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Family company alla prova della successione

Il 65% delle imprese che fatturano più di 20 milioni è familiare. Con un volume d’affari che supera i 730 miliardi di euro, dando lavoro a 2,4 milioni di persone

Redazione Web
Family company alla prova della successione

Coronavirus o meno, c’è una costante difficile da abbattere nel tessuto imprenditoriale italiano: le imprese familiari. Un pezzo del nostro Paese che procede nonostante gli scossoni vecchi e nuovi. I numeri, prima di tutto: secondo l’ultima edizione dell’Osservatorio Aub, che si occupa proprio di fotografare le aziende a conduzione familiare, il 65% delle imprese che fatturano più di 20 milioni sono family business. Hanno un volume d’affari complessivo di oltre 730 miliardi di euro e danno lavoro a 2,4 milioni di persone. Se poi si considerano anche le imprese con revenues inferiori ai 20 milioni, la quota sale all’85%. Un esercito che ha creato occupazione più delle aziende non familiari, con un indebitamento più basso e con una redditività più alta, con il Roi al 9,1% contro il 7,9% di altre forme societarie. Una tendenza che si riscontra anche a livello europeo: secondo la Commissione, infatti, le imprese familiari rappresentano il 60% delle aziende continentali e creano dal 40 al 50% di posti di lavoro.

Ma c’è un dato che dovrebbe far drizzare le antenne a tutti gli imprenditori, soprattutto i titolari delle Pmi. Secondo il Family Business Report 2019 realizzato dalla società di consulenza Russell Reynolds, meno del 30% delle imprese familiari sopravvive alla terza generazione di proprietà della famiglia. Il che, tradotto, vuol dire che o si vende o si chiude. Non uno scenario allettante. Lo è ancora meno la fotografia delle aziende italiane a gestione familiare. Se infatti il numero di membri “interni” nei cda è in linea con alcuni Paesi europei (mediamente il 28% del totale), rimane evidente come la famiglia sia ancora il ganglio di potere più sviluppato, avocando a sé una buona parte del controllo delle attività.

L’86% dei presidenti delle imprese familiari è un membro della famiglia stessa: si tratta di un dato altissimo se paragonato agli altri paesi

Il problema più serio emerge quando si inizia a parlare di competenze. I family business nostrani hanno solo il 7% dei membri del board straniero, contro il 13% delle non-family. E il confronto con gli altri Paesi è impietoso: 30% in Francia, 18% in Germania e 17% in Spagna, a testimonianza di una maggior apertura internazionale delle imprese familiari di questi paesi. Ancora: se Industria e Impresa 4.0 hanno portato all’attenzione la necessità di digitalizzarsi, la media dei cda “tecnologici” è dell’1% in Italia, contro l’11% della Francia. Inoltre: contabilità e finanza, competenze necessarie per guidare un’azienda, appartengono al bagaglio del 7% dei membri del board in Italia, contro il 16% in Germania e il 20% in Francia. Ma chi comanda “il vapore”? La famiglia. L’86% dei presidenti delle imprese familiari è un membro della famiglia stessa. È un dato altissimo se paragonato a Francia (52%) e soprattutto Germania (16%). Inoltre, nel nostro Paese si registra una netta, quasi totale prevalenza degli uomini sulle donne: solo il 5% dei presidenti è donna (contro il 20% della Spagna). Sempre in tema di catena di comando, per il 33% delle imprese familiari italiane il presidente è anche amministratore delegato, un dato significativo se si considera il 5% delle società nazionali non familiari. Infine, il ruolo di presidente si caratterizza per una lunga durata: 14 anni, rispetto ai 3,5 anni medi delle imprese non familiari. Infine, in merito ai piani di successione, dai dati forniti dalle aziende nostrane emerge una maggiore propensione da parte delle imprese familiari ad adottare una visione di lungo termine. Il “dna familiare” sembra spingere questo tipo di aziende a progettare maggiormente la successione degli Ad (44%) rispetto a quelle non familiari (33%) e a preservare maggiormente l’“intimità” del Consiglio di Amministrazione svolgendo solo internamente le valutazioni sull’operato del Consiglio stesso. Mai fu così vero l’adagio di John Garland Pollard, che definisce la famiglia come «il luogo dove siamo trattati meglio e dove si brontola di più». (m.s.)

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