Spread a 330, cosa insegnano queste prove tecniche di attacco all'Italia

Il mercato si aspetta che i parametri della finanza pubblica italiana non resistano alla crisi e non riesco a sostenere la ripresa. E conta sul fatto che la Bce della Lagarde perserveri nel non contrastare lo spread. La speranza è che al contrario la Francia faccia finalmente blocco con l'Italia e la Spagna contro i falchi tedeschi e si risponda alla crisi autorizzando il debito e proteggendo i debitori dallo spread. Altrimenti, c'è il rischio Trojka.

Sergio Luciano
Il Bund perde terreno rispetto al Btp che dà segni di vitalità

Prove tecniche di attacco speculativo all’Italia: è il senso – semplice e  addirittura ovvio – della fiammata che questa mattina lo spread tra Btp e Bund ha avuto fino a quota 330. L’ultima volta che lo spread tra i Btp e i Bund tedeschi aveva superato quota 300 era stato nell’ottobre del 2018, quando Claudio Borghi e Alberto Bagnai, cosiddette “menti economiche” della Lega di Salvini, avevano criticato la Commissione Europea che contestava al governo Conte 1 la richiesta di prevedere il deficit del 2019 a quota 2,4% “Se vogliono aprire la procedura d’infrazione, che la aprano!”, dicevano i due prodi. E lo spread, giù botte.
 
Il dramma è che lo spread, dal suo punto di vista, ha sempre ragione. Intanto che la macchina organizzativa, sanitaria e civica del Paese, nonostante i molti scompensi, sta reagendo validamente all’offensiva del virus, l’economia è ferma. Ferma. A la filiera alimentare e i consumi telefonici, il resto è praticamente a zero. Turismo e locali pubblici, zero. Automobili e moto, quasi zero. Arredamento, fermo. Abbigliamento, quasi fermo. Esportazioni quasi ferme.
Se fosse un blocco breve, nessun dramma. Se fosse ragionevole pensare che davvero il 3 aprile – scadenza ad oggi fissata per il regime di distanziamento sociale giustamente deciso dal governo – sarà il limite ultimo del coprifuoco, ci si potrebbe anche concedere qualche giorno di relativo rilassamento, salvo naturalmente i tanti eroi per caso (ma non per questo meno eroi, se non s’imboscano) che lavorano sulle prime linee della sanità. Ma così non è: andremo avanti almeno fino a tutto aprile, ma più verosimilmente anche fino a fine maggio, per consumare anche  anche noi, come i cinesi, il trimestre di emergenza che il virus reclama come sacrificio umano…
E dunque ce n’è abbastanza – in tre mesi! - per veder fallire il 10% delle imprese, come ha pronosticato la Cerved. Perdere il 5% del Pil, come accadde nel 2012. E soprattutto: veder cadere la sovranità nazionale sotto i diktat della Trojka, com’è accaduto alla Grecia, oppure no?
La domanda è apertissima, e proviamo a capire perché.
1)   Ipotesi 1: il governo stanzia massimo 50 miliardi
I 25 miliardi stanziati finora dal governo, rispetto alla crisi in atto nell’economia italiana, sono acqua fresca. Se l’esecutivo – che non a caso ha promesso di più – si limitasse a tanto,  al massimo a raddoppiare l’impegno, la recessione italiana sarebbe di quelle mortali. Il Pil crollerebbe del 5% e di conseguenza il rapporto tra il deficit e il pil e anche quello tra il debito pubblico e il Pil s’impennerebbero. Vogliamo ipotizzare per il primo un livello del 5% e per il secondo del 140%? Più o meno. E dove arriverebbe lo spread? Dipende anche dal livello che nel frattempo raggiungerà l’economia tedesca, il Paese-guida. Ma visto che la Germania parte da un rapporto debito/pil del 61,9% è ovvio che se anche Frau Merkel spendesse 1000 miliardi contro la crisi, quel rapporto salirebbe semmai all’80%: una bazzecola. Allargandosi la forbice tra i risultati di bilancio pubblico tedeschi e quelli italiani, lo spread schizzerebbe oltre quota 500.
E dunque, come farebbe il Tesoro a piazzare ogni mese i 430-440 miliardi di titoli di Stato che ci serve vendere anche al mercato internazionale per potere alimentare la spesa pubblica, a confronto con questa strapotetene concorrenza? Soltanto aumentando i tassi d’interessi, per rendere più appetibili i Btp, inseguendo così lo spread. Ma pagare più interessi significherebbe fare più deficit, in quel circolo vizioso che nel 2012 condusse la Grecia a chiedere il salvataggio della Trojka – Commissione europea, della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale – che lo concesse imponendo una politica economica devastante, con licenziamenti pubblici a valanga, tagli alle pensioni, privatizzazioni in svendita (quasi tutte finite in mani o tedesche o comunque anglosassoni). Insomma, un Paese in liquidazione che dopo otto anni non si è ancora ripreso.
2)   Ipotesi 2: il governo cambia marcia e spende senza rete
Se il governo trovasse la forza politica di lanciare un programmi di intervento sull’economia realmente forte, dal valore di cassa di quegli almeno 100 miliardi di euro che servono per coprire sia i disastri degli almeno tre mesi di emergenza che ci si profilano sia la lentezza della ripartenza, manderebbe alle stelle il deficit pubblico, avrebbe bisogno di aumentare il debito, i relativi rapporti di bilancio si squilibrierebbero e di nuovo: la legge dello spread ci attaccherebbe al muro.
Il punto, dunque, non è ciò che dice la presidente della Commissione europea Ursula Van Der Layen o tutta la commissione al completo, tra sorrisi di circostanza e costernazione. Potranno anche sospendere gli effetti di legge del Patto di stabilità: significa che i Paesi i quali sforassero i famosi limiti non incorrerebbero nelle misure d’infrazione. Ma soccomberebbero sui mercati di fronte allo spread.
Ed è qui il punto: oggi la Commissione europea gioca la parte del “poliziotto buono”, che tratta bene il prigionieri lasciando che a spaventarlo sia il “poliziotto cattivo”, la Bce, la quale ha detto chiaro e tondo (e le rettifiche successivi sono state solo di apparente buona creanza) di non avere la minima intenzione di mettere mano al bazooka con cui Mario Draghi nell’estate nel 2012 stroncò appunto la speculazione degli spread che stava imperversando sui nostri Btp e sui titoli greci, spagnoli e portoghesi. Draghi disse che la Bce avrebbe difeso euro “whatever it takes”, qualunque cosa ciò avesse comportato. E gli speculatori ripiegarono.
Cosa accadrà oggi?
Anche qui due ipotesi
1)   La prima è che la storia si compia e le lobby internazionali - che puntano dai tempi di Sigonella a spolpare l’Italia e approfittare delle sue debolezze per ricondurla al ruolo di colonia economica che ebbe dal 45 alla fine degli Anni Cinquanta - consumino la loro vittoria. Trojka significa privatizzazioni a prezzi di svendita, addio Eni, addio Enel, addio Leonardo, organici pubblici sfoltiti della metà, welfare bombardato. I reportage dalla Grecia sono lì a ricordarcelo.
2)   La seconda ipotesi è che invece il virus morda talmente forte la Francia da spezzare il cervellotico asse che Macron pretende di conservare con Berlino. Replicando un errore storico cento volte commesso nei secoli, la Francia non accetta di essere lo Stato guida del Sud Europa, aggregando a sé Italia, Spagna, Portogallo e altri minori, ma anela a sedersi alla pari nel mondo con la Germania e la Gran Bretagnba. Quest’ultima ha scelto nuovamente la sua incerta strada autonoma. La Germania, come sempre nella storia, vuol comandare da sola: non più con le armi – almeno per ora – ma con l’economia. Se la Francia, come peraltro sembra star accadendo, dovrà anch’essa metter mano pesantemente alla tasca per contrastare la recessione da virus, potrà forse fare per una volta fronte comune con l’Italia e indurre la Bce a comportamenti in stile Draghi e la Commissione a non fare solo chiacchiere ma emettere i famosi eurobond, bestia nera degli speculatori perché azzererebbero il gioco dello spread di cui essi si servono.
3)   Un ultimo scenarietto. Circolano in questi giorni ipotesi abbastanza creative su un ipotetico prestito obbligazionario devoluto al contrato del virus. Un “Buono salute”. L’ipotesi è che sia irredimibile: cioè non prevederebbe alcun rimborso del capitale ma solo una cedola annuale immitata, ereditabile di padre in figlio. Emettendo un titoli simile, lo Stato non innalzerebbe il debito, dunque, e prenderebbe soldi. L’ipotesi è che questo Buono andrebbe offerto ai rispamiatori per indurli a trasferire dalle proprie tasce a quelle statali un po’ del loro patrimonio privato, lo stesso cui punta il settore bancario internazionale e che in buona misura già gestisce (si veda la vendita di Pioneer da parte di Unicredit). Ora, diciamo la verità: se l’offerta fosse fatta a titolo irredimibile e a tassi bassi, diciamo entro il 2% lordo, chi la comprerebbe? Certo, non tutti. Se fosse emessa con una componente di obbligatorietà, potrebbe avere effetto: ma andrebbe allora chiamata con un nome diverso, patrimoniale redditizia. Tutto è possibile: l’Eurotassa chiesta da Prodi agli italiani nel 1999 per agganciare (ahinoi) la fase uno dell’euro andò benissimo. Forse anche i Buoni salute potrebbero funzionare. Ma è difficile.
Un’ultima ipotesi. Prendere atto che Gualtieri in Europa rappresenta solo un’eurocrazia grigia e priva di visioni alternative su quanto malfatto a Maastricht; prendere atto che bisogna dare all’Italia un colpo di reni di credibilità internazionale. E varare un governissimo di salute pubblica – doppia salute, fisica ed economica – guidato non più da Conte, che potrebbe adattarsi al ruolo vicariale, ma dall’unico italiano oggi portatore della necessaria credibilità personale: Mario Draghi.
I due Mattei sono già d’accordo su un’ipotesi del genere. Basterebbe che vi aderisse l’ectoplasma del Pd che sostiene inopinatamente l’accrocchio Grillino e sicuramente per l’Italia sarebbe un gran bene. Ma un rimedio d’emergenza del genere in quali circostanze potrebbe nascere? Solo sotto la spinta di qualche evento straordinario ulteriore, probabilmente una vera crisi dello spread. Che stamattina ha iniziato le prove tecniche. Teniamo d’occhio quel valore, è il barometro del nostro futuro economico.
 

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Economy

Caratteri rimanenti: 400

Economy Mag