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Così la green economy
stimola la competitivà

Implementare una strategia nazionale per rilanciare il sistema Italia: ecco le linee guida di Federmanager, che con Aiee ha messo nero su bianco la ricetta per passare dall'economia lineare a quella circolare

Marco Scotti
Così la green economystimola la competitivà

Indagare e incentivare il ruolo dell’economia circolare per permettere il rilancio del sistema Italia: è lo scopo dello studio “Transizione verde e sviluppo”, che Federmanager presenterà il prossimo 18 febbraio e di cui Economy anticipa i contenuti. Realizzato insieme ad Aiee (Associazione Italiana Economisti dell’Energia), il rapporto Federmanager sostiene una tesi precisa: mai come ora, è necessario implementare una strategia nazionale e un piano di azioni (coerenti con le strategie europee) che sia in grado di valorizzare le rilevanti potenzialità dell’Italia, promuovendo in modo organico, efficiente e senza appesantimenti burocratici il modello circolare nella produzione, nel consumo e nella gestione dei rifiuti, puntando su innovazione, sviluppo degli investimenti ed occupazione e promuovendo la bioeconomia. Stimolare e sviluppare l’economia circolare italiana sosterrebbe le sfide climatiche, ecologiche e sociali proposte dalla “Green Economy”, accrescendo la competitività delle nostre imprese sui mercati internazionali.

«Stimolare e sviluppare l’economia circolare italiana - ci spiega Stefano Cuzzilla, presidente di Federmanager – non è solo una risposta alla crisi climatica, ma è anche un modo per assicurare la competitività delle nostre imprese sui mercati internazionali. Oggi le conseguenze dell’attività di impresa sull’ambiente circostante sono misurabili in termini sia di rischio sia di opportunità. E le opportunità sono ampie e sono di tipo economico e finanziario, oltre che sociale». 

Sarà necessario affrontare costi di transizione che a fine processo porteranno benefici ambientali, economici, sociali e di risorse

Nel documento viene messo quindi in evidenza il concetto di “Cash from trash”: quello cioè di rendere il rifiuto una risorsa utilizzando strumenti tra cui riciclaggio ed energy recovery (Termovalorizzatori, Pirolizzatori). Di fondamentale importanza il concetto di “nuove tecnologie, nuovi rifiuti”; con il processo di decarbonizzazione in atto, da un lato si ridurrà l’utilizzo di combustibili fossili, incrementando l’uso di energie rinnovabili e di nuove tecnologie (tra cui eolico e solare, ma anche sistemi di stoccaggio, ecc.). Dall’altro aumenteranno i cosiddetti “nuovi rifiuti”, spesso destinati alle discariche; tra questi, scarti provenienti da turbine, moduli fotovoltaici, pompe di calore e batterie. Si dovranno perciò sviluppare sistemi di riuso o di smaltimento innovativi ed efficienti, che siano in grado di rispettare il modello di economia circolare, così da contrarre gli sprechi e limitare gli eventuali impatti ambientali.

L’economia circolare impone un profondo cambio di paradigma, passando da un percorso lineare della produzione (take-make-dispose) a un nuovo modello in cui la fase è ciclica, con costi di transizione che saranno necessari per ristrutturazione, apportando tuttavia rilevanti benefici economici, ambientali, sociali e di risorse. Proprio l’impiego di risorse, in particolare, verrebbe ridotto in maniera significativa, contribuendo a moderare la dipendenza dall’estero, rendendo le catene di approvvigionamento per molti settori industriali meno soggette alla volatilità dei prezzi dei mercati internazionali delle materie prime e diminuendo l’incertezza dovuta a fattori di scarsità e/o geopolitici. Prima ancora che per motivi etici – il surriscaldamento globale, piaccia o meno, è una realtà con cui dovranno confrontarsi soprattutto le generazioni future – la Circular Economy garantisce un risparmio significativo. Quanto? Secondo una valutazione della Ellen McArthur Foundation, la transizione potrà consentire un risparmio netto annuo nel continente fino a 640 miliardi di dollari sul costo di approvvigionamento dei materiali per il sistema manifatturiero, con un taglio del 20% rispetto al costo attuale. Venendo al nostro Paese, l’Italia potrebbe avere enormi benefici da un’adozione massiccia dell’economia circolare: si stima la creazione di oltre 500mila posti di lavoro entro il 2030. A patto, però di riuscire ad abbattere il “muro” di burocrazia che rende laboriosa la transizione. Serve, inoltre, un sistema creditizio affidabile che allenti i cordoni della borsa per finanziare quelle spese nell’ottica dell’economia circolare. 

Si stima che l'adozione dell'economia circolare potrà creare nel nostro paese oltre 500mila nuovi posti di lavoro nei prossimi dieci anni

Ma non tutto ciò che riguarda questo passaggio epocale può essere rubricato come semplicemente “migliore” rispetto al passato. Il tema dei rifiuti, ad esempio, impone una profonda riflessione che si va a legare al tema della decarbonizzazione. Se da un lato, infatti, si ridurrà l’utilizzo di combustibili fossili, dall’altro si registrerà un aumento molto significativo di nuovi rifiuti come componenti di turbine e pannelli solari, o anche batterie. Che fare di questi prodotti? Il loro conferimento in discarica rischia di essere estremamente inquinante, ecco quindi che urgono soluzioni sostenibili nell’ottica dell’economia circolare. D’altronde, se si pensa all’enorme tema delle batterie per le auto elettriche, bisogna essere preparati: quest’anno, secondo Unrae, saranno immatricolate 11mila vetture a zero emissioni, i cui propulsori, però, presentano diversi componenti introvabili in Italia: cobalto, litio, nickel, manganese, zinco. Incrementando il riuso-riciclo di tali materiali ed incentivando la crescita di filiere nazionali si ridurrebbero le importazioni stesse. Venendo all’eolico, se si considera un impianto tipo, sono già molti i componenti che possono essere riciclati. Ma le pale sono costituite da materiali compositi costituiti da polimeri, resine e fibre di vetro e di carbonio. Separare questi materiali e recuperali significa, ad oggi, adottare processi complicati non redditizi. Sebbene processi come la macinazione meccanica o la pirolisi abbiano raggiunto un livello di maturità tecnologica elevato, il conferimento in discarica dei compositi è una pratica ancora molto diffusa, specialmente in Italia. Per questo motivo, tra le raccomandazioni finali, Federmanager e Aiee rinnovano l’invito ai policy maker a valutare attentamente le possibili sinergie tra politica ambientale e politica industriale: «l’Italia, pur dotata di risorse umane, scientifiche e culturali all’altezza della sfida, non ha le risorse naturali necessarie a implementare sul territorio determinate tecnologie verdi, questo anche perché  – dice il rapporto – su alcune filiere si è accumulato un forte ritardo dovuto a una politica industriale inadeguata».


Diventare manager per la sostenibilità 

Un Green Deal da 1.000 miliardi di euro in 10 anni, questo il piano di investimenti presentato dalla Commissione von der Leyen per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile che l’Europa ha all’orizzonte. La sostenibilità è quindi, più che mai, in cima alle priorità previste dalle agende internazionali e le aziende devono essere protagoniste di un processo di ripensamento del business, orientato all’applicazione delle tematiche ESG (Environmental, Social, Governance) e a criteri responsabili di gestione delle risorse e di produzione.

Quale agente di cambiamento all’interno del contesto aziendale, il manager ha pertanto il compito di dotarsi di competenze nuove che rispondano a scenari in continua evoluzione. 

Ecco perché Federmanager ha avviato un apposito percorso di certificazione di “manager per la sostenibilità”, finalizzato a offrire al mercato figure professionali in grado di incidere all’interno delle organizzazioni, attraverso scelte da assumere spesso a stretto contatto con i vertici aziendali.

Il percorso rappresenta un’opportunità unica per approfondire le competenze necessarie oggi ai manager, declinate in: essenziali (come capacità di analisi e di definizione della mission), qualificanti (come capacità di diagnosi e soluzione dei problemi, competenze economiche e tecniche) e specialistiche (come conoscenza di principi e norme della sostenibilità e di temi quali CSR ed economia circolare).

All’esito delle diverse fasi di formazione e valutazione, il professionista che avrà appreso o perfezionato le competenze trasmesse, sarà certificato come “manager per la sostenibilità” e potrà quindi proporsi in veste di decisore qualificato. 

Una risorsa preziosa, in grado di promuovere linee di azione efficaci per inglobare la sostenibilità all’interno di processi d’impresa che seguano le indicazioni dettate dall’economia circolare.


Per saperne di più sul percorso di certificazione “BeManager” promosso da Federmanager, visita il sito http://bemanager.federmanager.it/

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