Nello scontro tra Corti di giustizia
l’Europa si salva solo scegliendo

I presupposti giuridici che vedono oggi la Corte costituzionale tedesca schierata contro la Corte di giustizia europea sono solidi e traggono alimento dalla mancanza di una Carta costituzionale europea. Non è più il tempo, quindi, delle mediazioni diplomatiche ma delle scelte radicali.

Giuseppe Rochira *
Nello scontro tra Corti di giustizial’Europa si salva solo scegliendo

 
Il recente conflitto apertosi tra la Corte Costituzionale Tedesca e la Bce, riguardante il presunto abuso di quest’ultima nel dare continuo sfogo al Quntitative easing, secondo alcuni, potrebbe far tremare le fondamenta dell’Unione Europea. Da quanto si possa arguire dalla sentenza dei giudici della Corte di Karlsruhe, finché l’Ue non avrà una propria Costituzione, continuerà a subire le obiezioni dei Giudici della Consulta tedesca tutte le volte in cui gli atti comunitari non risulteranno compatibili ai diritti fondamentali e sovrani del popolo tedesco, specie se riguardanti la gestione autonoma delle proprie finanze.
Dopo la pronuncia, la Corte tedesca ha concesso alla Lagarde e alla Merkel tre mesi per giustificare l’operato della Bce e della stessa Bundesbank facendo capire a chiare lettere che in mancanza di chiarimenti intimerà alla Bundesbank di vendere i titoli acquistati nell'ambito del programma di Quantitative easing della Bce.
I rappresentanti della Germania, pur essendo consapevoli che tale rigido pronunciamento potrebbe potenzialmente significare la fine dell'euro, hanno fatto sapere - per bocca del Ministro delle Finanze di Berlino, Olaf Scholz - che la Bundesbank si atterrà alla decisione della Corte tedesca.
Nel frattempo, le risposte della Corte di Giustizia Europea (Cgeu) e della Commissione Europea non si sono fatte attendere. Si è affermato in primis il primato delle decisioni comunitarie di fronte al pronunciamento della Corte Costituzionale tedesca; la Cgeu ha ribadito, poi, che solo essa, essendo stata istituita a tal fine dagli Stati membri, è competente a constatare se un atto di un’istituzione dell’Ue sia contrario al diritto dell’Unione.
Questo, in sintesi, il quadro dei fatti riguardanti il giudizio sospeso.
Anche se la pronuncia dei Giudici della Consulta tedesca è arrivata probabilmente dopo una lunga riflessione anche sui tempi politici e mediatici, il Presidente dell’alta Corte, Andreas Voßkuhle, il cui mandato è di fatto scaduto, ha ritenuto di depositare la sentenza proprio nelle settimane in cui la Commissione Europea doveva decidere la struttura del Recovery Fund, probabilmente per mettere in difficoltà -  a torto o a ragione - l’Eurotower giacché anche la nuova reggenza Lagarde vuole continuare ad usare senza limiti il Bazooka di Draghi.
Ma in molti sanno che il Conflitto tra le due Corti è in atto da tempo, visto che la Corte costituzionale tedesca ha sempre cercato di mantenere la sua indipendenza nei confronti della Corte di giustizia europea.
V’è da dire che anche la nostra Consulta non ha esitato a opporre i suoi contro-limiti, ogniqualvolta si siano verificate ingerenze da parte delle giurisdizioni sovranazionale, vedi il caso Taricco. Anche se questa questione sembra essere diversa, essendo slegata da materie che implicano competenze esclusive statali o diritti dei cittadini.
Ritornando alle tendenze autarchiche della Corte di Berlino, sin dal lontano 1974 con il caso Solange, sulle libertà economiche e i limiti imposti dalla politica agricola comune,  la Corte tedesca ebbe modo di affermare che, se gli standard sui diritti fondamentali non fossero stati rispettati a livello europeo, il livello nazionale avrebbe continuato a prevalere.
Ancorata allo stesso principio, quando si trattò di approvare il Trattato di Maastricht, la Consulta tedesca stabilì nel 1993 il “principio di cooperazione” tra le due Corti, e non quello di superiorità della Corte di giustizia europea. Ancora nel 2009, sul Trattato di Lisbona, la stessa Corte, presieduta già allora dal Presidente Voßkuhle, ribadì il principio secondo cui la stessa può sempre esprimersi su questioni europee considerate ultra vires, cioè al di sopra dei propri poteri.
In base a tali principi, durante tutta la crisi del debito pubblico europeo la Corte Costituzionale tedesca fu chiamata nuovamente ad esprimersi su diversi programmi varati a livello europeo, a partire dagli aiuti alla Grecia del 2011, fino al Mes, che non poté entrare in vigore finché non si espresse a riguardo nel settembre del 2012. In tale occasione la Corte di Karlsruhe affermò che essendo le entrate e le spese pubbliche una parte fondamentale della capacità di uno stato costituzionale di dare forma a se stesso in maniera democratica, l'indipendenza della Bce sarebbe tale solo se le sue azioni venissero considerate scollegate dal bilancio tedesco.
In buona sostanza, in base all’art. 5 Tfeu, ritenendo che il governo federale e il parlamento tedesco non abbiano monitorato a sufficienza l’azione dell’Unione, dunque, della Bce sul Public Sector Purchase Programme (PSPP), conosciuto come Quantitative easing, la Corte tedesca ha chiesto alla Bce ed alla stessa Bundesbank di verificare se l’acquisto di titoli emessi dai governi, sulla base di tale programma sia conforme al principio di proporzionalità. Ben inteso, la Corte tedesca non considera il suddetto programma una violazione del divieto di finanziamento diretto degli Stati membri (art. 123 Tfeu), ma intende capire se il Qe degli anni precedenti a partire dal 2015, che sospetta non proporzionale alle quote dei singoli paesi nel capitale della stessa Bce, configuri o meno, un'azione di sostegno agli Stati in difficoltà che va oltre la politica monetaria permessa dal trattato di Lisbona.
Allo stato, dunque, il pronunciamento della Corte costituzionale tedesca ha solo carattere interlocutorio, ancorché rafforzi di gran lunga il governo tedesco, che da sempre va affermando l’importanza per il Bundestag di avere l’ultima parola sui Trattati avendo molto chiaro e a cuore il principio: no taxation without representation.
Dal canto suo la Corte di Giustizia dell'Unione Europea ha accusato la Corte costituzionale tedesca di compromettere con tale sentenza l’unità dell’ordinamento giuridico dell’Ue, rimarcando che in base a una giurisprudenza consolidata della Corte di giustizia, una sentenza pronunciata in via pregiudiziale dalla stessa Corte di Giustizia vincola la Corte nazionale per la soluzione della controversia dinanzi ad essa pendente. 
Secondo la Cgeu, dunque, per garantire l’applicazione uniforme del diritto dell’Unione, i giudici nazionali sono obbligati a garantirne, in tal guisa assicurando l’uguaglianza degli Stati membri nell’Unione da essi creata.
Ma, a ben vedere, la supremazia del diritto Ue sulla legge fondamentale tedesca rivendicata da Bruxelles è solo teorica, in particolare sulle questioni finanziarie. Mentre il punto sollevato dalla Corte di Karlsruhe, essendo squisitamente giuridico non va sottovalutato.
Sulla base di una consolidata giurisprudenza dei principali Giudici delle leggi nazionali europee (tra i quali primeggia la Corte costituzionale italiana) rileva alla Bce che i diritti fondamentali sono prerogativa delle corti costituzionali e non della Corte di Giustizia Europea (ancora il Caso Taricco). Lo stesso principio di leale collaborazione tra le Corti superiori, infatti, non può non rispettare il tema delle identità nazionali che pure sono annoverate tra i princìpi dei medesimi Trattati dell’Ue. Ed infatti, i giudici di Karlsruhe, hanno sempre affermato che il diritto europeo prevale sì su quello nazionale, ma solo a patto di non incidere sull'identità costituzionale tedesca.
Dunque, in punto di diritto, le affermazioni della Corte tedesca non possono essere sottovalutate, men che meno ridotte ad un banale conflitto tra organi di giustizia. In esse, invece, v’è l’essenza della c.d. «gerarchia delle fonti», che in modo più ampio mette in evidenza il vero  vulnus dell’attuale assetto istituzionale dell’Unione europea, ancora privo di una propria Carta Costituzionale.
In conclusione, tirando le somme può affermarsi che l’ordinamento europeo non è un ordinamento federale. L’ordinamento dell’Unione, infatti, è composto da tutti gli ordinamenti degli stati membri che con esso si coordinano. Ogni ordinamento è presidiato da una Corte di chiusura, per cui la Corte di giustizia europea interpreta il diritto dell’Unione dentro l’ordinamento europeo, mentre le Corti costituzionali nazionali, interpretano il trattato sul funzionamento dell’Europa così come recepito dall’ordinamento nazionale.
Nel già citato caso Taricco, dopo che i Giudici della Consulta Italiana fecero capire a chiare lettere che non avrebbero indietreggiato, la CGEU ha fatto in modo che sui princìpi in discussione si trovasse un punto d’incontro.
Ancora, nel 2014 la Corte costituzionale italiana, in una questione relativa al risarcimento dei crimini di guerra, dichiarò la parziale incostituzionalità addirittura del trattato Onu, ancorché con sentenza interpretativa.
Cosicché, il sindacato sull’adeguatezza e sulla misura di un intervento, legislativo o amministrativo posto dalla Corte tedesca è del tutto legittimo, risultando l’operato della Bce un’attività in deroga al contenuto dei Trattati.
Se le Corti costituzionali nazionali hanno ragione di affermare la supremazia dei princìpi fondamentali delle Carte costituzioni nazionali è proprio per l’assenza di una Costituzione europea. Pertanto, in mancanza di essa, cioè di una Corte di chiusura, simile alla Corte Suprema Usa, che ricompone i conflitti fra Corti (anche se il sistema di fonti del diritto anglosassone non è comparabile a quello europeo), l’obiezione posta dalla Consulta tedesca resta indipendentemente dalle posizioni assunte dalle istituzioni europee, compresa quella della Corte di Giustizia Europea.
In sostanza se la Bce vuole continuare a comportarsi come una vera Banca centrale, giacché il Trattato non lo consente espressamente, dovrà trovare una soluzione definitiva al conflitto in essere sollevato dalla Corte costituzionale tedesca, che giustifichi sia il whatever it takes di Draghi del 2012 che l’attuale «non ci sono limiti» di Christine Lagarde.  
È dunque piuttosto evidente che questa volta la soluzione non può essere risolta per vie diplomatiche, come già annunciato dalla Lagarde (e annuito dalla Merkel), dal momento che sono in molti a credere che la questione è molto più complicata di quanto sembri.
 
 *avvocato e dottore commercialista 

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