Commento / Lo Stato senza dignità
che dà il nuovo ponte ad Autostrade

Lo stesso presidente del Consiglio Conte lo ha ammesso: è paradossale che per aprire al traffico il nuovo ponte Morandi non si possa che affidarne la gestione alla stessa società Autostrade che è sotto inchiesta per il crollo. Colpa di istituzione decotte, al di sotto del minimo della dignità. E il paradosso raddoppia quando la Corte Costituzionale avalla il Decreto Genova che estromise i Benetton dal rifacimento dell'opera. Meglio tardi che mai, ma i ritardi anche di questa sentenza sono penosi

Sergio Luciano
Il crollo e’ stato anche di una logica in     cui lo scambio di interessi prevale sui risultati

Ponte Morandi

E’ una beffa del destino che all’indomani del varo (“salvo intese”, si capisce) del decreto semplificazioni sia emersa sul gobbone del governo la rogna irridente che sta colpendo l’esecutivo a Genova: per aprire al traffico il nuovo ponte Morandi, pare che l’amministrazione – in quasi due anni! – non abbia trovato di meglio che affidarne la gestione alla stessa Autostrade per l’Italia che, oltre a essere sotto inchiesta penale per i sospetti di incuria nociva, è da allora al centro di una furente quando inefficace polemica dei Cinquestelle che hanno promesso a gran voce la revoca della concessione di tutta la rete e si trovabo adesso a dover sottoscrivere il ritorno della società alla gestione del tratto piagato da 43 morti innocenti.
«Quella del Ponte di Genova affidato ai Benetton è “una situazione paradossale”, che il governo – ha promesso il premier Giuseppe Conte - risolverà al più presto. Il dossier va chiuso ad horas, entro la fine di questa settimana».
Avete letto bene: “al più presto”, “ad horas”, “fine settimana”. Diciamo la verità: cose da pazzi. Con che faccia il premier può dire queste cose?
Qualcuno può replicare: stai zitto, se no dai ragione a Salvini. A parte che dar ragione a Salvini su un tema, non significa dargliela su tutto; a parte che c’è comunque un 30% di elettori che gli dà ragione su tutto; in questo caso, più che aver ragione Salvini, sono Conte e i Cinquestelle ad avere un torto monumentale. Il torto di non aver trovato la strada politica per fare, ma da tempo, quel che la razionalità – oltre alle legittime attese del popolo italiano – si aspettavano che facessero: convocare a un tavolo la società Atlantia e costringerla a una serie di comportamenti risarcitori tali da compensare non già il dolore dei parenti dei 43 morti, uccisi da quel crollo, ma almeno il danno economico enorme causato dal blocco.
Ma attenzione: sul piano economico la cosa più giusta sarebbe stata e sarebbe che a pagare fino all’ultima lira, o almeno subire sequestri colossali in attesa delle verità giudiziarie, fossero i responsabili di Atlantia – il top management dell’epoca e gli azionisti che lo avevano scelto – più che la società, che occupa migliaia di lavoratori incolpevoli del disastro. Ma tant’è.
Questo è un Paese fottuto – si perdoni la parola volgare, ma è a malapena capiente – perché non funziona più a dovere nessuno snodo della macchina pubblica.
E il paradosso raddoppia quando la Corte Costituzionale avalla il Decreto Genova che estromise i Benetton dal rifacimento dell'opera. Meglio tardi che mai, ma i ritardi anche di questa sentenza sono penosi: con grottesco sincronismo la sentenza arriva mentre imperversa la polemica per questo "atto dovuto" con cui il governo ha affidato ad Autostrade per l'Italia la gestione del Ponte pur di farlo riaprire e in pieno braccio di ferro con la stessa società per il futuro. La stessa Corte, peraltro, aveva il dossier sulle scrivanie da un anno e mezzo, e se questa è stata l'urgenza della reazione...
Sono ventidue mesi del resto che vanno avanti le inchieste giudiziarie senza essere ancora approdate a nulla, e sì che gli elementi per decidere erano tutti lì, da vedere, sul luogo del disastro. Siamo ancora all’incidente probatorio. Per molto molto meno aziende anche più importanti di Autostrade per l’Italia sono state commissariate. Come ha potuto la magistratura lasciare al loro posto i dirigenti che non potevano non essere al centro delle indagini? Per un sospetto di corruzione – reato odioso, ma non di sangue! – si costringono fior di manager a dimettersi per accuse destinate a rivelarsi fandonie (vedasi alla voce Fastweb) e per una così grave niente?
Ecco: questo è un paese ridicolo.
Altro che decreto semplificazione. Servirebbe un decreto dignità: ma non quello di Di Maio – per carità, un’altra barzelletta - bensì un decreto dignità istituzionale.
 

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