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L’occasione perduta dall’editoria
del nostro paese di fronte al populismo digitale

Franco Tatò
L’occasione perduta dall’editoria del nostro paese di fronte al populismo digitale

Jeff bezos, fondatore e azionista di maggioranza di Amazon

Franco Tatò

Qualche giorno fa in un bell’articolo sul Foglio, Annalisa Chirico descriveva le sue reazioni nel guardare le prime  pagine dei principali quotidiani  ricavandone un’impressione sconsolata. La conclusione che si poteva trarre era che si parla tanto di crisi dell’editoria quotidiana e dei giornali cartacei, che si fanno elucubrazioni complesse sulle  cause di questa decadenza,  sull’impatto  inarrestabile delle nuove tecnologie, ma si dimentica che probabilmente il motivo principale è il fatto che i quotidiani sono diventati poco interessanti, faziosi, insomma scritti da vecchi per vecchi e quindi incapaci di attirare lettori giovani e nel contempo incapaci di soddisfare quelli vecchi. 

Questa diagnosi impietosa è molto giusta e mi sono divertito ad ampliarne l’orizzonte  guardando le prime pagine di un’intera settimana, per stabilire che le mie conclusioni erano le stesse. Non vorrei entrare nei problemi tecnologici in questo momento, ma solo constatare che l’immagine del paese che i principali organi di informazione ci rappresentano è quella di un luogo frammentato fino alla dissoluzione, impegnato nella difesa di convinzioni inconciliabili tra i vari protagonisti, nel  mondo autoreferenziale della  politica e anche dell’amministrazione pubblica  che ormai agiscono per se stesse e non per i cittadini, che forse cominciano  ora a vedere l’unica soluzione:  occupare  le piazze per protestare senza speranze e senza indirizzi. 

I quotidiani sono diventati poco interessanti, faziosi, insomma scritti da vecchi per altri vecchi

Ovviamente ci sono i grandi titoli di apertura sui due o tre avvenimenti più importanti. Il primo è l’uccisione del  generale  Soleimani da parte dell’ufficialmente conclamato assassino Trump, il quale è riuscito a trasformare in un atto di guerra quella che poteva essere un’uccisione di mafia. Dopodiché, ci si affanna a correre ai ripari e non scoppia un’ufficiale guerra in Medioriente perché in realtà, a dispetto delle roboanti dichiarazioni, nessuno la vuole.

Un altro episodio che colpisce è ovviamente la profonda frattura  apertasi tra Papa Francesco e Joseph Ratzinger, posta a tacere per evidenti ragioni all’ultimo momento, ma trasferita all’interno di tutte le strutture ecclesiastiche e destinata a continuare a lungo. 

 Alle discussioni sul celibato dei sacerdoti siamo abituati da secoli. Ma il nostro tempo è un tempo di scismi e scissioni a tutti i livelli, con tutti i possibili pretesti e anche con serie ragioni come la pedofilia nella Chiesa.  Quello che ne risulta è l’immagine di una società non solo frammentata, ma incapace di trovare un’unità di intenti anche su questioni di vitale importanza per il genere umano.  

Ci si potrebbe aspettare che le edizioni online dei giornali siano migliori, soprattutto perché si rivolgono a un pubblico di giovani. Quello che vediamo invece è una trasposizione online della versione cartacea senza particolari vantaggi se non l’aggiunta di pochi video. Il problema vero è che, soprattutto i giovani, da un lato hanno perso interesse per i giornali di carta stampata, e dall’altro ricavano le notizie dai social con conseguenze devastanti. Le informazioni che girano in rete non sono controllate da nessuno, non ne sappiamo la provenienza, potrebbero essere veri e propri falsi o provenire sfacciatamente da Trump o da qualsiasi altro capo politico. Contrastare questa tendenza aiutando il pubblico ad essere veramente informato è un compito estremamente sfidante, ma la sfida non l’ha  raccolta nessuno, tentando di fare prodotti interessanti, innovativi e vivaci con un uso ottimale delle possibilità infinite che oggi le tecnologie offrono.  

Ma veniamo alle cose serie. Torino è in gramaglie per la chiusura della libreria Paravia il 28 dicembre, dopo 198 anni. È un pezzo della nostra giovinezza che se ne va. Paravia è stato l’editore dei dizionari che abbiamo usato alle scuole medie e al liceo e una libreria frequentata soprattutto da studenti. Un ricordo indelebile anche perché ai miei tempi il direttore della libreria Paravia in via Cernaia era un Dottor Tatò, forse  mio lontano parente...

Naturalmente sono già scoppiati i lamenti e le proteste, e  come d’uso gli appelli al governo per l’intervento, per distruggere le regole di mercato, cioè per soffocare la concorrenza,  in particolare Amazon, ritenuto responsabile  della tragedia. 

È vero che c’è un  problema di sopravvivenza delle librerie, soprattutto per quelle che non si sono rinnovate, che non hanno trovato una formula che attirasse il pubblico. Si possono fare molti esempi: quali sono le librerie che organizzano letture quotidiane di libri attirando un pubblico di giovani e facendoli partecipare a delle discussioni coinvolgenti? Quali librerie organizzano presentazioni delle novità librarie con letture degli autori, in modo più interessante degli stucchevoli convegni con quattro o cinque relatori che non hanno neppure letto il libro? Il tema non è punire l’efficienza di Amazon, ma salvare il libraio consulente e amico che ci conosce e ci indirizza. E gli editori cosa hanno fatto? Perché non hanno riformato il sistema, per esempio trovando il modo - con un investimento informatico non particolarmente elevato - di eliminare il problema delle rese e cambiare alla radice il sistema di distribuzione rendendolo più adeguato alle esigenze del pubblico che può rivolgersi ad Amazon? Che senso ha scaricare su punti vendita non sempre efficienti tonnellate di volumi anonimi per poi andarli a ritirare? Il vero problema è contrastare l’editore Amazon, perché estraneo alla nostra cultura e soprattutto foriero di un populismo editoriale che può essere solo dannoso come il populismo politico. Per conseguire questo obiettivo bisogna semplicemente essere più bravi, inventare libri nuovi, realizzati con tecniche nuove, con strumenti di creatività che interessino un pubblico giovane e desideroso di accrescere le sue conoscenze con la saggistica e di capire il mondo in cui vive attraverso la letteratura. 

Questa inerzia non è solo italiana, ma l’Italia in particolare ha perso l’occasione di essere leader nella trasformazione del mercato editoriale, proprio perché parte da una posizione di svantaggio. Non è possibile avere un mercato librario che si avvia a non distinguere tra Giulio Einaudi ed Amazon.

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