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Le nuove tecnologie
pensionano il “posto fisso”

Che le banche riducano il personale per massimizzare i profitti non corrisponde al vero: in realtà è la clientela a chiedere la digitalizzazione ed è sempre meno disposta a passare ore allo sportello

Francesco Rotondi
Le nuove tecnologiepensionano il “posto fisso”

Francesco Rotondi
(founder LabLaw)

Nell’immaginario collettivo il “posto” in banca è il succedaneo più prossimo del lavoro pubblico, quando si pensa ad un impiego stabile. Una affermazione, questa, che a ben guardare gli ultimi anni di vita del settore appare più il retaggio del passato che un dato statisticamente apprezzabile.

Nel corso degli anni si è assistito ad un processo di continua aggregazione, che ha comportato il progressivo venir meno del dogma della stabilità del lavoro in banca, ma che non è stato socialmente dirompente, da un lato perché giustificato e giustificabile, in quanto figlio della duplicazione di sedi e funzioni, e dall’altro accettabile perché diretto, per la maggior parte, alla fuoriuscita incentivata di persone comunque prossime all’età pensionabile.

Nessuna legge economica impone la redistribuzione degli utili derivanti dal progresso: tocca alle parti sociali trovare una soluzione

Esaurito questo scenario, però, se ne sta affacciando un altro molto più dirompente; e per comprenderne la natura è sufficiente che ognuno di noi pensi a quanto tempo passa in una filiale bancaria oggi, rispetto anche solo a tre anni fa. L’accesso ai servizi bancari è stato sostanzialmente digitalizzato e questo comporta che il modello organizzativo di revisione del sistema bancario non abbia più, quale target, la eliminazione di filiali e funzioni “doppiate”, ma la riduzione pura e semplice del numero degli sportelli fisici dislocati sul territorio.

Si tratta di una rivoluzione che non è figlia della volontà di ridurre i costi tramite la chiusura di filiali ed il licenziamento del personale, ma della necessità di rispondere ad una precisa esigenza del mercato dei servizi bancari: è la clientela della banca a richiedere un modello organizzativo basato su piattaforme digitali ed è quella stessa clientela che, oggi, non è più disposta all’approccio tradizionale, caratterizzato da lunghe file allo sportello.

In questo quadro, sia Deustche Bank che Unicredit hanno annunciato che rivedranno i propri modelli di business e che, grazie all’implementazione di queste tecnologie, i conti economici delle rispettive società saranno in grado di mostrare evidenti benefici. Questi annunci sono stati raccolti dal sindacato e dalla stampa amplificando il tema delle ricadute sociali che questo processo avrà sui lavoratori del comparto bancario, con ciò mostrando, ancora una volta, la mancata volontà di affrontare alla base il tema della digital transformation nel suo complesso.

Affermare che le banche vogliano migliorare il proprio conto economico licenziando i propri dipendenti significa diffondere una falsa affermazione: le banche non stanno facendo null’altro, se non rispondere ad una precisa richiesta dei propri clienti, seguendo un progresso tecnologico al quale nessuno intende rinunciare. Continuare a diffondere questa fake news ha un solo effetto: evitare alle parti sociali ed al sindacato in primis di affrontare il tema della trasformazione dei modelli organizzative e di impegnarsi seriamente nella ricerca degli strumenti che sono necessari, al fine di far sì che la società progredisca tecnologicamente conservando la propria capacità di redistribuire tra tutta la collettività i vantaggi di una economia di mercato. Nessuna legge economica impone la redistribuzione degli utili derivanti dal progresso tecnologico: non ve ne era una quando si è passati dai campi alle fabbriche e nemmeno quando si è passati alla sostituzione della forza fisica con la elettrificazione dei processi. Sono le parti sociali che, nel loro fisiologico sfidarsi, devono trovare soluzione a questa esigenza. Continuare a correre dietro alle fake news non aiuta questo processo.

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