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«Ha cominciato Obama,
ora bisogna attrezzarsi»

La Brexit è solo l’ultimo tassello di un processo di regionalizzazione avviato dagli Usa nel 2007, che ha portato a barriere tariffarie. Così, secondo Roberto Corciulo, a capo di IC&Partners, le aziende devono riposizionarsi

Riccardo Venturi
«Ha cominciato Obama, ora bisogna attrezzarsi»
Roberto Corciulo
(partner e presidente di IC&Partners)

Il nefasto impatto della Brexit sull’export italiano, il nuovo assetto globale sempre più regionale che impone di andare a produrre in loco, a causa delle barriere che ostacolano le esportazioni negli Stati Uniti come in Russia e un po’ in tutto il mondo. Roberto Corciulo, partner e presidente di IC&Partners, società di consulenza per l’internazionalizzazione che opera da anni accanto alle imprese supportandone il processo di ingresso o di sviluppo sui mercati esteri, conosce a fondo i mercati globali. In questa intervista parte dalla Brexit per raccontarci il nuovo assetto globale che, sorpresa, per quanto riguarda gli Usa, non nasce con Trump ma con… Obama.


Corciulo, quali le conseguenze della Brexit per il nostro export?

Una botta non indifferente. Dare numeri precisi è difficile, ma secondo le stime potrebbe esserci un calo del 25-30% delle nostre esportazioni nel Regno Unito, quarto partner commerciale italiano dopo Germania, Francia e Stati Uniti, per un effetto domino provocato da diversi fattori. Nei primi 9 mesi del 2019, ultimo dato a ora disponibile, il nostro export in UK è stato pari a 18,5 miliardi: proiettato sui 12 mesi fa 24,7 miliardi, contro i 23,5 del 2018. Gli alimentari pesano 2,06 miliardi, il vino 1,67, l’abbigliamento 1,6, la pelle 1,1, i prodotti chimici 1,3, i farmaceutici 1,2, i prodotti elettrici 1,1. Quindi il calo potrebbe superare i 6 miliardi di euro. 

Chi sarà colpito?

Tutte le aziende la cui produzione è innestata su catene di valore che hanno come terminale il Regno Unito, a causa del calo dell’export, si troveranno ad avere una diminuzione dei volumi e quindi dei posti di lavoro. Sei miliardi di export non li sostituisci dalla mattina alla sera, con le crisi e la confusione che ci sono nel mondo le aziende dovranno cercare di riallocare i volumi perduti in Europa, e non è così facile. Una sofferenza non solo italiana: il Regno Unito ha un’economia basata sui servizi, importa molti beni ed è ben integrato nell’Europa, quindi un po’ tutta la catena produttiva del vecchio continente andrà a soffrire di questo passaggio. Si stima che il calo dell’export farà saltare complessivamente 6-700mila posti di lavoro, a subire le conseguenze più pesanti dovrebbero essere Germania e Malta, dove si trovano molti servizi di backoffice finanziario.

Il settore che sarà più penalizzato dalla brexit, anche in termini di logistica, è l’agroalimentare che da solo vale 2,06 miliardi

In Italia quale settore sarà più penalizzato? 

L’agroalimentare. Lo si è già visto negli ultimi due anni, a causa delle aspettative legate alla Brexit. Lo scorso anno, in particolare, a causa dell’ipotesi di una hard Brexit gli inglesi hanno fatto magazzino, poi non hanno più comprato per i mesi successivi, sballando completamente il mercato. In caso di una hard Brexit i prezzi sarebbero aumentati a causa dei dazi. La facessero davvero, l’uscita dall’Ue senza un accordo con Bruxelles, ci sarebbero alla dogana i camion che arrivano dall’Europa senza il formato per poter fare l’importazione; un aspetto operativo difficile da gestire, si creerebbero file di tir per settimane, i loro magazzini rimarrebbero vuoti.

Quali fattori concorrono alla stima di un calo del 25% di export anche in caso di Brexit non hard?

Il Regno Unito importa beni sia dall’Unione europea che da paesi extracomunitari; su quelli dell’Unione europea a oggi non ci sono dazi né vincoli particolari alle dogane, c’è la libera circolazione dei beni così come delle persone; sui prodotti extracomunitari invece ci sono dazi. Compiuta la Brexit, quei dazi saranno automaticamente applicati a tutti i paesi europei, Italia inclusa. Sui prodotti agroalimentari parliamo di un dazio medio di circa il 10%. La gestione dell’Iva non sarà più intraeuropea, si dovrà fare l’esportazione, saranno richiesti documenti diversi da quelli attuali. L’insieme dei diversi elementi provocherà un rincaro dei prodotti europei nel Regno Unito, inclusi quelli italiani, e questo porta alla stima di un crollo dell’export del 25-30%: un dato approssimativo ma non distantissimo dalla realtà. Molto dipende da come verranno fatti gli accordi definitivi sulla partita doganale, che per l’Italia è quella più delicata perché direttamente connessa all’export di beni. Bruxelles vuole un accordo con un’area di libero scambio, ma a Londra non va bene per via della questione irrisolta dell’Irlanda del nord, mentre l’altra spina è la Scozia, che preme per l’indipendenza.

La Brexit non è certo la sola crisi di uno scenario internazionale in fibrillazione. Quali le direzioni che impattano sulla capacità delle aziende di esportare?

Quello a cui assistiamo da almeno 7-8 anni è un processo di regionalizzazione molto veloce, che sta portando a una diminuzione del commercio globale. Checché se ne dica, Trump non ha inventato nulla, lavora sulla traccia di quel che Obama aveva già impostato, la politica di reshoring, con l’obiettivo riportare le aziende americane a produrre in patria. Tra il 2007 e il 2017 gli Stati Uniti hanno emanato più di mille barriere tariffarie e non tariffarie, che vanno in una sola direzione: per entrare sul mercato Usa sei costretto ad andare a produrre lì. Dopo la recente introduzione dei dazi Usa sui prodotti italiani, tra l’altro, diverse aziende americane stanno spingendo aziende fornitrici Italiane a fare produzione in America per fare Italian sounding. Da tempo ci muoviamo in questo contesto, che è partito da un po’ di anni ed è stato esacerbato mediaticamente da Trump. Per fare un altro esempio, l’Arabia Saudita ha lanciato il progetto Vision 2030, ha venduto il 5% di Saudi Aramco, compagnia nazionale di idrocarburi, per 2mila miliardi di dollari, serviti a creare il più grande fondo sovrano al mondo per andare a investire in attività produttive: l’obiettivo è di ribaltare i pesi di partenza, 20% di produzione e 80% di importazione. Allo stesso modo si parla di Made in India, Made in China, America first… Sta cambiando il modello globale, come di mostra anche il caso russo.

In tutto il mondo stiamo assistendo a un processo di regionalizzazione molto veloce

Che succede nella Russia di Putin?

Le sanzioni e il crollo del prezzo del petrolio degli scorsi anni hanno provocato una spinta autarchica sotto il cappello dell’“import substitution”. Nel 2014-2015 sono stati introdotti una serie di provvedimenti normativi che limitano o impediscono l’acquisto da parte della PA russa di prodotti stranieri, oltre all’attuazione di una nuova politica economica con l’avvio di attività produttiva direttamente in Russia, attraendo investitori stranieri in settori di importanza strategica e di base: meccanica e settori ad alto contenuto tecnologico (iniziativa tecnologica nazionale), settore agroalimentare, oil&gas in particolare legato alla fornitura di attrezzature, infrastrutture, sanitario. Parallelamente è stata spinta in maniera importante la semplificazione delle normative interne per attrarre gli investimenti. Si è avviato un processo di riforme per tutelare gli investitori stranieri e superare le opacità tipiche dell’economia russa. Questi provvedimenti uniti ad una velocizzazione delle pratiche burocratiche per l’avvio di un’impresa hanno portato il paese al trentunesimo posto al mondo per la «facilità» di fare business elaborato dalla Banca Mondiale – l’Italia è al cinquantunesimo. A Mosca abbiamo un ufficio dal 2003. Prima avevamo 35 persone, oggi 80. È cambiato il modello di business, oggi vanno prevalentemente per produrre, assemblare, insediarsi produttivamente secondo la logica dell’Import substitution.

Cosa possiamo dire dell’Iran dopo la crisi con gli Usa?

Siamo il primo partner commerciale europeo dell’Iran. Per noi era un’economia importante, dopo l’accordo nucleare del 2016 c’è stata una corsa delle aziende Italiane a riprendere il loro posto. L’Iran ha una storia industriale importante, con la presenza di gruppi italiani quali Fiat, Danieli, Eni; adesso è tutto bloccato, già dall’uscita degli Usa dall’accordo nucleare; il meccanismo messo in piedi dall’Ue sui pagamenti non è ancora entrato a regime; l’uscita unilaterale dell’Iran dall’accordo nucleare blocca ulteriormente. Le nostre aziende dovranno decidere se andare a produrre là, rischiando di essere penalizzate dagli Stati Uniti.

Quindi siamo entrati nell’era della produzione in loco.

Per evitare di subire cambi repentini da un tweet o da una bomba le grandi aziende, ma soprattutto le medie, dovranno decidere, facendo tutti i ragionamenti geopolitici del caso, se andare a posizionare la produzione o l’assemblaggio in uno specifico mercato; tante medie aziende lo stanno facendo, tante invece no. L’80% dell’ è fatto da circa 13mila aziende, che devono affrontare il nuovo quadro internazionale. Molto dipenderà dalla capacità dell’Europa di agire da Europa: un conto è rappresentare 500 milioni di persone, un altro 50 o poco più, considerato che solo a Pechino e Nanchino ce ne sono 48 milioni… Per McKinsey nel 2030 il 50% dei consumi mondiali sarà tra Cina, India, Malesia, Filippine, Indonesia, Tailandia. Perdiamo un mercato importante come il Regno Unito e dovremo inseguire i mercati asiatici: se lo facciamo divisi…

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