Gualtieri, l’eroe del fiscal kompact
forse più austriaco degli austriaci

Roberto Gualtieri, ministro dell’economia e delle finanze, al momento in cui ancora non ne era sicura la nomina, ha incassato l’endorsement addirittura di Christine Lagarde, la neonominata presidente della Banca centrale europea: “La nomina di Roberto Gualtieri a ministro dell’economia sarebbe un bene per l’Europa e per l’Italia”.

Sergio Luciano
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Roberto Gualtieri, ministro del Mef

Lo è stato? Molto dipenderà da quanto Gualtieri saprà fare tra domani, 26 maggio, e la fine di giugno: nel corso, cipè, delle trattative sui recovery fund che schieraranno di fronte, gli uni contro gli altri, la Francia e la Germania, con la loro proposta di un fondo perduto da 500 miliardi da erogare a quelli, tra gli Stati membri, più colpiti dalla pandemia; e i paesi cosiddetti frugali, cioè Austria, Olanda, Danimarca e Svezia, che invece non accetteranno che oltre il 60% dei fondi siano offerti senza rimborso e quindi insistono per dividere l’importo tra prestiti e sovvenzioni. E i prestiti, chissà a quali e quante clausole di garanzie condizionati.
Quando Gualtieri era un semplice europarlamentare prese parte attivamente alla trattativa sul fiscal compact, ovvero quel demenziale accrocchio normativo mai attuato in quanto inattuabile in base al quale si pretendeva che gli Stati dell’Eurozona riportassero il loro paranetro debito/pil entro il 60 per cento in vent’anni, il che avrebbe significato per l’Italia riuscire a produrre un surplus assoluto del 3% del Pil… una chimera. Ebbene, Gualtieri mediò con pazienza e qualcosina ottenne, ma senza mai osare schierarsi apertamente contro le pretese dei tedeschi.
Gli sarà venuto più coraggio, ora che è ministro?
Da quel che dice c’è da sperare di sì. Ma ricordandosi dei suoi giri di valzer con i rigoristi nella fase in cui, tra 2010 e 2011, negoziò il fiscal compact c’è di che restare impensieriti. La riforma del Trattato di stabilità del 2011 pur senza accogliere il fiscal compact  precisamente nella formula ausoicata dai tedesci, tuttavia inasprì i vincoli previsti in precedenza, introducendo misure più rigide e penalizzazioni automatiche per chi avesse violato i parametri del 3% al deficit e di riduzione progressiva del debito al 60%. E di fatto impedì qualsiasi politica espansiva anticiclica. Mandando a picco le economie di molti Paesi europei, e ha picconando l’assistenza sanitaria e sociale in vari Paesi, e non solo in Grecia.
Incrociamo le dita.

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