Editoriale

Lavoro e tasse, a spesa costante
solo palliativi

Sergio Luciano
Lavoro e tasse, a spesa costante solo palliativi

Le intenzioni politiche di Nunzia Catalfo, ministro del Lavoro, come le ha riepilogate a Economy nell’intervista di questo numero, sono tutte interessanti e meritano la massima considerazione. La possibilità di incidere sul cuneo fiscale che rende il costo del lavoro schiacciante per le imprese e riduce il salario netto dei dipendenti appare concreta, nel piano del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. 

Ma queste prospettive e misure sono un palliativo rispetto alla cura da cavallo che servirebbe per far recuperare all’economia italiana lo svantaggio competitivo che ha accumulato verso i Paesi concorrenti, a cominciare dai partner dell’Eurozona, negli ultimi vent’anni. Pur facendo nel frattempo crescere il proprio debito pubblico in rapporto al Pil dal 105% del 2000 al 135% circa di oggi. 

Ma per una cura da cavallo occorrono medicine amare. Che non possono provenire da ulteriori tasse: finirebbero di ammazzarlo, il cavallo. Ecco perché a detta di tutti i maggiori esperti del Paese – compresi Antonio Uricchio e Massimo Miani, che Economy interpella in questo numero - la manovra economica 2020 è stata una manovra di piccolo cabotaggio, debole nelle risorse com’era, e modesti non potranno che essere i suoi effetti, a dispetto della buona volontà. E dunque?

Dunque la grande assente della politica economica di questo Conte 2 – come dei governi succedutisi sicuramente dal 2008 in poi, ma anche di quelli dal 2011 in avanti – è la spending review. Ve la ricordate? Non si parlava d’altro. La si dipingeva come la panacea di tutti i mali economici italiani. 

E invece: “La politica di bilancio dell’Italia in questi venti anni è stata quella di aumentare la spesa corrente, aumentare le tasse e tagliare gli investimenti pubblici. I deficit ed il debito sono quindi stati fatti per finanziare la spesa corrente al netto degli interessi, penalizzando la spesa di investimento”, scrive Mario Baldassarri, economista non allineato, nella sua Nota di Aggiornamento al Rapporto Economia Reale. Che ricorda come politiche realmente espansive, capaci di sprigionare risorse importanti, presupporrebbero “di aggredire il moloch dei 900 miliardi di spesa pubblica totale e quello degli 850 miliardi di entrate totali”. Miracolo mai riuscito finora a nessuno.

Ma è chiaro perché. Sembrano incomprimibili la spesa per gli stipendi pubblici, circa 170 miliardi (che probabilmente è l’unica ad esserlo davvero), e quella per la sanità, anche se di questi ultimi 116 miliardi si potrebbe risparmiare – si calcola – almeno il 20% se si applicassero obbligatoriamente in tutta Italia i prezzi d’acquisto spuntati dalle Regioni virtuose, come il Veneto. C’è poi la spesa per le pensioni, oggetto di una riforma permanente, che assorbe circa 260 miliardi. Siamo attorno ai 546 miliardi di totale parziale. Ne mancano 354 al conteggio dei 900 complessivi. Composti da una miriade di voci purtroppo sostanzialmente scollegate dagli investimenti e assorbiti in buona parte da rivoli di spese improduttive che alimentano però uno status quo vischioso, fatto di microinteressi ad altissimo indice di rilevanza elettorale, di matrice centrale e periferica. È qui che alla fine la politica ha deciso di non provare neanche più ad incidere. Per la paura di perdere consensi. E ancor più per l’incapacità manageriale di mettere le mani nella pubblica amministrazione e riqualificarne l’operato, proprio come si fa nelle aziende private quando per arginare una crisi si cambiano i dirigenti.

L’orientamento proporzionalista assunto ormai dalla gran parte dei partiti in merito alla prossima possibile riforma elettorale non fa che sancire questa sorta di rinuncia ad un rapporto qualitativo tra elettorato ed eletti. Al vano desiderio di chiarezza gestionale affidato ad un sistema maggioritario da noi sempre imperfetto (“chi vince le elezioni, governa per 5 anni!”) si sostituirà il ritorno al compromesso come dimensione permanente di governo, esaltato – in fondo – dalla formuletta “salvo intese” così tanto utilizzata da questo esecutivo.

Improbabile che con questa premessa si ricavi qualcosa di serio dal prossimo futuro. Il maggioritario a doppio turno che tanti buoni risultati ha prodotto nei Comuni – conciliando la possibilità di tutti di influire sulla scelta con la necessità della governabilità - fa paura ai signori della politica. Ma con il consociativismo non si taglia la spesa e si gestiscono poco e male gli investimenti: non a caso è la storia dell’ultimo ventennio italiano.


QUELL’INTRIGO POLITICO UMILIANTE ATTORNO AL CASO AUTOSTRADE

L’intrigo attorno al caso Autostrade sta diventando mefitico per l’Italia. Tutto quello che poteva essere sbagliato dalle autorità, è stato sbagliato. E continua. La vicenda è come avvolta in una generale luce di pasticciata incapacità, riflessa peraltro nelle quotazioni borsistiche di Atlantia, più alte oggi che all’indomani del 14 agosto 2018.
La soluzione ovvia (nelle mai della Procura o dell’Anpac) sarebbe stata commissariare Autostrade all’indomani del disastro per separare da essa i sospetti responsabili della cattiva gestione – cioè il top-management e gli amministratori, prevalentemente espressi dalla proprietà Benetton – e non il 99% dei lavoratori dell’azienda che non c’entrano nulla. Oggi revocare la concessione, oltre ai costi per lo Stato, significa appunto uccidere un’azienda. Inverosimile che lo faccia lo Stato. Si agisca sterilizzando i potenziali responsabili e desistendo dalla vana ricerca di consensi di breve termine. Perché una storia nata male – con una privatizzazione-regalo – sta proseguendo sempre peggio e sta umiliando l’Italia. (s.l.)

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