GESTIRE L'IMPRESA - TUTELA DEL MARCHIO

Si fa presto a dire
“parmesan” e “pasta schuta”

Dal prosciutto di Parma canadese al San Marzano newyorkese: il giro d’affari che ruota intorno all’italian sounding sottrae al nostro Paese 100 miliardi di euro e 300mila posti di lavoro. Ma tutelarsi è possibile. Ecco come

Marina Marinetti

Ci sono gli SpaghettiOs in barattolo Campbell’s, le Italian Lasagne limited edition formato sandwich sugli scaffali di Tesco, la Pasta Schuta Bernbacher con Nudelsalse Bolognaise, il Parmesan 100% grated cheese di Kraft (ma c’è pure il Parmesan di Perfect Italiano), le orechiette brandizzate Mafia, il Valpolicella californiano (che si chiama Calpolicella), il Parma Ham fatto in Canada, la Zottarella filippina, il San Marzano neyworkese... Ci sarebbe da ridere, se non che il giro d’affari che ruota intorno al mondo dei falsi made in Italy nell’agroalimentare si aggiri, secondo Coldiretti, intorno ai 100 miliardi di euro e sostituisca i due terzi circa del settore, sottraendo all’Italia circa 300mila posti di lavoro.

Ma abbiamo tutti gli strumenti per difenderci. «La legge fornisce diversi tipi di tutela dei marchi, così come dell’ indicazione geografica di provenienza», spiega a Economy l’avvocato Elena Cristofori di Rapisardi Intellectual property, la centenaria law firm con quartier generale a Milano e uffici a Londra, Lugano e San Marino. «Nel 2003 è stato introdotto a livello legislativo il marchio made in Italy, che funziona molto bene. Richiede che almeno il 60% del prodotto sia realizzata in Italia: chi acquista un prodotto italiano guarda bene l’etichetta».

Tra i clienti di Rapisardi Intellectual property figurano consorzi, produttori di vino, di formaggi, di olio, un pastificio di Gragnano, di conserve, di piatti pronti e persino un ristorante tristellato che ha brevettato un particolare procedimento di lavorazione. Ma il marchio made in Italy non basta. «È fondamentale depositare il proprio segno distintivo non solo nel proprio Paese di origine, ma anche nei Paesi in cui si produce, si esporta o sia intenzione di farlo, così come nei Paesi dove tradizionalmente i nostri prodotti vengono contraffatti, come Cina e Turchia», sottolinea Gianluigi Volontè, trademark attorney dello studio Rapisardi, «e in tutte le aree dove c’è familiarità col gusto italiano, come il Sudamerica». «Ci vuole una visione di ampio respiro», gli fa eco Elena Cristofori, «altrimenti si fa la fine del prosciutto di Parma». Che fino al settembre 2017, quando è stato siglato il Ceta, trattato internazionale che sancisce un accordo commerciale di libero scambio tra Canada e Unione europea, non poteva essere venduto in Canada come “Prosciutto di Parma”, ma solo come “the original prosciutto”, perché nel 1964 la Maple Leaf Food aveva registrato il marchio “Parma”.

Nome, logo, indicazione geografica, design, brevetto, nome a dominio: più ampio è il perimetro di ciò che si deposita, più si è tutelati. E allora le varie indicazioni Doc, Docg, Igp, di cui l’Italia vanta ben 171 prodotti sui 780 riconosciuti in Europa, a cosa servono? «Non a molto fuori continente, perché l’art. 29 del codice della proprietà intellettuale non è stato recepito in America». Dove, appunto, l’italian sounding è un mercato decisamente ricco.

Ma quanto costa la registrazione? Dipende. Perché esistono 45 classi merceologiche diverse (stabilite dalla cosiddetta “classificazione di Nizza” (che vanno dai prodotti chimici ai servizi legali, dagli utensili ai cosmetici, dalle bevande alcoliche ai prodotti lattiero-caseari, per citarne alcune) e circa 200 Paesi nel mondo in cui farlo. Ognuno con le proprie regole. «In Italia registrare un marchio in una sola classe costa circa 500 euro, ed è possibile depositare per più classi», spiega Volontè; «registrare un marchio in luoghi extra Ue che hanno familiarità con il gusto italiano, come Giappone, Corea del Sud, Federazione degli Stati Russi e Norvegia è nell’ordine degli 8mila euro. Ma i Paesi più cari sono quelli arabi, dove il deposito costa quasi dieci volte tanto e va fatto per ogni singola classe di prodotto, come in Brasile, oltre al fatto che all’estero ci si deve interfacciare con un partner locale». Fatti due conti, significa magari spendere 180mila euro per tutelarsi solo negli Emirati. Figuriamoci un brand come Armani, che va dal tessile all’arredamento, dall’hotellerie alla ristorazione: «Depositare tutti i prodotti in tutte le classi dappertutto costerà almeno un milione di euro». Salvo complicazioni, perché, come nel caso del prosciutto di Parma canadese, qualcuno potrebbe anche fare opposizione.

Per fortuna ci sono le convenzioni internazionali, che con un solo deposito tutelano in più nazioni: c’è il marchio europeo, valido per tutti i 28 Stati dell’Unione, quello internazionale, che fa capo agli oltre 100 Paesi aderenti al Trattato di Madrid, quello dell’Organizzazione centro africana della proprietà intellettuale, valido nei 27 (post Brexit) Stati membri. «E volendo aggiungere altri Paesi, basta pagare qualche tassa in più», spiega ancora Cristofori. «Nel frattempo stanno uscendo bandi ottimi, come il Marchi+ del Mise, per il quale occorre depositare domanda entro il 30 marzo e che ripaga fino all’80% dei costi per la registrazione o la creazione grafica del marchio a livello europeo o internazionale».

Ma registrare non basta: «esiste un sistema di sorveglianza, sia per marchi che per settori. Lo monitoriamo in continuazione per conto dei nostri clienti, anche per controllare cosa stanno facendo i loro competitor. Quando qualcuno cerca di registrarne un marchio che richiami il proprio, si fa opposizione: la pubblicazione serve proprio a questo, come per i matrimoni». Quando, nel 2016, la Popcorn Design llc ha depositato il marchio “Calpolicella” in California, per un vino locale, il Consorzio di Tutela del Valpolicella Doc ha presentato opposizione, impedendo la registrazione del nome del vino. Più recentemente, nell’aprile dello scorso anno, Kraft Foods ha depositato la domanda di marchio “Kraft Parmesan Cheese”, per esempio, il Consorzio Parmigiano Reggiano si è opposto. L’Ufficio Marchi Neozelandese non ha ancora presa una decisione, e nel frattempo il Parmesan di Kraft è già sugli scaffali. Secondo il Consorzio, il turnover di Parmigiano reggiano falso fuori dall’Ue è pari a circa 2 bilioni di euro, circa 15 volte il volume di formaggio orginale esportato.

E se si arriva tardi, a registrazione effettuata? «Resta solo l’azione legale. Fare un causa in Italia costa poco e abbiamo sezioni specializzate efficientissime e veloci. In America conviene rinunciare: le cause costano milioni. Meglio tentare una chiusura extragiudiziale, magari proponendo il proprio marchio in licenza o il proprio prodotto in distribuzione».

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