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Il business etico?
È una questione di genere

Marcella Cannariato, founder di A&C Broker, ha un team (quasi) completamente femminile. E in sinergia con la Global Thinking Foundation ha avviato un percorso di educazione finanziaria rivolto alla donne siciliane

Marina Marinetti
Il business etico? È una questione di genere

«Le donne devono autodeterminarsi e sapere quello che valgono». Parola di Marcella Cannariato, imprenditrice palermitana e amministratore unico di A&C Broker, azienda di punta nel campo del brokeraggio assicurativo nazionale, nonché responsabile regionale della Fondazione Marisa Bellisario. Guai a parlarle di “valore aggiunto” delle donne: «Siamo un valore in assoluto», afferma decisa. Tanto decisa che, puntanto proprio sulle donne, nel 2007 ha messo in piedi il primo “broker etico” in Italia. Etico, perché attraversi progetti di Corporate social responsability contribuisce attivamente allo sviluppo, al sostegno e alla valorizzazione del territorio e di chi ha “meno di meno”. 

A partire dalle donne: quelle della Sicilia, innanzitutto, perché, come spesso ripete, «l’Italia è fratta». Così, il lavoro diventa ascensore sociale per le «troppe donne a casa». Lei, intanto, nella sua azienda, ne impiega 26. 

E i maschietti?

Su 31 persone sono solo cinque, ma bastano e avanzano.

Cosa fanno?

I periti. Devono essere uomini se devono correre anche di notte. Io preservo le mie signore, utili e preziose a prescindere. C’è comunque una donna alla contabilità e solo donne all’assicurativo, a gestire flotte enormi, a lavorare sulle multe, ad analizzare i dati trovando il miglior rapporto costo/beneficio per i clienti, a verificare i rischi adeguando le coperture. Le mie signore sono mamme giovani, hanno figli piccoli.

Non avranno molto tempo per lavorare, allora.

Ma noi applichiamo lo smart working, l’orario è flessibile, il venerdì pomeriggio siamo chiusi. Dare il tempo per conciliare la vita familiare con quella lavorativa è fondamentale per attrarre talenti. I millennials...

Le millennials.

...Devono trovarsi bene e per restare devono avere benefit. Non è solo questione di denaro: devono anche potersi rilassare. Per questo abbiamo arredato la mensa come una grande cucina di casa e abbiamo attrezzato il nostro enorme terrazzo con piante e roseti. Ogni ora fanno dieci minuti di pausa, devono stare bene. 

E devono poter lavorare.

Attualmente ci sono troppe donne a casa, troppe culle vuole e troppi giovani che partono con la valigia di cartone. Qui al Sud abbiamo interi paesi che si stanno svuotando: sono temi uno conseguente all’altro. Se le donne lavorano, fanno anche figli perché hanno la disponbilità economica per farli. Se le donne lavorano, non ci sono bambini poveri. Eppure le carriere  vengono spezzate anche dalla maternità. Ma noi donne che ce l’abbiamo fatta dobbiamo mandare giù l’ascensore per far salire tutte le altre: Lella Golfo ce lo dice sempre. 

E qui arriva il business etico.

Con la mia azienda supporto la Fondazione Belisario. Quest’anno, per esempio, impieghiamo una parte dei nostri utili per creare una scuola di formazione gratuita, Women for Society, realizzato in sinergia con la Global Thinking Foundation, rivolto alle donne siciliane con sei moduli di educazione economico-finanziaria su come accendere un mutuo, fare un business plan, trattare i tassi di interesse, gestire la contabilità, gestire il flusso finanziario. Comincerà il 26 febbraio a Palermo. 

Perché puntare proprio sull’educazione finanziaria?

Lei lo sa che il 60% delle siciliane, e il 40% nel meridione, fanno gestire i propri soldi dal cosiddetto “tesoriere di famiglia”, il marito? Anche se lavorano, anche nelle classe agiate. È assurdo.

Per ogni 100 donne che lavorano si creano almeno altri 15 nuovi posti di lavoro


L’indipendenza economica è solo di facciata.

E pensi che rispetto agli uomini siamo noi donne quelle che si laureano di più, le più specializzate. Poi però non troviamo un riscontro lavorativo, anche se bisogna dire che andiamo meglio nei cda delle maggiori aziende italiane: ormai siamo al 37-38% di presenze femminili (ma ci batte la Francia col 44%). Lo dobbiamo alla legge Golfo Mosca. Eppure, per ogni 100 donne che lavoro si creano almeno 15 posti lavoro nuovi: sono quelli nei servizi, nell’educazione, nell’healt care...

Poi ci sono quelle come lei, le più intraprendenti, che il lavoro, dove non c’era, se lo sono creato da sole. Com’è andata?

Ero un  agente assicurativo: a Ferrara gestivo un’agenzia per conto di un’importante compagnia che oggi non c’è più. Poi, 22 anni fa, conobbi mio marito a una cena di un’amica di Palermo.

Un colpo di fulmine.

Decisi di trasferirmi a Palermo. Carcai di imparare a fare la casalinga.

Par di capire che il tentativo fallì...

Mio marito mi spinse a riprendere in mano la mia vita lavorativa. Ma io non volevo pià fare l’agente, non volevo avere padroni in casa, essere obbligata a fare determinati budget: così decisi di diventare broker. 

Qual è la differenza?

Gli agenti propongono polizze delle compagnie mandanti mentre i broker, senza vincolo di mandato, propongono alle compagnie di assicurazione affari. Io ho imparato da Giampiero Mosca, il numero uno di Aon Benfield. Abbiamo lo stesso carattere e litighiamo un giorno sì e l’altro pure, ma lavoriamo insieme da vent’anni. E su 2.000 società di brokeraggio che ci sono in Italia, l’azienda da me gestita è tra le prime 400: più siamo più facciamo comprendere l’importanza del nostro lavoro.

Specie in un paese tradizionalmente sottoassicurato come è l’Italia.

Esattamente. Prendiamo per esempio il rischio grandine: un’azienda che gestisce una flotta dovrebbe prevenire e stanziare riserve finanziarie nel caso in cui si verifichi l’evento. Se invece la stessa azienda si assicura, corre meno rischi, ha più liquidità, e nel caso in cui si verifichi l’evento, la compagnia la manleva dai danni. 

Un esempio tutt’altro che casuale: lei gestisce tutta la flotta di Sicily By Car...

Sono più di 20mila veicoli. 

Per chi si fosse sintonizzato soltanto ora: Tommaso Dragotto, il fondatore di Sicily By Car, è quel famoso “colpo di fulmine” che da Ferrara l’ha riportata nella sua Palermo.

Ah, ma non mi ha affidato subito la sua flotta, anzi. Prima ha voluto vedere come lavoravo e ha atteso che la mia A&C Broker raggiungesse una dimensione critica in grado di supportarlo nella sua attività.

A proposito: ma quella A per cosa sta?

Angelini, il mio socio iniziale. Dopo due mesi ho rilevato le sue quote. E mi sono tenuta anche il nome.

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