"Il fatto non sussiste!", i danni sì
Alfonso Ruffo esce dall'incubo

Il nostro direttore editoriale assolto con formula piena da un'accusa completamente infondata dopo un iter giudiziario incredibilmente lungo e inefficiente, sette anni e mezzo per arrivare a sentenza, di cui sette senza nemmeno un'udienza. L'ennesima ferita di una giustizia inefficiente. Un professionista e una famiglia nel tritacarne senza ragione. Cinquanta posti di lavoro sacrificati senza un perchè.

Sergio Luciano
"Il fatto non sussiste!", i danni sìAlfonso Ruffo esce dall'incubo

Assolto perché il fatto non sussiste: meglio di così non può andare, per un imputato penale. Peggio di così non può andare – quindi, per converso – alla pubblica accusa. Che si sente notificare da una Corte di essersi sognata il fatto in questione.
Solo che questa sacrosanta notifica interviene di solito, nel nostro disgraziato Paese, anni e anni dopo l’inizio dello spiedo giudiziario. E molti danni, moltissimi, causati agli incolpevoli. Danni non risarcibili.
E’ la storia di Alfonso Ruffo, giornalista ed editore, che sette e mezzo fa venne travolto da uno tsunami giudiziario totalmente campato in aria, attivato da una denuncia anonima e immotivamente preso sul serio dalla Procura di Napoli. Una truffa allo Stato per i contributi all’editoria mai commessa. Sette anni senza un’udienza, poi tre o quattro udienze in sei mesi perché l’imputato non voleva ricorrere alla prescrizione, che sarebbe intervenuta tra breve, ed ha fatto di tutto perché si arrivasse a sentenza.
E lo tsunami si è appunto concluso ieri con la sentenza di primo grado, assolutoria, e il dissequestro dei beni bloccati da allora.
Ma non c’è niente di cui gioire. Quando Ruffo venne incriminato, guidava una cooperativa editoriale attorno alla quale, direttamente e indirettamente, campavano circa sessanta persone. Facendo i giornalisti, i grafici, i comunicatori… Percependo un regolare stipendio. A Napoli. Sessanta posti di lavoro in regola, volatilizzati. A Napoli. Per niente.
Una vita, e una famiglia, a dir poco scombussolate. Un cerchio di gelo fatalmente creatosi attorno a un innocente. Spese legali enormi, per difendersi. Un disastro. Per niente.
Chi ricostruirà a Napoli, otto anni dopo, quei posti distrutti? Chi ridarà mai alle vittime dell’attacco quegli anni di lavoro pieno e rispettato che gli sono stati sottratti, i relativi redditi mai prodotti, le relazioni umane compromesse o sospese, il cumulo di macerie esistenziali generate sul nulla?
La frequenza e gravità degli errori giudiziari in Italia è ben oltre il livello di guardia. Nel ventennio berlusconiano i tentativi di riforma della giustizia che intervenissero anche su questo tema – come in generale sulla questione enorme delle misure cautelari liberticide e umanamente devastanti – sono stati vaghi e imprecisi ma soprattutto inficiati dal conflitto d’interessi di chi li promuoveva, appunto Berlusconi.
Ora che per fortuna quel ventennio è alle spalle, e ammesso che la nostra Repubblica riesca a riemergere dalla pochezza in cui ristagna, si può riaprire il dossier?
Intendiamoci: la materia è scivolosissima. La pubblica accusa deve poter fare il suo corso. Ma c’è un referendum cui dar seguito pienamente, quello sulla responsabilità civile dei giudici, sostanzialmente sotto-attuato per non dire insabbiato; e soprattutto c’è un principio da chiarire.
L’importante, per uno Stato di diritto che rispetti i diritti umani, è prevenire queste porcherie, al massimo. Anticipando i filtri di garanzia sulle inchieste cervellotiche con l’introduzione di un contropotere molto più forte di quello attuale dei Gip. Prevenendo gli effetti letali delle misure cautelari: aziende che falliscono, come quella di Ruffo e le altre che le ruotavano attorno; famiglie sul lastrico, settimane e mesi di ingiusta detenzione che non bastano certo i pochi euro al giorno a risarcire. Ma soprattutto scindendo il tema, spinosissimo, della personalizzazione della responsabilità (il pm o il giudice che sbaglia, paga) dal tema del risarcimento.
L’inquisito riabilitato deve essere ristorato dallo Stato nel danno economico – in misura congrua e non ragionieristica – e nel danno morale subito, ad esempio con imponenti campagne di riabilitazione a spese pubbliche commisurate alla notorietà delle accuse e delle vittime. E’ lo Stato che ha selezionato i magistrati e gli ha dato loro i poteri, è lo Stato con la sua solvibilità teoricamente illimitata che deve rispondere dei danni.
Poi, certo: va salvaguardato il diritto della magistratura, e l’interesse del popolo italiano, ad inquisire i sospettati; ma un meccanismo di bonus-malus autogestito (quindi non discrezionale, da parte di nessun potere esterno né interno alla categoria: il caso Palamara docet) andrebbe pur introdotto: qualcosa per cui i Pm le cui richieste di condanna siano troppo spesso bocciate, riportassero qualche traccia dei loro troppi errori sulle loro carriere; come pure i giudici di primo grado che si vedano troppo spesso riformate le loro decisioni in appello e quelli di appello che si vedano troppe volte bacchettare dalla Cassazione.
Prevedere un forte presidio delle competenze e della meritocrazia nella produttività, rapidità e veracità di istruttorie e sentenze, un presidio oggettivo e non discrezionale, misurato sui risultati dell’agire collettivo, be’: dovrebbe essere interessi degli stessi magistrati bravi, se in loro non prevalesse alla fine l’interesse di casta.
Una cosa dev’essere chiara, invece; l’entità dei danni che una Procura e anche un singolo procuratore può ingiustamente arrecare a un innocente eccede di molte volte la forza economica del singolo giudice. Se a risarcire i danni fatti dai Pm che sbagliano alle loro vittime dovessero provvedere le toghe stesse, non basterebbero cento vite di stipendio. Lo Stato si faccia carico dei risarcimenti, e cambi le regole per indurre i Pm a quello scrupolo che a tutta evidenza troppo spesso non hanno.
P.S.: Alfonso Ruffo è da giugno direttore editoriale di Economy Group. Un motivo di orgoglio, per noi. Che, come tutti coloro che lo conoscono da tempo, avrebbero messo due mani sul fuoco circa la sua totale estraneità ai fatti. Che, peraltro, non sussistono. Auguri e complimenti, Alfo’. Ma soprattutto: se potrai – e potrai, perché sei un uomo buono – perdona.
 
 

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