STORY LEARNING - SPACE ECONOMY

L’eccellenza aerospaziale
che manda in orbita l’Italia

Produciamo i lanciatori, i motori, i carburanti e gestiamo perfino le stazioni: nella space economy l’Italia è in una posizione invidiabile. Merito di competenze e industrie specializzate uniche al mondo

Marco Scotti
L’eccellenza aerospazialeche manda in orbita l’italia

«There’s a starman waiting in the sky, he’d like to come and meet us but he thinks he’d blow our minds» cantava David Bowie nel 1972. Ebbene, oggi quell’uomo delle stelle potrebbe essere un po’ più vicino, dopo che l’economia dello spazio a livello mondiale ha avviato – è proprio il caso di dirlo – la procedura di decollo. Prima di tutto qualche dato: nel 2019 si è calcolato che la cosiddetta “space economy” valesse 350 miliardi di dollari e la previsione per il 2045 è di arrivare a 2.700 miliardi. L’Unione Europea per bocca dell’Esa, l’agenzia spaziale continentale, ha in programma investimenti congiunti pubblico-privati per complessivi 16 miliardi di euro tra il 2021 e il 2027. Ancora: l’Italia ha messo mano al portafoglio e ha stanziato 4,7 miliardi (metà dei quali con coperture interamente pubbliche) e ha perfino nominato un sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Riccardo Fraccaro, con deleghe specifiche per lo spazio.

«L’esplosione della space economy – ci spiega Gianluca Dettori (nella foto), a capo del fondo Primo Space (costola di Primomiglio Sgr) che ha avviato una partnership con la Bei per supportare progetti early stage nell’ambito aerospaziale – si deve a una serie di fattori che hanno creato la cosiddetta “tempesta perfetta”. In primo luogo c’è un progresso incredibile della tecnologia, rispetto a quanto accadeva negli anni ’60. Costruire un satellite e metterlo in orbita richiede budget accessibili a qualsiasi media impresa. E poi c’è un altro avvenimento fondamentale: alcuni anni fa l’amministrazione Obama ha scelto di aprire ai privati il business dei lanciatori, ovvero di chi si occupa materialmente di portare satelliti nello spazio».

Ed è proprio il secondo aspetto sottolineato da Dettori a far riflettere maggiormente: se negli anni ’60-’70 lo spazio era un luogo in cui “mostrare i muscoli” con una continua rincorsa tra Urss e Usa, oggi le stelle diventano soprattutto un modo per fare business, specialmente per chi ha saputo fiutare quale sarebbe stato il futuro. Alcuni miliardari (su tutti Richard Branson di Virgin) hanno deciso di puntare sul turismo spaziale, con sperimentazioni per voli nella stratosfera accessibili a tutti. O, almeno, a tutti coloro che abbiano disponibilità di spesa di qualche centinaio di migliaia di dollari. È il caso dello shuttle panoramico della Virgin Galactic che decollerà in modo verticale da Cape Canaveral, ma che verrà anche offerto con partenza “tradizionale” in stile aeroplano in Puglia. Non è una boutade: a Grottaglie partiranno navicelle in grado di raggiungere un’altezza di 15 km e quindi sganciare un piccolo razzo per sei persone che consente di completare un giro attorno alla terra. Il costo? “Solo” 200mila euro per sei minuti a gravità zero.

Da Grottaglie, in Puglia,  partiranno navicelle in grado di raggiungere i 15mila chilometri di quota e sganciare razzi per sei persone 

Elon Musk con la sua SpaceX e Jeff Bezos con Blue Origin hanno invece rapidamente compreso che il vero affare è sviluppare sistemi di lancio di satelliti per il b2b o, meglio ancora, progettare strumenti da impiegare per le telecomunicazioni. L’azienda del fondatore di Tesla – nata nel 2002 ma ascesa alle cronache negli ultimi tre anni – lancerà 7.500 satelliti a bassa orbita per dare la banda larga a tutto il mondo senza piantare nemmeno un palo del telefono. La diffusione sempre più capillare degli smartphone anche nei Paesi in via di sviluppo ha richiesto una tale mole di satelliti per le telecomunicazioni che nei prossimi anni i numeri aumenteranno in maniera esponenziale. Oggi i 1.500 dispositivi che girano intorno alla Terra sono a malapena sufficienti per consentire i servizi che – mediamente – ogni 15 minuti richiediamo ai nostri telefonini. Facile immaginare, dunque, che quando anche Asia e Africa avranno una copertura più capillare le esigenze saranno enormemente superiori. La galassia che Musk sta progettando, Starlink, procede a ritmo sostenuto: nel mese di gennaio sono stati lanciati oltre 60 dispositivi e nei prossimi anni ci sarà un aumento esponenziale. In termini occupazionali, le due aziende sono già diventate dei colossi: oltre 7.000 i dipendenti dell’azienda “sorella minore” di Tesla, circa 2.500 per il fratellino di Amazon. Il merito principale che va riconosciuto a SpaceX in primis e a Blue Origin di conseguenza è quello di aver ottimizzato il trasporto satellitare. Se, prima, le agenzie spaziali dovevano mettere a budget circa 60 milioni di dollari per un singolo lancio, oggi i costi si sono abbassati drasticamente: Musk, infatti, ha lanciato una sottoscrizione online con i suoi Falcon 9 che consente di accaparrarsi un posto sul vettore a partire da un milione di dollari per componenti fino a 200 kg, con un sovrapprezzo di 5.000 dollari al kg. Un autentico servizio on demand che permette di definire l’orbita preferita: intorno al Sole, polare. Non solo: è anche possibile sottoscrivere assicurazioni che coprono fino a due milioni di dollari l’oggetto spedito in orbita. E per il pagamento? Basta inserire una carta di credito da cui verranno prelevati 5.000 dollari di acconto e il gioco è fatto. L’intera offerta di SpaceX, dunque, garantisce un risparmio notevole che per ora riguarda soltanto gli oggetti orbitanti, ma che un domani non troppo lontano potrebbe coinvolgere anche gli astronauti. Oggi la Nasa e l’Esa pagano circa 70 milioni di dollari per portare gli scienziati (tra i quali, naturalmente, figura il nostro Luca Parmitano) nella Iss, la stazione internazionale, tramite la Soyuz. Sarebbe così fantascientifico immaginare in futuro che siano aziende private a traghettare gli “uomini delle stelle”?

Appurato quindi che l’economia spaziale è oggi più che mai attiva, rimane da capire che cosa fare dei satelliti spediti in orbita. «Avremo un fiume di dati – aggiunge Dettori – e potremo davvero dare un nuovo volto a tantissime industry. Ad esempio, riusciremo a calcolare la velocità di crescita del grano in determinate aree per comprendere appieno come sfruttare al meglio i terreni. Ma sono tantissimi i settori che verranno toccati da questa rivoluzione: assicurazioni, logistica, infrastrutture e chissà quanti altri ne verranno fuori. Senza contare che saranno dati veramente globali, non più per “porzioni”, seppur abbondanti, del nostro pianeta. Per questo motivo, come Sgr specializzata in big data abbiamo subito deciso di entrare in questa partita».

Officina Stellare è una “boutique dello spazio” che produce per 13 milioni di euro e lo scorso anno si è quotata all’Aim

Nella corsa verso le stelle, com’è posizionata l’Italia? Se chi ci legge si attende la solita retorica su quanto sarebbe bello se anche il nostro Paese potesse cogliere queste opportunità… ebbene, rimarrà deluso. Siamo messi bene! Nonostante siano oltre una sessantina le nazioni che hanno programmi spaziali di diverso tipo. «Abbiamo una legacy – chiosa Dettori – che pochi altri possono vantare. Ad esempio perché siamo stati i terzi al mondo a mandare in aria un satellite; abbiamo una filiera industriale sviluppatissima, produciamo i lanciatori, i motori, i carburanti e gestiamo perfino le stazioni. Insomma, possiamo dire che l’Italia è in una posizione invidiabile ed è uno dei più importanti contributori dell’Esa, perché sfruttiamo un know-how dell’automotive di altissima precisione che è oggi assai prezioso per il comparto spaziale. Non solo: c’è anche il tema dell’utilizzo dei dati raccolti che diventerà vitale per il nostro Paese. Possiamo addirittura giocare un ruolo di leadership a livello internazionale, anche perché è soltanto a livello continentale che possiamo reggere l’urto con i nostri competitor, che si chiamano Usa, Russia e Cina». L’impegno attuale delle economie europee è di circa 14 miliardi, ma, come detto, ne serviranno altri 16 per dare maggiore vigore alla nuova economia dello spazio.

I fondatori di Officina stellare: Fabio Rubeo, Giovanni Dal Lago, Riccardo Gianni e Gino Bucciol

L’Italia, dunque, è agghindata per il gran ballo dello spazio. Grazie a una pianificazione di ampio respiro; grazie a università che hanno deciso di scommetterci (dal Politecnico alla Sda Bocconi che ha creato il See Lab per studiare l’economia dello spazio). Ma grazie anche ad imprese come Officina Stellare, l’azienda guidata e fondata da Giovanni Dal Lago, Riccardo Gianni, Gino Bucciol. Si tratta di una piccola “boutique dello spazio” specializzata principalmente nell’ideazione di telescopi ad alta precisione, fondata poco più di dieci anni fa e che a giugno dello scorso anno si è quotata sul segmento Aim di Borsa Italiana. Il valore della produzione complessiva per il 2020 è fissata intorno ai 13 milioni di euro. «Inizialmente – ci racconta il ceo Giovanni Dal Lago – la nostra offerta era rivolta ad amatori appassionati di spazio ma con una certa capacità di spesa. Ad esempio, Francis Ford Coppola. In America ci chiamavano la Ferrari dei telescopi. A questo è seguita un’evoluzione quasi naturale, spostandoci sempre più verso la parte professionale, in particolare per quanto riguarda la difesa, ma non solo. Airbus, ad esempio, utilizza i nostri prodotti per fare i test nello stabilimento di Tolosa». Officina Stellare – che nei prossimi mesi inaugurerà una sede anche negli Stati Uniti – procede spedita la sua espansione. In primo luogo, con il ricavato dalla quotazione del 15,7% dell’azienda, ha avviato la costruzione di una space factory, ovvero una fabbrica in cui avere a disposizione più spazi e macchinari all’avanguardia. Per questo motivo, prima della fine del 2019 è stato definito l’acquisto di tre macchinari che operano con una precisione di nanometri. Il business dell’azienda veneta è composto da tre direttrici principali: l’earth imaging, la sorveglianza spaziale e la comunicazione laser.

«Il primo tassello – conclude Dal Lago – è la parte più importante del nostro business, perché consente di effettuare la cosiddetta agricoltura intelligente, ma anche il controllo delle infrastrutture nell’oil&gas, dei confini e dei porti. Il secondo campo di applicazione è molto significativo: oggi ci sono oltre 20mila satelliti in orbita, ma i tre quarti di questi non sono più operativi e rappresentano vera e propria “spazzatura” spaziale. Ma viaggiano a 28mila km/h e a questa velocità anche un piccolo detrito o bullone può causare danni gravissimi se colpisce un satellite. Per questo è necessario effettuare un monitoraggio costante. Infine, la comunicazione laser: dal momento che la banda radio tradizionale è ormai satura, sappiamo già che il fabbisogno di connessioni sarà 30 volte superiore a quello attuale. E il laser è il sistema più veloce e più sicuro. Infine, stiamo cercando di entrare nel cosiddetto spazio profondo, per concorrere alla sua esplorazione». Il sommo poeta avrebbe detto “E quindi uscimmo a rimirar le stelle”.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Economy

Caratteri rimanenti: 400