QUI PARIGI, APPUNTI DALLA DEFENSE

La strategia made in France
che abbatte la disoccupazione

Per far incontrare domanda e offerta di lavoro il Pôle Emploi assiste le imprese guidandole nella ricerca di competenze che non hanno richiesto, ma di cui possono aver bisogno

Giuseppe Corsentino
La strategia made in Franceche abbatte la disoccupazione

Altro che i “navigator” dell’ex ministro del lavoro (ora agli Esteri) Luigi Di Maio che dovrebbero, per legge, trovare un lavoro ai disoccupati che hanno chiesto il “reddito di cittadinanza”. Quanti posti hanno trovato? Quanti disoccupati hanno avviato al lavoro? Quante imprese hanno coinvolto? Quanti corsi di formazione hanno avviato? Poche le cifre, scarsissime le informazioni (tranne quelle sul pagamento del reddito a tanti “finti poveri”, un piccolo esercito meridionale, denunciati per truffa dai carabinieri e dalla Guardia di finanza, ma tanto paga Pantalone: quasi 10 miliardi di euro).

Qui, in Francia, è tutt’altra musica. Il Pôle Emploi, che è la rete degli uffici del lavoro che fanno capo al ministero ma sono gestiti paritariamente dallo Stato (che nomina infatti il direttore generale, di solito un  “enarca” come l’attuale, Jean Bussères, ex ispettore delle finanze ed ex capo di gabinetto dell’ex primo ministro socialista Laurent Fabius), dai sindacati, dalle organizzazioni padronali e dalle regioni, sta lavorando a pieno ritmo non per “abolire la povertà”, ma, più prosaicamente, per ridurre il tasso di disoccupazione che pur essendo in calo - all’8,4%, più basso comunque del nostro – è ancora più alto della media dell’Eurozona (al 7,5%). E questo procura qualche mal di pancia al presidente Macron, arrivato al giro di boa del quinquennato.

Per sapere di che si tratta in concreto – perché le statistiche sul mercato del lavoro sono tanto dettagliate quanto sfuggenti, come si sa – basta cliccare sul portale www.pole-emploi.fr per scoprire che a metà gennaio 2020 c’erano 3.364.500 “demandeurs d’emploi”, disoccupati in cerca di lavoro e che i posti di lavoro disponibili nello stesso giorno erano 597.835.

La sfida dei “navigator” francesi che qui si chiamano più appropriatamente “conseillers d’entreprises”, consulenti d’azienda, è tutta qui: nel far incontrare domanda e offerta di lavoro. Ed è per questo che i 5.500 conseiller sono stati schierati “in ordine di battaglia” per dirla con le parole della loro capa,  Catherine Poux, responsabile dei “servizi alle imprese” del Pôle Emploi.

La chiave è proprio qui, nel “servizio alle imprese”. Le quali vengono assistite e guidate nella ricerca del personale con la stessa cura con cui si seguono i “demandeurs d’emploi”, i disoccupati nell’ambito di una strategia di sistema che è stata battezzata “Action Recrut”.

Sta funzionando e le aziende si fidano. Lo dimostrano i dati. Nel 2014 le richieste di manodopera al Pôle Emploi non superavano le 600mila unità. Nel 2018, ultimo dato disponibile, erano diventate 3milioni. Ma il dato più interessante è un altro: su una tale massa di richieste solo 157mila sono rimaste inevase, essenzialmente per un deficit di competenze dei lavoratori.

Che è poi la ragione-chiave della crisi attuale del mercato del lavoro qui in Francia ma anche in Italia: non si trovano le qualificazioni e le competenze richieste dalle imprese e così il tempo tra richiesta e assunzione si allunga. Nel 2018 quasi la metà dei dossier è stata istruita e definita in 46 giorni, otto in più rispetto al 2017 e questo preoccupa madame Poux. «Vuol dire», spiega a Economy, «che qualcosa non funziona perfettamente nella relazione tra aziende e Pôle Emploi. Le aziende spesso non considerano le dinamiche specifiche del mercato del lavoro del loro territorio, vogliono quella figura specifica di lavoratore e basta. Spetta a noi, ai nostri conseiller d’entreprises, guidarle alla ricerca di una competenza professionale che magari non è quella richiesta ma di cui hanno o possono avere bisogno».

Al Pôle Emploi si lavora così, il nostro Patuanelli mandi qualcuno a informarsi a rue de Grenelle, sede del ministero del lavoro. Scoprirà, per esempio, che se una domanda di lavoro resta senza risposta, un funzionario del Pôle Emploi entra subito in azione contattando l’impresa e cercando di capire insieme con l’imprenditore (o la direzione del personale) le ragioni per cui quel posto di lavoro non interessa a nessuno in quel momento. «Organizziamo anche sessioni di “porte aperte” per presentare le aziende ai lavoratori interessati», racconta ancora madame Poux, «e perfino degli stage per verificare il livello di competenza di chi invece a quel posto è interessato».

L’indice di soddisfazione delle parti indica che questo modo di procedere funziona e dà risultati. L’anno scorso ci sono stati 4.274.000 “retour à l’emploi”, assunzioni, con il 76,9% dei lavoratori e il 78,7% delle aziende soddisfatti. Si chiama “politica attiva del lavoro”, non abolisce la povertà ma crea migliaia e migliaia di posti di lavoro.

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