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La fattura elettronica?
È solo l’antipasto

Non stupiamoci se il Digital economy and society index ci vede negli ultimi cinque posti in Europa: il 40% delle imprese non ha neppure un proprio sito internet. Ma l’e-invoice ci salverà

Marco Scotti
La fattura elettronica?È solo l’antipasto

L'esordio è quello classico delle barzellette: ci sono un bulgaro, un romeno, un greco, un portoghese e un italiano. Solo che non c’è niente da ridere, perché questi cinque cittadini, epitome dei loro popoli di appartenenza, sono dietro la lavagna con un bel cappello da asino. Il motivo? Occupano gli ultimi cinque posti (su 28) nella classifica dei Paesi più digitalizzati in Europa secondo l’indice Desi, Digital economy and society index. Ai primi quattro posti i nordici, con la Finlandia che riveste il ruolo di capofila. I parametri su cui si basa la classifica sono la connettività, le competenze digitali, l’utilizzo di internet da parte dei cittadini, l’impiego dell’e-commerce come strumento di vendita per le aziende e i servizi pubblici digitali. 

Gli ultimi due dati sono quelli più allarmanti per il nostro Paese. Nonostante gli acquisti online crescano a ritmo sostenuto (+15% nel 2019), solo il 10% delle imprese nostrane vende online. Una cifra bassissima che dovrebbe far suonare svariati campanelli d’allarme. Perché il commercio elettronico in Europa vale oltre 500 miliardi di euro e perché se si vuole incrementare il proprio business serve per forza passare da qui. Non basta: il 40% delle imprese non ha un sito internet. Nel 2020. Per quanto riguarda invece la mancata digitalizzazione della pubblica amministrazione, i costi delle inefficienze sono stati stimati da Confindustria Digitale - che sarà sicuramente di parte, ma certo non può restituire un’immagine distorta –in 30 miliardi di euro all’anno (ovvero il 2% del pil). Se si attuasse la trasformazione digitale della pubblica amministrazione – fonte Politecnico di Milano – si otterrebbero benefici per 25 miliardi all’anno. Insomma, calcolatrice alla mano, una grande opera di “bonifica” degli archivi della Pubblica amministrazione garantirebbe risultati davvero fantastici. Milena Gabanelli e Rita Querzè, in una lunga analisi sul Corriere della Sera di qualche settimana fa, hanno messo il proverbiale dito nella piaga. Ad esempio facendo notare come l’anagrafe nazionale della popolazione residente (Anpr) sia stata istituita nel 2005 dal Ministero dell’Interno da Sogei. Doveva essere ultimata entro il 31 dicembre 2014 per garantire la presenza di tutti e 8.000 i comuni italiani. Ebbene: alla data stabilita i paesi presenti erano… zero. Si dirà: un piccolo ritardo può esserci. Ma nel 2016 ce n’era uno solo e nel 2017 eravamo arrivati alla mirabolante cifra di 34, lo 0,4% del totale. Oggi siamo a 5.311, mentre ne mancano all’appello ancora 2.689. L’investimento fin qui profuso è di 37 milioni di euro. Tanti? Pochi? Sicuramente spesi male, a giudicare dai risultati. L’anagrafe unica è solo una delle moltissime possibilità che una digitalizzazione ragionata permetterebbe di offrire: sanità, ricerche di lavoro e via dicendo. Anche perché l’Europa ci ha destinato 619 milioni solo per la digitalizzazione della pubblica amministrazione.

A sinistra
Federico Leproux
(Teamsystem) e Alfieri Voltan
(fondatore di Siav)



Secondo il politecnico di milano la trasformazione digitale della PA porterebbe benefici per 25 miliardi di euro all’anno

Eppure, l’Italia è stata promotrice di un grande progetto di ammodernamento del rapporto tra Stato e cittadini – la fatturazione elettronica – che ha permesso di rendere più trasparente il rapporto con il fisco. Ad esempio, è grazie all’e-invoice se a novembre l’Agenzia delle Entrate ha spedito 55mila lettere ai contribuenti che non hanno regolarizzato nei tempi stabiliti la propria posizione Iva. Tra i player privati che hanno giocato un ruolo particolarmente significativo in questa fase di transizione, c’è sicuramente Teamsystem, azienda guidata da Federico Leproux che dovrebbe chiudere il bilancio 2019 - la conferma nei prossimi mesi - con un incremento dei ricavi nell’ordine del 15% rispetto all’anno precedente (356,1 milioni), cifra che permetterebbe all’azienda con sede a Pesaro di sfondare quota 400. La parte più importante, dal punto di vista quantitativo, del business dell’impresa viene fatto dalle fatture elettroniche, che hanno rappresentato una pietra angolare per la digital transformation delle aziende. «Abbiamo accompagnato la trasformazione e la nascita dell’economia digitale – ci spiega l’amministratore delegato – attraversando le diverse fasi. Soprattutto da tre anni a questa parte, quando il cambiamento si è fatto più pervasivo. Ci piace definirci degli abilitatori di competitività per i nostri clienti. Se guardiamo solo alla fatturazione elettronica, questa ha avuto un ruolo propulsivo straordinario, perché ha spinto verso il basso l’ondata di digitalizzazione a partire dalle piccolissime partite Iva». 

Teamsystem è di gran lunga il più importante attore nel mondo dell’e-invoice. Ha 1,5 milioni di clienti che siedono sulla sua piattaforma, scambia ogni mese 30 milioni di fatture, per un controvalore intorno ai 25 miliardi di euro. Ed è pronta a rendersi – come amano ripetere in azienda – “paladina del Made in Italy digitale”. Come? «Da un lato attraverso la creazione di una “costola” della nostra azienda, Teamsystem Digital Finance, che permetta l’integrazione tra tesorerie. E poi la possibilità di effettuare fatture a sconto, una grande opportunità che darebbe vigore a un intero sistema. Il modello è già operativo, ma ci serve l’autorizzazione della Banca d’Italia. Non siamo diretti fornitori della Pubblica Amministrazione, ma siamo un interlocutore per l’intero mondo dei pagamenti. Dall’altra parte siamo sempre alla ricerca di nuove opportunità per ingrandirci. Negli ultimi quattro anni abbiamo effettuato 25 acquisizioni per accelerare lo sviluppo interno. A volte acquistiamo startup verticali che hanno dei prodotti particolarmente innovativi, altre volte ci interessano gli imprenditori che stanno dietro le imprese che rileviamo. Un esempio concreto è aver rilevato il 51% di Mondora nell’ottobre del 2016 perché aveva le tecnologie che cercavamo nel settore cloud». 

Nel futuro di Teamsystem c’è il desiderio di offrire soluzioni di digitalizzazione dei processi produttivi in ottica Industria 4.0. Per questo motivo, a fine ottobre è stato perfezionato l’acquisto del 51% della start-up TechMass, che ha messo a punto una soluzione – sempre in cloud – ideale per gli stabilimenti manifatturieri del futuro.

In Italia i più importanti player nell’ambito della fatturazione elettronica sono la pesarese Teamsystem e la veneta Siav

Un altro player importante nel grande comparto della dematerializzazione è la veneta Siav, azienda familiare con 250 dipendenti e filiali anche in Svizzera e Romania. Recentemente si è aggiudicata con Consip una gara sulla sanità con l’attribuzione dei lotti 4 e 5. Una vittoria che ha permesso all’impresa fondata dalla famiglia Voltan di entrare in moltissime realtà del comparto in Lombardia, dove detiene circa il 60% del mercato. Un risultato che ha convinto Siav a dedicare una intera business unit al comparto sanitario. L’approccio adottato è diverso da quello tradizionale: «Non più un prodotto che gestisce un protocollo singolo – ci spiega Leonardo Bernardi, general manager di Siav – ma accompagnamo il cliente in un processo costante di dematerializzazione. Ci stiamo muovendo anche sulla digitalizzazione dei processi sanitari, non solo per quanto concerne la parte amministrativa. Ma si tratta di un autentico “campo minato”. Basti pensare al tema enorme e assai complicato del consenso informato». 

Tra i clienti di Siav figurano anche Bankitalia, Ice, Istat, Consob, Garante della Privacy e Cassa Depositi e Prestiti. Proprio quest’ultima è diventato il primo cliente che riceverà la soluzione sul cloud e non più on premise (ovvero fisicamente nei server della Cassa). Una modalità di erogazione del servizio che consente un notevole risparmio per il cliente dal punto di vista dell’hardware. Dal canto suo, Siav è già pronta a introdurre nuovi servizi di monitoraggio. «È un cambio di paradigma» conclude Bernardi. Insomma, gli strumenti e i protagonisti ci sono. Manca solo quello che gli anglosassoni chiamano “l’ultimo miglio”. Che cosa aspetti, Italia?

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