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La moda diventa ecologica...
grazie agli scarti

La startup Rifò impiega i tessuti non utilizzati del distretto tessile di Prato per creare abiti con un processo che risale al secolo scorso. E grazie alla prevendita si evita di produrre più di quanto richiesto dal mercato

Paola Belli
La moda diventa ecologica... grazie agli scarti

Il team della startup pratese Rifò

Si fa presto a parlare di moda green. Ma in concreto cosa significa? Vuol dire rivedere il modo di produrre e di consumare perché le risorse a disposizione sono limitate e bisogna trovare il modo più efficiente possibile di gestirle e reimpiegarle, tenendo sotto controllo la produzione, in modo da soddisfare la domanda senza generare sprechi, e non spingere a consumare oltre ai reali bisogni. Questo è l’obiettivo di Rifò, startup pratese che propone un modello di moda sostenibile, sostenuto dall’innovazione tecnologica e capace di creare abbigliamento e accessori di alta qualità, realizzati con fibre tessili 100% rigenerate, ricavate da vecchi indumenti (in cashmere, cotone e denim) destinati alla discarica.

Fondata nel 2017 da Niccolò Cipriani, Rifò ha raccolto un finanziamento iniziale grazie al crowdfunding, per poi partecipare alla terza edizione del programma di accelerazione Hubble, promosso da Fondazione CR Firenze e realizzato da Nana Bianca con Fondazione per la Ricerca e l’Innovazione dell’Università degli Studi di Firenze. «Rifò nasce da una mia esperienza personale in Vietnam, dove ho lavorato per l'Agenzia italiana della cooperazione allo sviluppo - racconta Niccolò Cipriani, founder della startup - Le strade di Hanoi sono piene di negozi made in Vietnam che vendono capi di abbigliamento esportati ma invenduti e rispediti in Vietnam per non abbassare i prezzi del mercato occidentale. Così è nata Rifò, con l’obiettivo di proporre un modello etico, sostenibile e alternativo a quelli classici dell’industria della moda».

Rifò riesce a realizzare prodotti di qualità e che fanno bene all’ambiente grazie a un processo meccanico e artigianale, sviluppato a Prato più di 100 anni fa. Con questo speciale processo si trasformano gli scarti di tessuto in nuovi vestiti che conservano le stesse qualità dei prodotti nuovi, riducendo, però, del 90% l’uso di acqua, del 77% quello dell’energia, del 90% i prodotti chimici, del 95% le emissioni di CO2 e del 100% l’uso di coloranti.

Il modello di business si ispira ai negozi made in Vietnam che vendono i capi rifiutati dal mercato occidentale

«I nostri vestiti sono tutti prodotti a km 0 nel distretto tessile di Prato - racconta Niccolò Cipriani - per non impattare sul consumo di carburante, creare opportunità di lavoro per il territorio e avere la certezza della qualità e dell’eticità di tutto il processo produttivo. Riusciamo a ridurre a zero anche gli sprechi dovuti alle vendite, utilizzando il metodo della pre-vendita; questo per riuscire a capire le richieste del mercato ed evitare di produrre più di quanto necessario. Un sistema che permette anche agli artigiani tessili di lavorare secondo le loro tempistiche, rispettando le loro necessità. Perché Rifò è anche sinonimo di responsabilità sociale».

Rifò ha da poco festeggiato il suo secondo anno di attività con oltre 12.500 capi d’abbigliamento venduti e ben 2,6 tonnellate di filato rigenerato utilizzato (1,4 tonnellate di filato in cashmere e 1,2 tonnellate di filato in denim e cotone). Che a conti fatti vogliono dire aver risparmiato in media (in due anni) quasi 35 milioni di litri d’acqua, 110kg di coloranti e 150kg di additivi chimici nella produzione dei capi.  «I numeri che abbiamo raggiunto in due anni sono enormi, se proporzionati a una realtà imprenditoriale ancora molto giovane come è Rifò. Il mio sogno, adesso, è di rendere il modello scalabile: non voglio solo portare i capi Rifò a quante più persone possibili, ma dimostrare che il nostro modello è una una best practice sostenibile e replicabile anche in scala».

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