Disobbedienza civile sui contributi?
Se il governo non capisce, sì!

Se il governo non capirà la necessità di intervenire immediatamente e senza burocrazia a sostegno della liquidità delle aziende sarà giusto cambiare tono e smettere - tutti - di versare allo Stato la parte immersa delle retribuzioni che le imprese pagano ai loro dipendenti, un buon 55% del costo del lavoro. Si salverebbe la capacità di reddito delle persone e si aiuterebbe la stabilità della cassa delle aziende.

Sergio Luciano
Disobbedienza civile sui contributi?<br>Se il governo non capisce, sì!

Una protesta di qualche mese fa a Milano

“La sospensione immediata per tutte le imprese, a prescindere dalle soglie di fatturato, dei versamenti fiscali e contributivo”: è uno degli 11 punti del documento che la Confindustria ha consegnato al governo e che campeggia oggi su tutti i media. Anche gli altri punti sono concettualmente analoghi: aiuti immediati e al riparo da qualsiasi procedura burocratica.
 
Viceversa, così com’è, il decreto Cura-Italia non può funzionare.
 
Si presenta come un groviglio impressionante di procedure, come se il Palazzo non avesse capito la differenza tra un’ordinaria crisi di mercato e il blocco totale dell’80% delle attività economiche e commerciali private in atto nel Paese.
 
Allora, secondo chi scrive, è indispensabile cambiare tono. Disubbidire. Sarebbe giusto che le associazioni di categoria ci riflettessero: la disobbedienza civile può funzionare.
 
Non pagare gli F24 dei versamenti contributivi e fiscali non è reato. E significa risparmiare più della metà dell’esborso mensile legato al costo del lavoro. Se non da questo mese, senza dubbio da aprile, se il governo non rinsavisse.
 
Rinviare questi pagamenti è prassi abituale delle aziende in difficoltà. Be’: più in difficoltà di così!
Facendolo tutti insieme, forse, il governo capirà. O forse basterebbe minacciarlo. Un precedente c’è: la serrata dei commercianti dell’84. Funzionò.
 
E’ necessario cambiare tono del confronto delle imprese con un governo che - pur mosso da buone intenzioni – non ha ancora maturato al suo interno, evidentemente, la consapevolezza dell’impatto drammatico e immediato che il blocco dei commerci e quindi dei fatturati sta avendo sulla maggior parte delle piccole e medie imprese italiane. Imprese che, come anche di tante aziende grandi, vivono sul ciclo di cassa, e non hanno il merito di credito che permette a poche grandi aziende di avere più finanziamenti bancari.
Le aziende che vivono di cassa, se non fatturano, semplicemente chiudono in un mese.
 
Il nuovo approccio, ripetiamo, non può che essere la disubbidienza civile di massa.
 
Versare gli stipendi netti ai dipendenti, sì; ma non versare nulla all’Agenzia delle Entrate e all’Inps di quanto dovuto come ritenuta d’acconto sulle imposte e contributi previdenziali e assistenziali è un grande sollievo.
 
E’ nient’altro che quella “sospensione immediata” dei contributi, che la Confindustria ha nuovamente richiesto e che è stata per ora concessa solo a una percentuale minima di imprese, quelle sotto i due milioni di fatturato. Rappresenterebbe di per sé un sollievo comparabile alla Cassa integrazione, che potrebbe servire per coprire anche l’altra parte del costo – quello degli stipendi netti - quando venisse concessa senza i garbugli procedurali che invece si profilano.
 
Questa disobbedienza civile non basterebbe da a sola a traghettare le imprese fino alla fine dell’emergenza, ma certo aiuterebbe: soprattutto se inducesse lo Stato ad accettare e legittimare un comportamento di autodifesa, introducendo – altra stortura folle contenuta nell’attuale decreto – un rimborso rateale dei contributi non pagati: ma non in cinque mesi (e dunque comunque entro il 2020) bensì in dieci mesi per ogni mese non pagato.
Per capirci: se da marzo ad agosto si salterà il versamento dei contributi, si dovrà poi avere la possibilità di saldare il debito in sessanta mesi, cioè cinque anni: impegnativo, ma sostenibile.
 
Altro capitolo spinoso, ma ahimè non sollecitabile con la disubbidienza civile, è quello del credito: la garanzia dello Stato per i finanziamenti alle imprese va elevata dall’80 al 100 per cento degli importi finalizzati al sostegno delle crisi aziendali ormai in corso. Quel 20 per cento di rischio che la norma lascia a carico delle banche – qualcuno lo dica a Gualtieri – basta e abbonda per i banchieri a indurli a rifiutare il credito.
 
Ed è logico, dal loro punto di vista: a fronte del modesto profitto da interessi, devono accollarsi un rischio di 20 punti e bloccare il correlato capitale di vigilanza. Non gli conviene. E non possiamo pretenderlo: anche le banche sono aziende in crisi.
 
A proposito: se la Francia ha per la prima volta votato contro la Germania, nel segreto dell’ultimo consiglio della Bce – quello che ha deciso la spesa dei 750 miliardi – è perché un colosso bancario francese (non la Bnp Paribas, né il Credit Agricole…) sarebbe prossimo al fallimento e con un crollo dei valori dei titoli di Stato nazionali detenuti nel suo portafoglio fallirebbe. Non che i francesi si siano convinti delle buone ragioni dell’Italia, insomma. E hanno strizza anche loro.
 
 
 

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