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Oltre i mercati drogati c'è
una canapa "stupefacente"

Si usa per produrre carta e tessuti, ma anche combustibili, vernici e i divisori coibentanti tra motore e abitacolo. E l'italiana Freia ne sta testando l'utilizzo in alimenti vegetali iperproteici

Marco Scotti
Oltre i mercati drogati c'è una canapa "stupefacente"

Un mercato da 123 miliardi entro il 2028 o una mera speculazione (per di più a rischio bolla) su un prodotto psicotropo? Un vegetale dagli usi pressoché infiniti o l’ingrediente cardine delle “canne”? Quando si parla di cannabis il fraintendimento è sempre dietro l’angolo. Eppure, con gli adeguati strumenti che sono a disposizione di tutti, non ci vorrebbe granché a capire come stanno effettivamente le cose. E dunque: se da una parte esiste una cannabis con Thc (acronimo di ThetraHydroCannabinolo) ovvero psicotropa e capace di dare le sensazioni tipiche di uno spinello, dall’altra ce n’è una senza questo principio attivo, che ha un sacco di usi e che viene chiamata sativa. Equiparare la canapa alla marijuana sarebbe come dire che con il latte ci si possono solo macchiare i cappuccini. Una sciocchezza, appunto. Eppure, il tenore della discussione è ancora poco sopra il darsi di gomito o strizzare l’occhio, perché la canapa, o cannabis, o “hemp” (se siete anglofoni) fa sempre rima con quella roba lì, con la “cannetta” che giovani e meno giovani cercano nei coffee shop di Amsterdam e che una legge un po’ pasticciata sembrava aver permesso anche in Italia. Cerchiamo quindi di fare un po’ di ordine, partendo prima di tutto dalla possibilità di trovarsi di fronte – gioco di parole obbligato – a un mercato drogato, a rischio bolla, in cui i principali player hanno beneficiato di valutazioni di borsa assolutamente irreali che da un po’ di tempo si stanno sgonfiando, con market cap che crollano anche del 70% in un anno. Economy ha cercato di capire meglio le dimensioni del fenomeno e di comprendere quali siano le potenzialità della canapa sativa. Per farlo, ci siamo rivolti a Freia, azienda italiana nata nel 2009 per sviluppare prodotti a base di cannabis senza Thc e che è l’unica autorizzata in Europa a vendere derivati senza sostanza psicotropa. C’è anche un’altra impresa, inglese, che ha lo stesso lasciapassare continentale, ma può farlo per prodotti a base di Thc. Freia – il nome è mutuato dall’appellativo di una divinità della mitologia norrena – insieme al suo amministratore delegato Alessandro Cavalieri sta cercando di far passare un messaggio molto chiaro: lo sballo non c’entra niente.

Il 2019 per Freia si è chiuso con 1,2 milioni di euro e l'ingresso del fondo canadese LGC Capital con 3,3 milioni per il 35%

«Nell’ultimo periodo – ci racconta il ceo dell’azienda – le corporation più attive sul tema della canapa, soprattutto per uso “ludico”, hanno perso una parte consistente della loro capitalizzazione. Ma è una dinamica fisiologica: la bolla deve sgonfiarsi e oggi stiamo finalmente ritornando su valori di mercato reali e sostenibili. Quando queste società, che nella maggior parte dei casi sono estensione dell’industria del tabacco, hanno iniziato la loro attività tra i 3 e i 5 anni fa, hanno raccolto enormi somme di denaro sui mercati. Ma al momento non c’è ancora un Roi adeguato, che giustifichi certe capitalizzazioni. Siamo un po’ in una fase analoga a quella primigenia di internet. Noi abbiamo una strategia completamente diversa: non abbiamo fretta, stiamo facendo le cose con calma». In effetti sembra che la tattica attendista di Freia stia portando buoni frutti. Il 2019 si è chiuso con un fatturato di 1,2 milioni di euro e l’ingresso del fondo canadese Lgc Capital con una fiche da 3,3 milioni in cambio del 35% del capitale fa guardare al futuro con ancora maggiore ottimismo. L’obiettivo per quest’anno è di quadruplicare le revenues e di aprirsi a nuovi mercati, soprattutto americani e dell’Europa dell’est.

Ma, dunque, che cos’è la canapa e che usi se ne possono fare? Prima di tutto è bene ricordare che questo vegetale è sempre stato utilizzato per gli impieghi più disparati: veniva adoperato, ad esempio, come alimento dei legionari romani e, in epoca più recente, per produrre carta e tessuti e perfino per generare illuminazione ed energia. Tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 la diffusione della cannabis crebbe in maniera esponenziale. Rudolf Diesel, inventore dell’omonimo motore, prevedeva come fonte di alimentazione del propulsore proprio la canapa. Poi, un periodo buio in cui l’associazione tra canapa e droga divenne talmente inscindibile che si preferì far morire la filiera. Un peccato per l’Italia, che era la seconda potenza mondiale nel comparto dopo gli Stati Uniti e che smantellò un sistema da 90mila ettari coltivati. Con il nuovo millennio, però, le cose sono nuovamente cambiate. Solo negli Stati Uniti, si stima che il mercato raggiungerà un valore di 1,8 miliardi di dollari annui nel 2020 (erano 220 milioni nel 2012). In Europa, invece, erano 33.330 gli ettari coltivati a canapa, con la Francia leader continentale nella ricerca di varietà colturali, seguita da Germania e Gran Bretagna. L’Italia non è ancora presente nelle classifiche nonostante la legge 242 del 2016 abbia stabilito la legalità della coltivazione. Secondo la Coldiretti, nel nostro Paese il business della cannabis sativa potrebbe creare almeno diecimila posti di lavoro e una riqualificazione delle strutture ormai in disuso, che potrebbe portare il giro di affari fino a 1,4 miliardi di euro.

Si stima che il mercato della canapa quest'anno negli usa raggiungerà un valore di 1,8 miliardi di dollari

«Gli usi della canapa sativa – spiega Cavalieri – sono estremamente vari. Per la salute o in ambito tessile, ad esempio.

L’automotive ha scoperto questo prodotto per creare i divisori coibentanti tra motore e abitacolo usati da colossi come Bmw e Mercedes. In ambito edilizio, sono stati creati dei mattoni a base di cannabis che hanno peculiarità uniche e che permettono di mantenere la casa fresca d’estate e calda d’inverno. Non solo: questi mattoni sono anche ignifughi anche ad altissime temperature. Altri usi sono per l’industria chimica e per la realizzazione di vernici a base naturale: moltissimi dipinti a olio del ‘5-600 sono stati realizzati con pitture provenienti proprio dalla canapa. In questo momento, poi, vengono condotti studi a Taranto per usare questo vegetale per “ripulire” le zone intorno all’Ilva, visto che può fungere da spugna per metalli pesanti e idrocarburi».

L’Italia è dunque rimasta indietro ma sembra che qualcosa si muova. Freia gestisce una quota consistente degli 800-1.000 ettari attualmente coltivati. Siamo lontanissimi dalla Francia (tra i 13 e i 16.000), e soprattutto scontiamo totalmente l’assenza di una filiera che ha costi di ingresso non proibitivi e che, a fronte di un aiuto statale nell’ordine di qualche decina di milione, potrebbe prontamente spiccare il volo. Anche perché il comparto è davvero in movimento a livello globale. Degli oltre 600 brevetti che riguardano la cannabis, ben 500 sono cinesi, con il governo che si è speso in prima persona per portare avanti la sperimentazione soprattutto in ambito biomedico. L’idea è di realizzare cellule plasmatiche che derivano dalla canapa che sono utili come bioreattori, ovvero per creare organi e organismi, anche umani, partendo da una base vegetale. Il futuro, appunto.

«Siamo ancora penalizzati dal punto di vista della comunicazione – conclude Cavalieri – anche perché l’esplosione dei “cannabis shop” negli ultimi anni, che vendono prodotti di provenienza dubbia non hanno aiutato il percorso di ricreazione della filiera. Ma l’attenzione è a livelli elevati: Davos quest’anno ha dedicato interi panel all’industria della canapa. Grandi brand come Coca Cola sono interessati al mercato per la produzione di bevande che contengano in minima parte il principio attivo. E anche l’industria del tabacco troverebbe una nuova valvola di sfogo in un momento in cui il suo core business si sta riducendo sempre più. Noi stiamo sviluppando tra le altre cose anche alimenti per i pazienti affetti da sarcopenia, ovvero da un deperimento dei tessuti a seguito di gravi malattie come i tumori. Stiamo testando alimenti che, con dosi molto piccole, adatte a chi non ha grande fame a causa della condizione clinica, garantiscono un’elevata quantità di proteine “buone”, di origine vegetale».

A sinistra il ceo di Freia Alessandro Cavalieri, a destra il cfo Marco Santini

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