Per il “new normal” delle imprese
servono nuovi modelli di business

Un campione qualitativo ma ben rappresentativo delle imprese italiane interpellato da una ricerca di Rsm Italia con Economy e Andaf rivela che il 65% degli interpellati conta di valorizzare la reazione in atto alla crisi per ripensare i propri business e digitalizzarsi in profondità. Un webinar con Simonetta Acri della Sace, Marco Gay di Anitec Assinfor, Giuseppe Farchione e Luca Pulli di Rsm, presto disponibile sul canale youtube “RsmItaly”.

Sergio Luciano
Nel “new normal” delle impreseservono nuovi modelli di business

Marco Gay in un momento del webinar di Rsm

Di sicuro c’è solo che si deve lavorare, e tanto, ma anche progettare nuovi modelli di business: per uscire dalla crisi del virus, infatti, non basta tamponare l’emergenza ma bisogna pensare in grande. E qualche segnale positivo dal mondo delle imprese sta già iniziando ad arrivare.
E’ questo il senso sostanziale della ricerca “Verso un new normal. Come reagire, cambiare e crescere in tempi di crisi” effettuata da Rsm S.p.A. - in collaborazione con Economy e con l’Associazione nazionale dei direttori amministrativi e finanziari, Andaf - che è stata presentata pubblicamente oggi in un webinar aperto dal partner Luca Pulli, capo dell’innovazione di Rsm, con la partecipazione di Simonetta Acri, cmo di Sace (chief mid market officer), Marco Gay, amministratore delegato di Digital Magics e presidente di Anitec Assinform e Giuseppe Farchione, partner di Rsm e responsabile delle ristrutturazioni”.
Quali sono state le evidenze particolari della ricerca (cui ha risposto un panel di 110 imprese, distribuite con buona omogeneità sia sul territorio nazionale che per settori e dimensioni)? Naturalmente – ha sottolineato Pulli - l’ansia di tutti si focalizza sulle contromisure d’emergenza ai danni della crisi: lavoro da remoto, impegno amministrativo per accedere ai sussidi governativo, rimedi alla crisi di liquidità. Tra gli “strumenti per la resilienza” il 58% degli intervistati ha detto di starsi occupando della “gestione del capitale coerrente”; la rinegoziazione dei contratti impegna il 49% del campione, oltre alla pianificazione fiscale e alla riprogettazione della supply-chain. Ma poi si pensa al nuovo sviluppo possibile: il 65% delle imprese interpellate ha detto di voler “sperimentare modelli di business alternativi”, accelerare la “trasformazione digitale” e “reingegnerizzare i processi aziendali”.
Ottimista in media il panel sulle prospettive del futuro anteriore: solo il 26% nutre poca fiducia, mentre gli altri, a vario titolo, contano sul fatto che i passi avanti compiuti per reagire ai problemi si risolveranno in progressi strutturali strategici.
Simonetta Acri, aprendo il dibattito, ha sottolineato come la Sace oggi monitorizzi un ritorno all’attività internazionale non soltanto per la graduale ripresa delle esportazioni, soprattutto nei Paesi extra-Ue, ma anche per un diffuso ripensamento sull’opportunità di alcune delocalizzazioni effettuate negli Anni Novanta, magari in Paesi come la Cina, rivelatisi nella pandemia interlocutori distanti e non sempre affidabili. Sul fronte dei finanziamenti garantiti dallo Stato, Acri ha ricordato che ad oggi la Sace ha erogato circa 1,5 miliardi di euro, anche a grandi gruppi della distribuzione come Oviesse e Eataly e non solo a gruppi manifatturieri. “Abbiamo avuto tante richieste, ha commentato, ma abbiamo anche constatato che molte aziende hanno dimostrato una forte e autonoma capacità di reazione”.
Marco Gay ha ricordato i dati sulla digitalizzazione e informatizzazione del Paese, non precisamente esaltanti per il 2019 ma ha anche ricordato che tra il 2007 e il 2018 le imprese italiane hanno promosso quasi 22 miliardi di nuovi investimenti in informatica e digitalizzazione grazie al primo piano Industria 4.0, e ha sottolineato che già oggi i fondi agevolati dall’iper e super ammortamento possono essere utilizzati non solo per acquistare harware ma anche software, quindi sono formule operative molto versatili. Oggi, però, in vista di un “4.0 plus” che potrebbe essere migliorato dai decreti preannunciati dal governo per il mese di luglio, l’auspicio è che la semplificazione procedurale sia accentuata e che si tenga conto dell’esperienza fatta finora per qualificare ulteriormente il ricorso ai nuovi strumenti digitali.
Incisivo il contributo di Giuseppe Farchione, che ha inquadrato il tema anche sotto il profilo dei rischi di stabilità delle imprese colpite dalla crisi post-Covid: “Potrebbe essere necessario guardare indietro per guardare avanti”, ha sottolineato, “valorizzando anche l’esperienza dei rapporti tra le imprese e le banche codificati nei protocolli Abi del passato anche recente, e sempre efficaci nel definire i metodi migliori per affrontare le crisi”, meglio se indipendentemente da eventuali ulteriori interventi legislativi, tantomeno di scudo penale che rischierebbe di apparire come una deroga eccessiva all’ordinamento normale.
Il “new normal” evocato dal titolo della ricerca, insomma, non può assolutamente essere al ribasso, ma deve essere al rilancio e deve puntare alla costruzione di una ripresa che riesca non solo a recuperare i livelli ante-pandemia ma anche e soprattutto a superarli.
 
 

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