Moby-Tirrenia, il governo regala
una proroga folle con i soldi nostri

Nel Decreto Rilancio, con la scusa del Covid, è previsto il rinnovo per oltre un anno della convenzione tra lo Stato e le due compagnie sovvenzionate per fornire servizi-traghetto con le isole al prezzo erariale di 90 milioni di euro all'anno pur trovandosi in grave crisi finanziaria ed essendo forti e insolventi debitori dell'erario per varie diverse partite. E ci sono alternative ufficialmente formalizzate al governo per servizi che costerebbero assai meno e salverebbero lavoratori e trasporti

Sergio Luciano
Tirrenia-Moby, un buco da 105 milioni in sei mesi

In quell’informe “omnibus” rappresentato dal Dpcm “Rilancio” approvato mercoledì dal consiglio dei ministri, una specie di Arca di Noè salvatutti che rischia di non salvare niente, hanno trovato riparo e rifugio anche alcuni naufraghi volontari, poco o nulla danneggiati dalla pandemia e al contrario mandati in crisi soltanto dalla propria incapacità. 
Tra gli altri, la società Cin della famiglia Onorato, che controlla la flotta Moby-Tirrenia, un’azienda decotta, insolvente per 300 milioni di euro verso i suoi obbligazionisti e per  180 verso lo Stato, titolare fino al mese in corso di una convenzione in scadenza col ministero dei Trasporti in virtù della quale ha (mal) esercitato negli ultimi anni, con un regime di aiuti economici pubblici scandalosamente agevolato, il servizio di traghetti su molte rotte tra il continente e Sardegna, Sicilia e Isole Toscane.
E’ una convenzione che costa a noi contribuenti ben 90 milioni di euro all’anno, finora regolarmente pagati dallo Stato – dal 2012 - nonostante i pagamenti mai fatti dall’armatore allo Stato stesso per la acquisizione (quindi sostanzialmente mai perfezionata) della decotta ex compagnia di navigazione pubblica.
All’articolo 209 dell’enorme “Decreto Rilancio” si parla di “Disposizioni urgenti in materia di collegamento marittimo in regime di servizio pubblico con le isole maggiori e minori”. E si dice che “al fine di evitare che gli effetti economici derivanti dalla diffusione del contagio da COVID-19 sulle condizioni di domanda e offerta di servizi marittimi possano inficiare gli esiti delle procedure avviate…” (…) l’efficacia della convenzione (…) per l’effettuazione di detti servizi è prorogata fino alla conclusione delle procedure (…) e comunque per un periodo non superiore ai dodici mesi successivi alla scadenza dello stato di emergenza in conseguenza del rischio sanitario”. Prorogata. Per almeno un anno e mezzo da oggi, se non di più. Un disastro economico e qualitativo prorogato a spese dell’erario pubblico.
Insomma, l’armatore semifallito viene graziato e gli si lascia gestire il malconcio, residuo naviglio a caro prezzo.
“E’ un’opportuna prudenza, vista la pandemia: chi sarebbe mai in condizioni di subentrare alla Cin, adesso?”, potrebbe commentare qualche sprovveduto. Niente di più sbagliato.
In verità, pronti a subentrare alla scadente e costosissima gestione pseudo-privatizzata della Tirrenia-Moby ci sono – e il governo lo sa da tempo - vari altri armatori imprenditorialmente sani e attrezzati, e in particolare il più grande e solido di tutti, Grimaldi Lines. Grimaldi ha da tempo dichiarato e anche formalizzato questa sua disponibilità con i due ministeri competenti (Economia e Trasporti) e con la Corte dei Conti: il Gruppo Grimaldi, che su alcune delle rotte coperte anche da Moby e da Tirrenia opera già in concorrenza, senza intascare contributi pubblici e guadagnadoci (pur praticando tariffe estremamente competitive), è disposto ad operare subito anche su tutte le altre rotte gestite dalle due compagnie Cin ed è perfettamente in grado di farlo, grazie alla forza della flotta che possiede, assicurando la piena continuità territoriale alle popolazioni isolane e, quel che pure conta, assicurando anche la “continuità occupazionale”: agendo dunque sia nell’interesse delle popolazioni isolane che dei marittimi occupati in Moby e Tirrenia. 
Se necessario, anche altri operatori sani attivi su quelle rotte sarebbero pronti ad affiancarsi.
Dunque non c’è un problema di mercato, come invece adombra il Decreto, né un problema occupazionale. Perché prorogare la convenzione a un gruppo semifallito, debitore insolvente di Stato e privati, e gestionalmente incapace di tenere i conti in ordine?
Il Gruppo Grimaldi ha detto anche di più. E’ convinto, ed ha fatto sapere al governo, di poter far rispamiare allo Stato “ampi margini” dell’attale  contribuzione pubblica. Basterebbe appunto veficare l’ampia offerta di servizi privati oggi disponibili e non saturi ma in grado di assicurare anche i collegamenti ex-Cin sulle poche linee ulteriori che dovessero risultare comunque necessarie (si stima che possano essere non più di 3-4) con le assai minori risorse pubbliche del caso, così da mettere a gara l’esercizio di tali collegamenti e minimizzare l’esborso per l’erario.
Riepiloghiamo per chiarezza.
1) C’è un gruppo armatoriale privato, Moby-Tirrenia, controllato dalla società Cin della famiglia Onorato, che versa in condizioni finanziarie prefallimentari, deve 180 milioni di euro allo Stato e pur essendo inottemperante nei pagamenti a suo carico incassa da anni 90 milioni all’anno di contributi in base ad una convenzione che gli affida in gestione alcune rotte con le isole, rotte dove operano invece senza una lira di contributi e con tariffe competitive e apprezzate dai passeggeri alcuni altri armatori privati;
2) Questa convenzione iniqua e dilapidatoria sta per scadere ma il Decreto Rilancio la proroga di oltre un anno;
3) Il più forte degli armatori concorrenti di Moby-Tirrenia si è dichiarato pronto a sostituirsi al concessionario uscente garantendo più qualità, minori oneri (ed anzi proponendo formule molto più eque di contribuzione statale ai costi della continuità a vantaggio diretto dei passeggeri e non degli armatori, come in Spagna!) e promettendo di tutelare l’occupazione in essere nella flotta uscente. E se necessario non sarebbe solo in quest’attività ma affiancato da altri validi operatori.
4) La convenzione dello Stato tra Moby-Tirrenia viene prorogata senza alcun’altra ragione  che quella di assecondare spinte ormai arrugginite della capacità di lobbing del concessionario uscente, condite da ricche elargizioni ad alcune fondazioni di partito.
Ma è nella “Relazione illustrativa” all’articolo 209 che il decreto raggiunge il paradosso. Lo fa dove spiega la scelta di prorogare le convenzioni  con questo ragionamento: “I gravi effetti economici derivanti dalla diffusione del contagio da COVID-19 sulle condizioni di domanda e offerta di servizi marittimi – soprattutto nei segmenti estivi generalmente più profittevoli – possono senz’altro inficiare gli esiti delle analisi in corso (circa la situazione competitiva dei servizi di trasporto marittimo con le isole, ndr) se solo si considera che la consultazione degli operatori presenti sul mercato potrebbe fornire risultati distorti, condizionati dal crollo della domanda e dei ricavi dell’imminente stagione estiva 2020, verosimilmente destinato a protrarsi anche nel corso del 2021 fino alla cessazione definitiva dello stato di emergenza e delle sue conseguenze psicologiche sugli utenti dei servizi marittimi”.
E’ chiaro il paradosso? Siccome c’è la crisi, teniamo in piedi anche un gruppo decotto, che ha bruciato per anni soldi pubblici e accumulato perdite private, e che ovviamente non potrà che uscire ancor più decomposto dai prossimi mesi di stasi turistica. E infine la bugia inammissibile: “La consultazione del mercato finalizzata alla revisione dei servizi marittimi di continuità territoriale nel contesto specifico dell’emergenza in corso potrebbe fornire dati di benchmark fuorvianti, incompatibili con la durata verosimilmente lunga di una nuova convenzione (o eventuali obblighi di servizio pubblico orizzontali di analogo contenuto) ed implicare un maggior esborso per l’erario rispetto a quanto riconosciuto oggi a Cin sulla base della convenzione in vigore”.

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