Centomila balconi che cantano, un modo per dire "L'Italia c'è"

Il coronavirus deve diventare lo spunto con cui noi tutti, le nostre comunità, i nostri gruppi sociali e di lavoro, potranno riprendere coscienza di sé e del proprio valore. Affermandolo nel mondo, contro tutti i luoghi comuni interessati che ci vogliono tenere subalterni.

Domenico Marasco
Centomila balconi che cantano, un modo per dire "L'Italia c'è"

E' ora di fare i complimenti a noi stessi. A noi Italiani, davvero brava gente, generosa, produttiva e solidale.
 
In una sola parola: siamo unici. E per questo diamo fastidio.
Il flash-mob di ieri sera su decine di migliaia di balconi e finestre di tutto il Paese quello significa: che siamo unici, e ci risolleveremo.
 
Stiamo gestendo la situazione emergenziale magistralmente. Da rappresentare un esempio per il mondo intero. Ci sono stati gli indisciplinati di un week-end, la fuga insensata verso Sud. Ma adesso basta, abbiamo capito. Non lo si può dire di tutti.
 
Il punto nostro forte è quello della cura dei nostri malati, e stiamo aumentando i posti in terapia intensiva.
 
Quei posti, che grazie a questo deludentissima comunità chiamato Europa, avevamo dovuto ridurre  del 50%. Il nostro straordinario personale sanitario ha dimostrato di essere una delle tante eccellenze al mondo. Ha semplicemente del miracoloso. Qui sta la prova che Dio abita a casa nostra. Siamo leader soprattutto nella gestione della comunicazione di questo incredibile e inedito fenomeno.
 
Ogni sera alle 18.00 diamo i dati puntualmente dei nostri contagiati, deceduti e ricoverati.
Nessuno al mondo è cosi trasparente come noi. Non siamo più i furbi del pianeta ma i più seri.
Con questa storia, la narrazione internazionale degli Italiani dovrà per forza cambiare.
 
Poi, guarda un pò, abbiamo scoperto di sapere essere, o diventare, anche disciplinati. Più nessuno in giro e tutti zitti e a casa a dare una mano alle istituzioni che ce lo hanno chiesto.
 
Siamo leader. Siamo Italiani ed è arrivato il momento di tornare ad esserne fieri. La classe dirigente politica, che pure abbiamo eletto noi, non ci merita, e non ci riflette, è uno specchio deformante. Ne prenda atto, cambi e si faccia valere una volta per tutti. In casa e in Europa, un ufficio buio pieno di burocrati che in questo momento hanno l’ultima occasione per battere un colpo, per esistere. Rivendichiamola. Andiamo oltre la crisi, utilizziamola come prova lampante che la coesione non si crea sull’avidità e l’indifferenza.
 
E' ora di ridiscutere tutti i trattati che ci ha imposto la Germania che ora si chiama Europa.
 
E' ora, anche, se serve, di alzare la voce.
 

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