Coronavirus

Il Coronavirus non è nato in laboratorio:
l’origine nella devastazione ambientale

La deforestazione toglie l'habitat a animali selvatici pieni di virus, che raggiungono le città anche attraverso specie intermedie da cui passano all'uomo: nel caso del Coronavirus, rispettivamente pipistrelli e, probabilmente, pangolini cinesi. È già successo, potrebbe succedere ancora: per evitarlo è cruciale imparare la lezione e fare un grande sforzo globale per rendere le attività produttive davvero sostenibili

Riccardo Venturi
Il Coronavirus non è nato in laboratorio: l’origine nella devastazione ambientale

Sta emergendo con sempre maggior chiarezza l'origine animale del nuovo Coronavirus e il suo legame con la devastazione ambientale: è una zoonosi, cioè una malattia trasmessa all’uomo da altri animali, conseguenza in particolare della deforestazione che toglie l’habitat naturale ad animali quali i pipistrelli pieni di virus e batteri, che raggiungono le sempre più estese periferie urbane anche attraverso altri animali detti ospiti-serbatoio o intermedi

 

Per quanto seducente, la teoria della nascita del nuovo Coronavirus in un laboratorio batteriologico di Wuhan è debole. Perché non solo fa a pugni con le evidenze scientifiche – uno studio appena pubblicato sulla rivista Nature Medicine indica che il SARS-CoV-2 è il risultato dell'evoluzione naturale di altri virus dello stesso tipo, e non un prodotto di laboratorio o di ingegneria genetica. Ma soprattutto perché ignora quel che sta emergendo con sempre maggior chiarezza: il nuovo Coronavirus è una zoonosi, cioè una malattia trasmessa all’uomo da altri animali, conseguenza della devastazione ambientale e in particolare della deforestazione che toglie l’habitat naturale ad animali quali i pipistrelli pieni di virus e batteri, che raggiungono le sempre più estese periferie urbane anche attraverso altri animali detti ospiti-serbatoio o intermedi, come in questo caso pare essere avvenuto con il pangolino cinese - con la SARS invece a fare da intermediari erano state le civette della palma mascherate. È il cosiddetto spillover o “salto interspecifico”, il passaggio di un patogeno da una specie ospite a un’altra, che è anche il titolo di un libro del 2012 (!) dello scrittore americano specializzato in scienza e natura David Quammen: “Spillover – L’evoluzione delle pandemie”. «Siamo tutti parte della natura, dell’ecosistema della Terra. Questo nuovo virus arriva a noi da animali selvatici, in un ecosistema completamente diverso» ha detto pochi giorni fa Quammen intervistato via Skype da Fabio Fazio a Che tempo che fa, «Ci sono una pletora di animali selvatici, ognuno con i suoi virus. Quando noi mischiamo tutto, deforestiamo, trasportiamo animali selvatici altrove, sconvolgiamo questo ecosistema e diventiamo degli ospiti alternativi per i virus. Ci sono 7 miliardi e 700 milioni di persone che sono potenziali ospiti interconnessi. Distruggendo questi ecosistemi ce la andiamo a cercare».

Il Wwf conferma: il Coronavirus viene dagli animali a causa della distruzione degli ecosistemi

Che il Coronavirus venga dagli animali, e che il salto di specie sia legato ai mutamenti di clima e ambiente causati dall’azione dell’uomo, è confermato da un report del Wwf pubblicato nei giorni scorsi dal titolo «Pandemie, l’effetto boomerang della distruzione degli ecosistemi», a cura di Isabella Pratesi, Marco Galaverni e Marco Antonelli, con la consulenza scientifica di Gianfranco Bologna e Roberto Danovaro. Secondo lo studio del Wwf, tutte le principali epidemie degli ultimi anni — Ebola, Sars, Mers, influenza aviaria o suina e perfino l’Hiv che causa l’Aids — sono di origine animale. Gli autori del report sottolineano il ruolo giocato dalla distruzione delle foreste, che sono sempre state custodi di una vastissima biodiversità. Proprio la presenza contemporanea di tante specie animali differenti provocava il cosiddetto “effetto diluizione”: una parte delle specie, non ricettive, indebolivano l’espansione del virus. È in questo quadro di devastazioni ambientali, nel quale gioco un ruolo chiave la deforestazione, che va collocato il possibile teatro del passaggio di specie, il mercato cinese di animali selvatici di Wuhan. Infatti dopo l'esplosione dell'epidemia il governo cinese ha vietato il commercio di animali selvatici per uso alimentare; ma come sottolineato dal biologo Jared Diamond e dal virologo Nathan Wolfe, non ha vietato il commercio di animali vivi per la medicina cinese: proprio le scaglie dei pangolini cinesi sono utilizzate per combattere la febbre - ironia della sorte - oltre a infezioni dermatologiche e malattie veneree. Anche il professor Moreno Di Marco del Dipartimento di Biologia e biotecnologie Charles Darwin della Sapienza ha pubblicato recentemente sulla rivista PNAS uno studio che conferma che le pandemie - oltre a quelle già citate anche Zika e H1N1 - sono state trasmesse dagli animali, soprattutto selvatici. Di Marco ha sottolineato che i recenti focolai di malattie infettive, come il Covid-19, sono associati alle alte densità di popolazione umana, ai livelli insostenibili di caccia e di traffico di animali selvatici, alla perdita di habitat naturali, soprattutto foreste, che aumenta il rischio di contatto tra uomo e animali selvatici e all’intensificazione degli allevamenti di bestiame, specie in aree ricche di biodiversità. «L’interazione tra cambiamento ambientale e rischio di pandemie non ha ricevuto sufficiente attenzione. Auspichiamo che tale aspetto diventi una parte integrante e prioritaria dei piani di sviluppo sostenibile affinché sia possibile prevenire, piuttosto che reagire a potenziali conseguenze catastrofiche per l’umanità» ha affermato Di Marco.

Dalla deforestazione al salto di specie dei virus che tendono a diventare pandemici

Come riportato da Avvenire, già quattro anni fa l’Unep (United Nations Environment Programme) nel rapporto “Frontiers 2016” ha messo in evidenza che le malattie trasmesse dagli animali all’uomo, le cosiddette zoonosi, «sono in aumento, mentre le attività antropiche continuano a innescare distruzioni inedite degli habitat selvatici (...) e minacciano lo sviluppo economico, il benessere animale e umano e l’integrità degli ecosistemi». «Quando vediamo arrivare storni e gabbiani nelle nostre città, non ci sorprendiamo forse poi più di tanto, ma bisogna considerare che questi animali portano con loro un corredo di microrganismi che andrebbe conosciuto. E la loro migrazione è dovuta esattamente alle stesse cause: crescita delle aree metropolitane, disboscamenti selvaggi, deserti agricoli, caccia» ha scritto su La Stampa il climatologo Mario Tozzi. Che ha così indicato i passaggi che caratterizzano tutte le zoonosi: «1) deforestazione, 2) perdita o sterminio di predatori e crescita senza limiti delle specie-serbatoio, 3) prelievo e traffico illegale di queste specie, 4) mercati animali e nuovi spazi per i virus (gli slums metropolitani), 5) salto di specie. In questo contesto le malattie-pandemie sono solo destinate a crescere». Come se non bastasse, uno studio italiano e uno cinese indicano che le polveri sottili aiutano la diffusione dei virus: questo spiegherebbe la veloce diffusione del Coronavirus in un’area inquinata come la Pianura padana. In particolare, uno studio della Società italiana di medicina ambientale (Sima), condotto insieme alle università di Bari e di Bologna, ha individuato una relazione tra i superamenti dei limiti di legge delle concentrazioni di PM10 registrati nel periodo tra il 10 e il 29 febbraio e il numero di casi infetti da COVID-19. «Le alte concentrazioni di polveri registrate nel mese di febbraio in Pianura padana hanno prodotto un’accelerazione alla diffusione del Covid-19. L’effetto è più evidente in quelle province dove ci sono stati i primi focolai» ha affermato Leonardo Setti dell’Università di Bologna. Già nel 2010 si era verificato che l’influenza aviaria poteva essere veicolata per lunghe distanze da tempeste asiatiche di polveri che trasportavano il virus. I ricercatori hanno dimostrato che c’è una correlazione di tipo esponenziale tra le quantità di casi di infezione e le concentrazioni di polveri sottili.

Non deve tornare tutto come prima, altrimenti sarà stato tutto inutile: Greta, batti un colpo!

In un profetico discorso del 2015 ai Ted Talks, il cui video è stato molto visto nelle ultime settimane, Bill Gates aveva avvertito: il prossimo grande rischio per l’umanità non viene dalle armi nucleari, ma da una possibile pandemia da Coronavirus. Per questo proponeva di predisporre un sistema sanitario globale in grado di affrontare in modo efficace la minaccia. Purtroppo Magic Bill non è stato ascoltato. Anche lo scrittore americano David Quammen, l’autore di “Spillover – L’evoluzione delle pandemie”, ha provato a metterci in guardia: invano. «È stato frustrante. Tutti i segnali allarmanti della SARS - e ritorniamo in Cina nel 2003 - e tutti gli altri non sono stati ascoltati. Le epidemie potrebbero essere di più, visto il danno che facciamo all'ambiente. Dobbiamo imparare da questa epidemia, perché fra qualche anno ce ne sarà un'altra» ha detto Quammen a Che tempo che fa. Ecco perché sperare che tutto torni al più presto esattamente come prima è un errore. Tutti speriamo di uscirne il prima possibile, ma qualcosa deve cambiare, altrimenti migliaia di persone saranno morte invano. La produzione sostenibile, di cui a Economy ci siamo spesso occupati e ci torneremo a occupare, anche con le nostre conferenze sull'economia circolare bloccate proprio dal Coronavirus, dovrà diventare la norma non solo a parole ma anche nei fatti, con un grande sforzo necessariamente globale. La parola torna al climatologo Mario Tozzi: «Ma se la situazione è questa, ecco che abbiamo anche la soluzione: basterebbe comprendere che il vero antivirus che abbiamo a disposizione è proprio la conservazione della natura, e in particolare delle foreste tropicali, specialmente quelle del Sud-Est Asiatico. Non è solo l’aspetto ecologico a spingerci verso una gigantesca riconversione ambientale delle attività produttive che comporti zero consumo di suolo e limitato consumo di risorse, oggi è soprattutto la salvaguardia della salute umana e dei viventi». Gli fa eco il Wwf, sollevando anche il tema del climate change: «sarebbe criminale non mettersi già oggi al lavoro per fermare il surriscaldamento globale: con un pianeta più caldo potrebbero presentarsi malattie anche peggiori del Coronavirus». Greta, se ci sei batti un colpo!

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Economy

Caratteri rimanenti: 400