WORKSHOP 4.MANAGER

Perché la campana della sfida
ora davvero suona per i manager

C’è una notizia emblematica: la presa di distanza degli azionisti di Atlantia dal management. Comunque finisca, segna una discontinuità per la cultura d’impresa del Paese. Che può rappresentare una svolta proficua

Sergio Luciano
Perché la campana della sfidaora davvero suona per i manager

LE RAGIONI DI UN TANDEM

Per la sfida editoriale di Economy, giunta ormai al 30° numero e al quarto anno, la partnership culturale e valoriale con la categoria dei manager, rappresentata oggi in Italia soprattutto da Federmanager, è un presupposto fondante. Sono i manager a promuovere e diffondere, sia pur con le inevitabili incertezze e diverse intensità, la crescita della cultura d’impresa in Italia. Sono i manager a voler leggere, informarsi e studiare per crescere. Sono loro a scambiarsi esperienze e obiettivi, trasversalmente ai settori e ai quadranti geoeconomici di appartenenza. E questo giornale, come tutta la sua casa editrice, vuole porsi come strumento utile e partecipe di questa crescita. Anche attraverso approfondimenti corposi come questo workshop sul secondo Rapporto di 4.Manager sul “Capitale manageriale e strumenti per lo sviluppo” che incontrate nelle prossime pagine.


Era il 4 dicembre del 1987 e Raul Gardini – allora capo potentissimo del gruppo Ferruzzi – firmò il licenziamento dell’amministratore delegato della controllata Montedison, il fino ad allora intoccabile Mario Schimberni, sentenziando: «I manager? Sono cani da riporto». Fu il nadir, il punto più basso della reputazione dei dirigenti d’impresa in Italia.

Oggi è del tutto diverso. Quella reputazione non sarà allo zenith, ma è molto, molto più in alto. I manager sono considerati uomini-chiave per la vita delle imprese. Sono i loro nomi a campeggiare in quei paragrafi decisivi dei prospetti di collocamento delle società che si quotano in Borsa: “Dipendenza da persone chiave”. Sono i manager ad avere la responsabilità. Nei meriti e nei torti. Anche quando la proprietà fa capo a singoli individui o famiglie.

Il Ceo-capitalism si affaccia in Italia

La sfida della globalizzazione e, insieme, il

passaggio generazionale stanno cambiando

gli assetti gestionali in tante imprese italiane.

Che stanno finalmente scoprendo i manager

Lo dimostra paradossalmente l’attacco ai suoi ex-manager che un altro “grande vecchio” dell’imprenditoria italiana, il carismatico Luciano Benetton, ha deciso di fare per difendere se stesso e la sua famiglia dall’accusa infamante di avere in qualche modo determinato il disastro del Ponte Morandi: «Ci assumiamo la responsabilità di aver contribuito ad avallare la definizione di un management che si è dimostrato non idoneo, un management che ha avuto pieni poteri e la totale fiducia degli azionisti».  Chiaro? Pieni poteri ai manager. L’unica responsabilità accettata dalla proprietà è quella di aver nominato la persona sbagliata. Altro che cani da riporto. Cani-guida!

Comunque finisca il caso Autostrade – se ne sta occupando la magistratura – c’è un abisso tra la frase di Gardini e quella di Benetton. Sono passati ben più dei 37 anni che dice il calendario. È cambiato il mondo. La generazione degli imprenditori del “miracolo” italiano è in miglior vita e anche i suoi eredi, i baby-boomers, stanno passando la mano alle nuove leve. La globalizzazione, la digitalizzazione e la stretta creditizia hanno complicato moltissimo la gestione dell’impresa. Le competenze necessarie per vincere sono sempre più complesse. Il fiuto non basta più.

Ma tutti questi rivolgimenti non sono passati invano. E la categoria dei manager ha preso coscienza di sé. O almeno, la sta prendendo. Costruisce meglio le sue competenze. Parla le lingue, vuole provare il lavoro all’estero e spesso lo pratica per anni ed anni. Nel mondo dell’impresa pubblica – ancora così importante in Italia – respinge l’etichetta di “boiardo” e compete con successo con concorrenti privati di tutto il mondo.

Di tutto questo anche l’imprenditoria illuminata è consapevole e convinta  sostenitrice. Le attività congiunte tra la Confindustria e Federmanager ne sono la migliore dimostrazione. Tra esse, dopo la firma di un contratto di lavoro dei manager di grande portata innovativa, c’è senz’altro 4.Manager, l’ente bilaterale cui le due parti (non più controparti!) hanno affidato il compito di “sostenere la crescita dei manager e delle imprese con l’obiettivo di contribuire a generare uno sviluppo sostenibile e duraturo”. Semplice, chiaro, soprattutto vero. Perché ce n’è bisogno. Il rapporto 2019 di 4.Manager, oggetto di queste pagine, è una preziosa riprova dell’importanza del ruolo dei dirigenti e della crucialità degli strumenti culturali e di servizio che si possono e si devono porre al loro servizio.

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