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Che fine ha fatto
la cultura del fare?

La proposta del Primo ministro finlandese di portare la settimana lavorativa a quattro giorni di sei ore, in poche ore è diventata la notizia più cliccata del web. Segno di una visione della società basata sul tempo libero

Francesco Rotondi
Che fine ha fatto la cultura del fare?

Francesco Rotondi
(founder LabLaw)

Non facciamo mistero del grande potenziale che ha la rete nella condivisione di modelli ideali di stili di vita che appartengono al resto del mondo, ma è evidente e clamoroso il modo in cui un semplice tweet condiviso sui social prima di una campagna elettorale, diventi notizia “miele” per i media che la trasformano in carne per affamati. Arrivano così, come corrente di un fiume in piena, i commenti compiaciuti di una moltitudine di persone in merito alla pseudo proposta di rivoluzione del sistema lavoro, avanzata dal Primo Ministro finlandese Sanna Marin, come calcio d’inizio di un nuovo anno. La proposta prevedeva quattro giorni di lavoro a settimana per sei ore, senza applicare alcuna riduzione del salario riservando il resto del tempo ad un miglioramento della propria vita privata. Sorvoliamo sugli aspetti di sostenibilità economica di una simile prospettiva.

Più che un “colpo di legge”, è sembrato essere un “colpo sociale” figlio di una depressione popolare che lamenta un eccessivo impiego di forze e di tempo impiegate al lavoro. A prescindere dalla veridicità o meno della notizia, che dopo quarantotto ore dalla sua pubblicazione è stata dichiarata parzialmente falsa, quello che preoccupa è il modo in cui molte persone non solo si sentono “prigioniere” sul posto di lavoro, ma che in questo caso si sentono anche fanalino di coda rispetto ad altri Paesi d’Europa come Svezia o Germania che hanno rivisto già da diversi anni il piano orario di lavoro in alcune città e strutture pubbliche. 

Quello che abbiamo conquistato nel tempo, la nostra storia, l’impegno e il valore sono oggi motivo di malcontento pubblico

Facciamo però un passo indietro: il nostro è quel Paese il cui primo articolo della costituzione recita “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro (….)”, quello che abbiamo conquistato nel tempo, la nostra storia, l’impegno e soprattutto il valore, sono oggi motivo di malcontento pubblico. Siamo davanti ad un fenomeno sociopolitico che va ben oltre l’aspetto giuridico. Se le persone (una parte) ritengono che bisognerebbe lavorare meno per migliorare la qualità della propria vita, abbiamo un tema che si lega inevitabilmente al valore che diamo al lavoro. 

Oggi la riflessione sulla riduzione dell’orario di lavoro, un tema storicamente ricorrente, si lega inevitabilmente al progresso tecnologico. Da un lato, quindi, il concetto di benessere delle persone in generale che si perseguirebbe dedicando più tempo alla vita privata, dall’atro una visione pessimistica degli impatti delle nuove tecnologie sulla dimensione occupazionale, rappresentano il binomio su cui si regge la riproposizione della riduzione dell’orario di lavoro quale soluzione ai mali sociali della modernità. In parte anche l’idea che c’è dietro il reddito di cittadinanza è figlia di questa cultura. Siamo di fronte uno scenario certamente complesso e di non facile lettura rispetto le prospettive che ci attendono, tuttavia l’idea sullo sfondo, latente, ossia di ridimensionare la componente lavoro così come l’abbiamo conosciuto per puntare ad un modello di società basata più “sul tempo libero” è pericolosa e semplicistica. Sa quasi di mossa disperata. Di una scorciatoia lassista figlia di una visione della società che sta prendendo piede. Le soluzioni sono ancora in divenire, ma la cultura di base con la quale affrontare il futuro che ci attende per un’area del paese sembra già molto chiara. 

E allora se una proposta come quella di Sanna Marin è stata in grado di diventare la notizia più cliccata del web in poche ore, significa che l’argomento “lavoro” è cool. Forse dovremmo provare a migliorare l’informazione, però, parlando ai nostri giovani, anche di un’altra cultura sociale e del fare. Di una mentalità che vede nel proprio lavoro la possibilità di dare un valore non solo al proprio operato e alla società in generale, ma soprattutto a sé stessi. 

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