FINANZIARE L'IMPRESA

«Caro governo, le nostre start-up
hanno diritto a fatti concreti»

Marco Gay, amministratore delegato di Digital Magics e presidente di Anite-Assinform, richiama governo (e privati) all’urgenza di recuperare il gap dell’innovazione digitale: «Dipende da tutti, urgono investimenti»

Sergio Luciano
«Caro governo, le nostre start-uphanno diritto a fatti concreti»

La parola d’ordine – severa anche con il proprio ambiente imprenditoriale – è “concretezza”. L’orizzonte è un mercato globale nel quale l’Italia ha ancora chanche ma poco tempo per coglierle. Una luce di speranza è il nascente Fondo nazionale per l’innovazione. «I dati parlano chiaro e ci chiedono un colpo di reni e una presa di coscienza che parta da quanto l’Italia farà sull’innovazione digitale, sbrigandosi ad andare molto al di là dei proclami», sintetizza Marco Gay, amministratore delegato di Digital Magics e presidente di Assinform-Anitec, l’associazione confindustriale che rappresenta le aziende Ict.

«Siamo davanti a un mercato che cresce nonostante tutto e che riesce ad attrarre investimenti anche dall’estero. Perché il nostro mercato delle start-up offre altissima qualità, grandi talenti ed un accesso economico basso. Insomma, stiamo creando valore con poco», spiega a Economy. «Ma proprio per questo dobbiamo sfruttare appieno l’occasione che tutto questo comporta. Dobbiamo farlo come sistema Paese, come imprese private, come ecosistema pubblico-privato dell’innovazione».


Scusi Gay, ma chi frena tutto questo? E cosa dovremmo fare di più, visto che sull’innovazione digitale il Paese ha comunque creato in tre anni quasi mezzo milione di posti di lavoro?

Ci sono alcuni fattori strutturali da superare. C’è una pesante disparità territoriale e dimensionale per livello di investimenti tecnologici e una marcata frammentazione del comparto: il 2018 ha visto le grandi imprese esprimere ben il 59 per cento degli investimenti Ict, contro il 19% delle medie e solo il 22% delle piccole, che pure hanno un peso in termini di occupazione e Pil proporzionalmente più elevato. Sono solo il 2 per cento le imprese ad elevata digitalizzazione sotto i 50 addetti. In secondo luogo, l’insufficienza di talenti e di competenze tecnologiche: a fronte di una occupazione Ict in crescita annua del 2,4 per cento, la forbice domanda offerta di competenze digitali continua infatti ad allargarsi e mancano 12mila laureati. Infine, la limitata propensione al rischio e alla ricerca: da circa un decennio la spesa R&S del settore ICT in Italia, attorno ai 2,2 miliardi di euro l’anno, è per oltre l’80 per cento autofinanziato dalle imprese, per il 13% circa dal resto del mondo e solo per il 6% dal settore pubblico.

«Noi di Digital Magics stiamo facendo molto, dal 2011 ad oggi abbiamo investito nel sistema insieme a terzi ben 91 milioni»

E quindi, che fare? Anzi, per cominciare: lei è un rappresentante d’impresa, ma anche un imprenditore manager. In questi vesti, lei cosa fa per superare questi gap?

Digital Magics fa molto. Ha investito nei primi 6 mesi di quest’anno 1,9 milioni di euro direttamente, ed è un player che investe in start-up dal 2011 ad oggi ha investito nell’innovazione, insieme a soggetti terzi, ben 91 milioni di euro. Siamo oggi leader per quanto riguarda la business incubation delle start-up innovative digitali, e abbiamo dimostrato una forte capacità di valorizzarne il talento e soprattutto portarle al mercato. Torno alla nostra parola d’ordine, che ritengo debba essere sottolineata con 3 punti esclamativi: concretezza. Le start-up che sosteniamo devono dimostrare di sapersi relazionare con il mercato per crescere, o crescono in fretta o falliscono.


Be’, ma i settori dell’Ict crescono, no?

Indubbiamente: l’Intelligenza Artificiale cresce del 69%, il cloud di oltre il 40%, la blockchain di quasi 50%, l’Iot cresce del 20%... tutti i settori ad alto impatto hi-tech stanno crescendo! Le nostre start-up però sono immerse in un mercato industriale che dev’essere ancora innovato fino in fondo, e la maniera migliore di innovarlo è favorire la nascita e la crescita di nuove realtà che possano o fare mercato da sole o diventare le articolazioni di open innovation delle grandi aziende tradizionali.


Una combinazione di novità e patrimonio?

Assolutamente sì! Le nuove tecnologie, sviluppate al fianco della manifattura tradizionale e fertilizzate dal talento delle start-up possono avere un impatto straordinario sull’ecosistema italiano. Non capisco come l’Italia non sia ancora diventata la patria mondiale delle start-up che innovano le imprese tradizionali, in un approccio b2b che poi diventa b2b2c, trasferendo quindi l’innovazione dalla relazione tra imprese alla relazione tra imprese e consumatori finali.


Ecco: e cosa fa la sua azienda in questa direzione?

Un intensissimo lavoro di scouting. Il nostro grande sforzo oggi è far sì che i talenti che incontriamo, i progetti che vediamo - circa 1500 all’anno – quando entrano nel nostro portafoglio possano avere subito un impatto economico concreto e una visione di mercato chiara. Ecco: l’ultima edizione del Premio Best Practices per l’innovazione ha messo in vetrina oltre 100 start-up accomunate da questa giusta tensione alla concretezza. È la via italiana alle start-up, che oggi può e deve essere corroborata da investimenti in capitale di rischio, senza la pretesa che il pubblico si sostituisca al privato negli investimenti.

«Occorre prevedere anche un fondo nazionale per attuare i provvedimenti messi in cantiere nel 2019, un’operazione di sistema»

Però il Fondo nazionale per l’innovazione le piace?

Mi piace nella misura in cui attuerà il giusto programma di affiancarsi agli incubatori e alle aziende private, in modo semplice, cercando di dare al mercato l’energia finanziaria di cui ha bisogno per portare le imprese nel futuro. Il Fondo è importante per dare una marcia in più anche alla R&D di un settore, quello dell’Ict, che è strategico per spingere l’innovazione in tutti i settori e territori. Ma se aleggia come un convitato di pietra, una presenza prossima ma che non si sa ancora quando e come opererà, il rischio è di continuare a tenere bloccato il mercato della finanza per l’innovazione. Non possiamo permettercelo: 600 milioni di investimenti in capitale di rischio nei primi 9 mesi del 2019 sono troppo pochi. Insomma io vedo in questo Fondo una grande opportunità, lo abbiamo atteso molto, dal marzo scorso… adesso pare che ci siamo, e se diverrà davvero operativo nel 2020, avremo la possibilità di recuperare il tempo perduto, e convincere anche le istituzoni che quello delle start-up  on è un mondo di annunci ma di realtà. Che chiedono soltanto di avere la vita un po’ semplificata!


Insomma, più spirito di venture capital anche nel pubblico?

Assolutamente sì! Io non capisco come mai, in un popolo come il nostro, fatto di innovatori, imprenditori e pionieri di tutte le sfide, non ci sia più attenzione al venture-capital. Che non vuol dire buttar via i soldi, ma credere in progetti chiari e definiti e sostenerli. È un ruolo che non possono più fare gli istituti bancari, per le note ragioni regolatorie. E allora io sono ben lieto di dire che Digital Magics ha investito 1,9 milioni nel primo semestre… ma dico anche che correi avere la possibilità di investire molto molto più. Però, ripeto: il sistema deve muoversi sul serio e tutto insieme. Il Fondo per l’innovazione ben venga, ma non basta: dobbiamo anche dotarci di un Piano Nazionale per l’adozione delle Tecnologie Avanzate, che preveda l’attuazione dei provvedimenti in cantiere nel 2019 (fra cui l’utilizzo del Fondo per AI Blockchain e IoT, l’attuazione delle 79 raccomandazioni di policy definite dal Gruppo di Esperti AI, la definizione delle linee guida sugli standard di riferimento per le public Blockchain), l’ampliamento delle risorse e del perimetro di applicazione alle tecnologie emergenti come quantum computing e nanotecnologie, un programma di education presso le aziende più piccole e tradizionali per far capire loro in cosa consiste l’AI e quali vantaggi di business può portare. Deve essere una operazione di sistema, del pubblico e del privato insieme.

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