Macchè aiuto alle Pmi, se Google
vuole aiutare, paghi più tasse

Investimenti sì, formazione sì, ma tutto finalizzato alla massima estensione dell’utilizzo dei propri sistemi, del proprio cloud, delle proprie tecnologie: è marketing, non filantropia. Ed è inaccettabile che venga presentata in quella luce. Al contrario, Big G ha tanto di cui farsi perdonare, e non certo soltanto dall’Italia.

Sergio Luciano
Se la potenza di Google scricchiola, qualcosa vorrà dire

E’ abbastanza stupefacente il tono positivo - anzi entusiasta anzi ai confini con lo scondinzolamento - col quale molte testate anche importanti hanno riportato la notizia degli investimenti annunciati da Google in Italia –  900 milioni per creare due nuove “clour region” a Milano e Torino – accreditando questa formula del “correre in aiuto alle piccole e medie imprese italiane” che il colosso di Mountain View utilizza a piene mani.
Per spiegarci in modo facile-facile: la parte che si può definire correttamente “gratuita” dell’intervento di Google consisterà in una campagna di corsi di formazione e affiancamenti di training per le imprese che devono imparare a usare il digitale. Bene, bravi, bis.
Ma come giudicheremmo se, ad esempio, la Roche facesse dei corsi di formazione per medici nei quali insegnasse loro ad usare solo i farmaci Roche? O se Autostrade per l’Italia – tanto per toccare un altro tasto critico – regalasse corsi di guida veloce solo agli automobilisti che poi in cambio s’impegnassero a utilizzare soltanto la rete autostradale di quel gestore?
Ecco: senza nulla togliere all’abilità propagandistica di Grande G, di questo stiamo parlando. Nel business digitale - che si nutre di servizi in cloud – creare dipendenza nei clienti è fondamentale. La dipendenza la crei esattamente come facevano trent’anni fa le banche e i gestori telefonici, complicando cioè moltissimo la vita a chi decide di cambiare fornitore. Innanzitutto attraverso il gap cognitivo: ti insegno a usare il mio sistema, e ti sarà talmente scomodo cambiarlo che non lo cambierai più.
Nulla di nuovo sotto il sole. La coazione a ripetere comportamenti noti è il maggior vincolo al prodotto scelto, per un consumatore. In quei settori – banche e telefonia, maturati prima del digitale e radicati in Europa almeno quanto negli Usa – la liberalizzazione ha gradatamente protetto i consumatori introducendo decisive innovazioni proprio su questo fronte, cioè le standardizzazioni dei comandi d’uso degli apparati e l’obbligo per i colossi di quei settori di accettare senza possibilità di dissuasione e boicottaggi il cambio di fornitore. Sono nate così quelle straordinarie innovazioni consumeristiche che sono per esempio la portabilità del numero di telefono o del  mutuo, che hanno avuto il sacrosanto effetto di far crollare gli utili abnormi che telefonisti e banchieri usurpavano al mercato grazie all’effetto-dominazione che ottenevano con le vecchie regole e che si ficcavano in tasca, ben guardandosi dall’investirli in innovazione vera o patrimonializzarli in riserve (come si evince dalla pessima qualità dei loro bilanci successivi a quelle innovazioni).
Ecco: il digitale oggi è come il credito trent’anni fa, quando per cambiare un mutuo dovevi avere almeno ottant’anni e presentarti accompagnato dai genitori.
Oltretutto, nell’assenza beota di qualunque istinto a tutela dei consumatori che ha distinto dapprima l’amministrazione Obama e poi, perniciosamente, quella di Trump, si è comunque delineata una durissima battaglia sul predominio nel cloud tra Google e Amazon, per cui acquisire nuovi clienti avvinti come l’edera grazie al fatto che non gli si insegna a usare il digitale ma “quel” digitale e solo quello, è vitale. Quindi i famosi 900 milioni sono soprattutto un’aiuto agli utili di Google, non certo alle Pmi italiane.
Se Google volesse aiutare le Pmi italiane potrebbe, per esempio, rendersi conto che sono stati  irrisori fino al ludibrio i 4,7 milioni di tasse pagati – dati Mediobanca – all’erario italiano nel 2018, contro un giro d’affari sviluppato nel nostro Paese che si calcola già, per quell’anno, superiore ai 2 miliardi di euro, che però viene spostato in Paese dalle aliquote fiscali più basse. O che imperniare quella straordinaria attività di base che è la ricerca sul web sulla violazione sistematica di qualsiasi parvenza di diritto d’autore significa mettere in ginocchio non solo gli ultimi mohicani, i giornalisti del mondo civilizzato – che si fottano, per quanta miopia abbiamo avuto come categoria - ma anche una buona metà di tutta l’industria creativa. Per dirla pesante, mettere in ginocchio così anche il fondamento della democrazia, che è il dibattito trasparente e alla pari tra quanti più attori sociali possibile (mentre i social fanno l’esatto contrario, ma questo è un altro tema).
Per non parlare dell’abuso sistematico dei nostri dati perpetrato non certo solo da Google ma da tutti i big, facendo leva su quel vero e proprio vizio di consenso che sono i cookies e tutti gli altri sistemi di tracciamento dei nostri comportamenti cui noi acconsentiamo senza capire quanti rischi e quanti danni ci tiriamo addosso facendolo.
Però, pandemia permettendo, qualcosa sta cambiando. Negli Usa, tutti i candidati democratici alla Casa Bianca avevano nel loro programma forti interventi pro-competitivi contro i giganti dell’hi-tech. E perfino il più bollito di tutti loro, cioè Biden, ha qualcosa di interessante nel suo, di programma.
L’Europa, sia pur pasticciando e con troppa lentezza, si sta muovendo nella stessa direzione. Alcuni Paesi hanno già vinto: Parigi per esempio ha incassato un miliardo di euro proprio da Google, in tasse arretrate. Negli stessi Usa, Google è sotto inchiesta in 50 procure con le accuse sul monopolio in ricerche e pubblicità.
E comunque, ricordiamocelo, alla fin fine anche i dinosauri sono stati rimpiazzati, in natura, da predatori più piccoli. Speriamo di non dover attendere un’era geologica.
 

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