscito a rimanere in equilibrio, coprendo agli occhi dell’Europa la pochezza della sua compagine politica e in particolare dei Cinquestelle (non sarà un caso se sullo scenario di Bruzelles Di Maio non s’è mai visto, pur essendo ministro degli Esteri), che pure lo hanno espresso.
Conte ha trasformato la debolezza cronica dell’Italia - ridotta, non da lui ma da trent’anni di malgoverno, a parametri finanziari disastrosi – in una strana forma di forza. Ha mantenuto uno stile che può non piacere – perché è un po’ untuoso e fintamente cordiale - ma è innegabilmente sobrio, con toni sempre misurati e con un’unica impuntatura, quella di non volere il Mes, come simbolo e specchietto delle allodole polemiche. Si è agganciato alla Merkel, a Macron, alla alla Von der Layen e anche a Michel e non ha più mollato. Cedendo sul punto del controllo sui piani economici nazionali al Consiglio europeo – sia pure con una soglia di veto piuttosto bassa, con quel 35% che apre ampi spazi ai Paesi frugali – Conte ha potuto tener duro sul piano dei principi (era ovvio, era fatale che l’Europa mutualizzando tanto debito ci chiedesse conto di come intendiamo allocarlo e come riusciremo a farlo, visti i nostri deplorevoli precedenti) ed ha portato a casa i soldi.
Ma ora è proprio qui – direbbeTotò – che casca l’asino. Al di là delle facce truci, nessuno sano di mente dalla fine di febbraio in poi avrebbe desiderato trovarsi sulla poltrona di Conte, neanche tra i suoi oppositori giurati. Ben altri leader, navigati e potenti, si sono bruciati sul Covid-19, vedere alla voce Johnson,Trump e Bolsonaro. Conte ha fatto un sacco di sciocchezze, si è circondato di molti improvvisati ed ha fatto inutilmente proliferare le task force, ma si è comunque difeso lavorando come un matto, ha evitato particolari gaffe e – merito forse del suo protettore Padre Pio – pur con i suoi troppi decreti, le sue conferenze stampa infinite, i pessimi consigli di quel protervo narcisista che gli ispira la comunicazione, sotto la sua guida l’Italia ha comunque imboccato relativamente presto e relativamente meglio di tanti altri la corsia d’uscita dalla pandemia.
Ma oggi, oggi che arrivano i soldi, quella poltrona farà veramente gola a tutti. L’assalto alla diligenza cui abbiamo assistito negli anni, con toni e avidità sempre più accesi e sguaiati di anno in anno, è stato circoscritto ai 15, 20 miliardi di valore della manovre finanziarie annuali.
Stanno per arrivare il decuplo dei soldi, tutti insieme. Ci saranno controlli europei, s’è visto: ma fatalmente a posteriori. Si scatenerà un magna-magna spaventoso.
Il gioco si fa duro, e Conte in campo è solo anzi peggio: è male accompagnato. Forte unicamente di un certo consenso popolare, ma privo di quel partito che si dice da mesi abbia in testa di lanciare. Inutile augurargli buona fortuna a lui: ma a noi italiani sì. Quando ci ricapitano 82 miliardi di euro in regalo? E anche i 127 miliardi prestiti, chi mai ce li avrebbe dati, direttamente, senza lo scudo europeo?
E allora stavolta cerchiamo di tenere i ladri, i soliti ladri, alla larga da tutto questo. Ma per Conte – un avvocato – non sarà facile restare a centrocampo. Con i ladri non si tratta, non si negozia. Si chiama la polizia. Anche se si sa che, dopo, inizia il solito deprimente contorno di procure inefficienti e corti inamissibilmente lente.
 

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