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In sella al business
per passione di famiglia

Giuseppe Visenzi, ex pilota del Motomondiale, nel 1978 ha fondato Givi. Oggi la figlia Hendrika guida un’azienda che è arrivata a fatturare 100 milioni di euro e occupa mezzo milione di dipendenti nel mondo

Davide Passoni

«Per noi è importante garantire la continuità della cultura d’azienda, del made in Italy, delle scelte che hanno fatto di Givi un marchio prestigioso. Anche il passaggio generazionale che porteremo avanti metterà la passione in primo piano». Hendrika Visenzi è amministratore delegato e responsabile commerciale di Givi, azienda bresciana che in oltre 40 anni di attività si è affermata nel settore degli accessori per moto. Givi ha registrato un fatturato di oltre 100 milioni di euro nel 2018, ha più di 500 dipendenti in tutto il mondo, filiali e sedi produttive sparse tra Europa, Stati Uniti, Sudamerica e Sud-Est asiatico ed è, soprattutto, una storia imprenditoriale di famiglia e passione.

«La passione continua a giocare un ruolo primario in ogni processo del nostro business - sottolinea Visenzi -. Non è possibile essere vicini alle esigenze del motociclista senza trasmetterla: ecco perché la passione per il lavoro che facciamo è identificata, riconosciuta e apprezzata in tutto il mondo. Giuseppe Visenzi, mio padre, l’ha passata a me prima ancora di fondare la Givi; quando da giovane correva nel Motomondiale, accadeva spesso a mia madre e a noi figli di accompagnarlo. Ero piccola, ma ricordo in modo nitido quell’esperienza nel mondo dei motori. Li è nata la mia passione per le due ruote, che si è poi radicata negli anni».

Pur essendo diversificata su molte aree geografiche, la filiera dell’azienda non perde la forte matrice italiana che la caratterizza: «La promozione del “Made in Italy” è al centro della nostra idea di business. Il gruppo è presente direttamente in tutti i continenti attraverso distributori locali e filiali dirette. Attualmente i poli produttivi, oltre a quello italiano, sono in Asia e America del Sud. La “delocalizzazione”, però, non ha interessato gli impianti italiani, che rimangono fortemente ancorati al territorio bresciano. Ciò che funziona in Italia, o anche in Europa, non necessariamente ha le stesse chance di successo in Asia o Sudamerica: al cambio di culture seguono differenti necessità e un parco moto spesso lontano da quello dei mercati più vicini al nostro. La globalizzazione portata avanti dal nostro gruppo punta alla penetrazione dei mercati esteri in forte espansione attraverso una presenza diretta, con business plan ad hoc, stabilimenti per produzioni dedicate e filiali commerciali presenti in Francia, Spagna, Uk, Germania, Brasile, Malesia, Vietnam, Indonesia, Usa».

I sistema di fissaggio valigie monokey brevettato nel 1983 è il più diffuso al mondo ed è stato adottato anche dai competitor

L’espansione e il consolidamento all’estero del marchio hanno comportato anche un ripensamento delle linee di business e dei prodotti. «Parallelamente alla conquista di nuovi mercati, nel corso degli anni è nata la necessità di diversificare il prodotto, sempre nell’ambito delle due ruote - prosegue Visenzi -. Dopo essere diventati leader di mercato nel segmento delle valigie e borse da moto, mio padre ha deciso di spostare l’attenzione dalla motocicletta al conducente. La specializzazione nella lavorazione delle materie plastiche ha portato l’azienda, alla fine degli Anni ’90, alla scelta di sviluppare e produrre caschi. Mi piace ricordare che, tra le tappe che hanno contribuito in modo decisivo all’evoluzione del marchio, oltre all’introduzione del sistema brevettato di fissaggio valigie Monokey nel 1983 - diventato il più diffuso al mondo e adottato anche da altri produttori -, ci sono il primo casco jet con marchio Givi nel 2002 e il modulare con mentoniera staccabile 2008». Fino ad arrivare a una linea di abbigliamento: «Dal casco all’abbigliamento, invece, il passo è stato molto più lungo, in un campo assolutamente nuovo - continua Visenzi -. Questa volta ho cercato io la sfida, una responsabilità che si lega anche al marchio Hevik, che riprende le lettere del mio nome. Sono stata in “prima linea” per molto tempo e oggi sono molto contenta dei risultati e del team che sta portando avanti il lavoro, costituito da designer, tecnici, esperti di moda. Il target di Hevik è il motociclista-scooterista attento allo stile, in cerca di capi protettivi e tecnici ma allo stesso tempo adatti al tempo libero. Chi si muove in città dimostra attenzione al marchio e questo vale per entrambi i sessi, perché spesso la donna è stata trascurata da chi produceva abbigliamento moto. È un segmento affollatissimo con grandi e prestigiosi marchi, ma siamo stati capaci di ritagliarci il nostro spazio».

Uno spazio che ha necessitato, per essere presidiato, di un forte investimento in ricerca e sviluppo: «Nella sede di Flero c’è il nostro “Lab” principale, punto di riferimento per gli altri uffici di ricerca e sviluppo in attività fuori dai nostri confini. Senza il supporto di un solido reparto R&D non è possibile innovare. L’introduzione di nuovi materiali, lo sviluppo di soluzioni tecniche inedite, lo studio di processi di progettazione e produttivi all’avanguardia, i test sulla sicurezza dei prodotti in ogni condizione di marcia sono tutte attività che si legano al nostro Dna. L’introduzione dei caschi, ad esempio, è stata affiancata dalla realizzazione di un Technolab dedicato, nel quale realizzare gli stessi crash test eseguiti dagli enti che rilasciano l’omologazione. La formazione è un altro concetto a noi caro: nell’ultimo anno sono entrati nel reparto R&D quattro giovani ingegneri meccanici, tutti motociclisti, provenienti dall’università di Brescia. Abbiamo una collaborazione con l’ateneo, che ci segnala i giovani più in gamba da valutare per un inserimento in azienda. Tengo infine a sottolineare un altro aspetto legato alla ricerca attuata dal gruppo Givi: l’attenzione alle normative legate all’ambiente, come ad esempio l’adozione di materiali conformi alla norma Reach, che disciplina il contenuto di sostanze chimiche nei materiali».

Una proiezione al futuro che, oltre alle tecnologie, interessa anche la governance stessa dell’azienda. Come ha puntualizzato Visenzi con le sue parole iniziali, il passaggio generazionale non è per Givi una questione da rimandare, ma una fase cruciale della vita d’impresa che va gestita al meglio: «Lo stiamo affrontando passo dopo passo. Mio padre gode di buona salute e rimane saldamente al comando, ma allo stesso tempo guarda al futuro, valutando scelte strategiche e passaggi obbligati. Il recente cambio societario da Srl a Spa traccia la strada all’interno della quale la famiglia Visenzi deterrà sempre la maggioranza delle azioni e il controllo del gruppo, dove al momento lavorano già persone legate alla famiglia, che nell’arco degli anni si sono preparate a diventare manager, affiancate da profili professionali esterni. Questo cambio di marcia ci permetterà di crescere ulteriormente, di fare investimenti, di cercare partner affidabili».

Infine, un pensiero al Coronavirus, che nella zona in cui sorge la sede storica di Givi, Flero, a pochi chilometri da Brescia, si è accanito con ferocia su persone e imprese: «Il nostro headquarter si trova in una delle zone più colpite al mondo - conclude -. L’impatto sulla produzione non ha precedenti. Abbiamo una logistica che permette un alto stoccaggio di merci e di conseguenza un certo margine di manovra sulle consegne, ma le misure di contenimento messe in atto hanno aggiunto al fermo della produzione anche quello delle consegne. Inoltre, il lockdown ci ha costretti a chiudere filiali produttive e commerciali in diversi Paesi. Nella crisi, però, mi piace ricordare il gesto di alcuni nostri fornitori cinesi e pakistani che ci hanno donato un buon quantitativo di mascherine, o il fatto che abbiamo dedicato un giorno alla settimana alla produzione delle stesse nel nostro impianto in Vietnam».

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