Economia circolare, l'Italia è prima
in Europa

Nel nuovo report 2020 realizzato da Enea e Cen-Circualr Economy Network il nostro Paese migliora il piazzamento in classifica dimostrando di essere all'avanguardia nel recupero e nel riuso della materie prime industriali e nella gestione dei rifiuti

Sergio Luciano
Le opportunità dell'economia circolare? Sono tra i titoli azionari

Buone nuove dal mondo della circular economy, in un periodo come quello attuale che ha estremo bisogno di buone notizie. Notizie che fanno bene al pianeta e anche al morale.
 
Il nostro Paese, infatti, risulta ancora prima, tra le cinque principali economie europee, nella classifica per indice di circolarità, il valore attribuito secondo il grado di uso efficiente delle risorse in cinque categorie: produzione, consumo, gestione rifiuti, mercato delle materie prime seconde, investimenti e occupazione. In classifica, per il momento, ancora ben distanziate, salgono Germania e Francia, con 11 e 12 punti in meno. Il divario, però, si sta assottiliando: a minacciare un primato, un asset per la nostra economia, è la rapida ascesa di Francia e Polonia, che migliorano la loro performance con, rispettivamente, più 7 e più 2 punti di tasso di circolarità nell’ultimo anno.
 
Questi i dati del nuovo report 2020 realizzato da ENEA e CEN-Circualr Economy Network la rete promossa dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile e da 14 aziende e associazioni di impresa e presentato ieri in diretta web dal presidente CEN Edo Ronchi e dal direttore del Dipartimento sostenibilità dei sistemi produttivi e territoriali ENEA Roberto Morabito.
 
“Nell’economia circolare, l’Italia ancora oggi si conferma tra i Paesi con maggiore valore economico generato per unità di consumo di materia”, commenta Edo Ronchi, presidente del CEN. “Sotto il profilo del lavoro, siamo secondi solo alla Germania, con 517.000 occupati contro 659.000. Percentualmente le persone che nel nostro Paese vengono impiegate nei settori ‘circolari’ sono il 2,06% del totale, valore superiore alla media UE 28 che è dell’1,7%.
Si registra però un rallentamento, precedente anche alla crisi del coronavirus, mentre altri Paesi hanno messo il turbo: in Italia gli occupati nell’economia circolare tra il 2008 e il 2017 sono diminuiti dell’1%. Paradossale che, proprio ora che l’Europa ha varato il pacchetto di misure per lo sviluppo dell’economia circolare, il nostro Paese non riesca a far crescere questi numeri”.
 
Anche il Direttore del Dipartimento Sostenibilità dei Sistemi Produttivi  e Territoriali di ENEA, Roberto Morabito sottolinea il buon andamento dell’Italia,  che tiene testa alle grandi economie europee in molti settori dell’economia circolare. Il nostro Paese di fatto utilizzerebbe al meglio le scarse risorse destinate all’avanzamento tecnologico con un buon indice di efficienza (per ogni chilo di risorsa consumata si generano 3,5 euro di Pil, contro una media europea di 2,24). Il Direttore Morabito sottolinea tuttavia un calo causato dall’insufficienza degli investimenti con conseguente carenza di ecoinnovazione (siamo all’ultimo posto per brevetti) e dalle criticità sul fronte normativo con il rischio di essere presto superati dagli altri Paesi, che invece nel frattempo stanno accelerando.
 
La soluzione: servirebbe un intervento sistemico con la realizzazione di infrastrutture e impianti, con maggiori investimenti nell’innovazione e, soprattutto, con strumenti di governance efficaci, quali l’Agenzia Nazionale per l’Economia Circolare.
 
Un segnale positivo viene dalla bioeconomia che cresce di valore e peso complessivo. In Europa, secondo il Rapporto, ha un fatturato di 2 mila 300 miliardi di euro con 18 milioni di occupati nel 2015. In Italia l’insieme delle attività connesse alla bioeconomia registra un fatturato di oltre 312 miliardi di euro e circa 1 milione 900 mila occupati. I comparti che maggiormente contribuiscono sia al valore economico che all’occupazione sono l’industria alimentare, le bevande e quello della produzione primaria (agricoltura, silvicoltura e pesca).
 
L’intervento dell’uomo negli ultimi cinquant’anni, ricorda il Rapporto, ha  trasformato fortemente il 75% della superficie terrestre: il 33% dei suoli mondiali risulta degradato; ogni anno in Europa viene cementificata un’area di 348 chilometri quadrati. La bioeconomia è quindi un tassello fondamentale nella salvaguardia delle risorse naturali, dove la tutela del suolo è essenziale, dato in esso sono contenuti oltre 2 mila miliardi di tonnellate di carbonio organico: è il secondo sink di assorbimento dei gas serra dopo gli oceani.
Secondo l’Ipcc-Intergovernmental Panel on Climate Change in media nel decennio 2007-2016 le attività connesse ad agricoltura, silvicoltura e altri usi del suolo sono state responsabili ogni anno dell'emissione netta di circa 12 miliardi di tonnellate di CO2, circa un quarto dei gas serra globali. Se a queste si aggiungono quelle generate dal settore dall’industria alimentare e dal trasporto degli alimenti, le emissioni stimate per il settore food salgono al 37% del totale La difesa del suolo, delle foreste, delle risorse marine è quindi un punto essenziale nello sviluppo di una bioeconomia rigenerativa e dunque sostenibile, Ma – avverte il Rapporto CEN – solo a condizione che sia rigenerativa, cioè basata su risorse biologiche rinnovabili e utilizzate difendendo la resilienza degli ecosistemi e non compromettendo il capitale naturale con prelievi e modalità di impiego che ne intacchino gli stock.
 
La transizione verso l’economia circolare e la bioeconomia rigenerativa è dunque sempre più urgente e indispensabile anche per l’attenuazione della crisi climatica. Esistono importanti strumenti normativi a livello europeo ma non bastano. Indispensabile investire maggiormente attuando una riforma dei regolamenti alla base del Patto di Stabilità per favorire gli investimenti pubblici, ma anche una nuova strategia per la finanza sostenibile per mobilitare i capitali privati; una revisione delle regole sugli aiuti di Stato e infine, ma non secondarie la revisione della fiscalità e la riforma degli stessi meccanismi istituzionali dell’Unione Europea.

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